25 Aprile: non solo testimonianza ma corpo e anima a giustizia e libertà

il 25 aprile 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Oggi ho avuto l’onore di poter tenere l’orazione ufficiale nella celebrazione della Festa di Liberazione ad Albenga. Un momento per dare non solo testimonianza, ma corpo e sostanza agli obiettivi di giustizia e di libertà dei Resistenti, degli antifascisti. Voglio condividere con voi i miei pensieri e le parole che ho scelto, interrogandomi profondamente, per esprimere quello che sento e provo in questa ricorrenza così importante.
Ecco il mio intervento, buon 25 aprile a tutti voi

Ci troviamo ogni anno insieme, il 25 aprile, donne e uomini di diverse generazioni, per esercitare il dovere della memoria, per rinnovare il senso di una storia dalla quale è nata l’Italia nella quale siamo vissuti e viviamo; ci ritroviamo perché crediamo nel rapporto tra le persone come fondamento dell’agire politico, dell’amministrare la cosa pubblica, dell’organizzare bisogni e istanze di gruppi sociali.

La memoria, la verità storica, non il revisionismo, né la retorica acritica, ci aiutano a capire dove e perché sia nata l’eredità storica più importante della lotta di liberazione e del suo compimento nel 25 aprile: una nazione liberata e riunificata e la Costituzione repubblicana.

Sono moltissime le testimonianze dell’apporto eccezionale dato dalle popolazioni della zona di Albenga alla Resistenza e alla lotta di liberazione, in termini di lotte coraggiose, di sacrifici, di caduti.
Storie tragiche, ed eroiche: eccidi, una vera e propria strage di civili, oltre che di combattenti, in tante località della zona.
I numeri dei caduti sono impressionanti, così come la fredda crudeltà di chi perseguitò ed uccise.
Un efferatezza che non sono gratuite o inspiegabili, come ci verrebbe da dire, ma realizzate per stroncare la Resistenza, l’azione delle forze della lotta di liberazione, ed anche i sentimenti di democrazia e libertà di intere popolazioni.

Dobbiamo saper leggere nei fatti e nelle ragioni che hanno segnato, in quegli anni, la vita di questa come di altre comunità, il significato e il valore che ancora trasmettono alla società di questo tempo, dell’oggi e del domani.
Lo possiamo fare pensando da un lato ad alcuni caratteri di quella vicenda storica e dall’altra interrogandoci su cosa serva oggi per dare non solo testimonianza, ma corpo e sostanza agli obiettivi di giustizia e di libertà dei Resistenti, degli antifascisti.

Alcuni di quei caratteri, che voglio ricordare:
1. La Resistenza non nasce dal nulla: il contrasto al fascismo, all’ingiustizia, alle discriminazioni e alle privazioni nasce con il fascismo stesso e si sviluppa lungo un percorso travagliato, con alterne vicende, per oltre vent’anni
2. La Resistenza non è stata un fatto di pochi, l’azione di una élite di eroi o di giovani ribelli avventurosi; è stata anche un fatto di popolo; la risposta militare, l’azione armata, necessaria per contrastare la presenza degli occupanti nazisti e del fascismo non sarebbe stata possibile se tutta una parte della popolazione non avesse partecipato, rischiando molto, con senso di umana solidarietà verso i combattenti, ma anche con la consapevolezza che un sistema fatto di miseria, di guerra, di repressione andava battuto, superato, cacciato
3. Questa partecipazione, in tante forme, anche diverse ha fatto sì che la Liberazione e poi la ricostruzione, non solo materiale, del Paese si fondasse sul concorso di orientamenti politici, culturali, ideali diversi, una condivisione che proprio nella scrittura della carta costituzionale mostrò la capacità di compromessi alti, consegnandoci un quadro straordinario di valori, di diritti, di regole condivise
4. Gli italiani sono un popolo che è stato capace di “inventare”, se così possiamo dire, il fascismo, facendolo salire al potere con “libere elezioni”, ma che poi è stato capace di liberarsi anche con le proprie forze, e non solo con l’azione degli Alleati.

Di questo siamo eredi, e di questo lascito dobbiamo sentire ancora tutta la responsabilità.

Di quella vicenda dobbiamo sapere ancora trarre una lezione: la politica è stare insieme per un’idea, stare insieme per risolvere i problemi che ciascuno non può affrontare da solo, e quindi rifiutare un sistema per cui vince il più forte o il più furbo, fare sì che la libertà e i diritti siano parte fondante del vivere in una comunità

La nostra Costituzione non descrive soltanto l’esistenza di diritti e di libertà, ma prevede anche che sia compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’effettivo esercizio di quei diritti e di quelle libertà. E’ questo il contenuto più moderno e più duraturo della Costituzione; lavorare su questo, sul come, nell’evoluzione che via via interessa la nostra società, si capiscono e si rimuovono quegli ostacoli, che, anch’essi, mutano con il mutare del contesto, è l’eredità non retorica che la Costituzione affida alle generazioni di oggi e di domani.
E’ una eredità che ci impone anche di fare i conti con la realtà, di saper vedere con lucidità i limiti, gli arretramenti, i fallimenti anche delle risposte che abbiamo provato a dare ai problemi, ma, insieme, ci richiama al dovere di non arrenderci, di superare il disincanto: il disincanto degli adulti è l’altra faccia della medaglia della mancanza di speranza e di futuro dei ragazzi e delle ragazze. E’ il frutto amaro di questa stagione, è un guaio al quale dobbiamo e vogliamo rimediare.

La nostra società, le persone, esprimono oggi un grande bisogno di cambiamento, quasi “a prescindere”: cambiare cosa e verso dove alle volte non è così chiaro.
Questo bisogno deriva da errori delle classi dirigenti, non solo della politica, ma deriva anche da condizioni oggettive profondamente mutate: la dimensione nazionale ha perso parte del suo significato; lo stato viene percepito distante e oppressivo perché non sentito più come utile; e poi pensiamo al lavoro, a come è cambiato, o alla vera e propria mutazione dei rapporti tra uomini e donne e tra le generazioni
Dobbiamo misurarci con la sfida di una rottura degli schemi, delle rendite di posizione, con il bisogno di una accelerazione dei processi decisionali, il bisogno di bruciare le tappe, dopo tanti anni di difficoltà ad imboccare una strada sicura e condivisa.
Negare questo sarebbe profondamente sbagliato.
E tuttavia, la voglia di cambiamento “purchessia”, il bisogno di rapidità e di rotture con il passato, sono cose necessarie, ma non sufficienti a ridare una prospettiva solida di benessere materiale e di nuova etica pubblica.
Oltre questa esigenza di un vero salto, c’è bisogno di ricostruire un’idea di società: un lavoro paziente, non segnato dalla continuità rassicurante con le nostre convinzioni, e capace di ridare credibilità, stima e fiducia nelle istituzioni, nella rappresentanza politica e sociale.
Tutto questo però con la consapevolezza che con il patrimonio che la storia recente di cui stiamo oggi parlando ci consegna dobbiamo fare i conti, e lì possiamo trovare ispirazione, insegnamenti e strumenti.

Penso a tre questioni:

la società che vogliamo deve ancora, e ancora di più, essere “fondata sul lavoro”, come è scritto nell’art. 1 della Costituzione: sul lavoro in tutte le sue forme, del dipendente, del professionista, di chi fa impresa e crea ricchezza, sul fatto che la ricchezza si crea con la fatica e con l’ingegno delle donne e degli uomini e non con i soldi che fanno soldi.
La finanza, da strumento è diventata “signora” dell’economia, spostando e concentrando non solo la ricchezza, ma anche il potere.
Non si rovescia questo schema facilmente; neppure i fallimenti che ha registrato quel modello, proprio con la crisi che da 6 anni pesa sulla vita dei nostri paesi, sono stati sufficienti; ma c’è una nuova consapevolezza, che va coltivata, su cui formare nuove politiche e nuove classi dirigenti.
Un altro modo è possibile: un modello in cui la competizione assuma il concetto di limite e abbia come punto di riferimento la qualità, dei prodotti, del modo di produrre, della natura, del vivere e del lavorare: perché anche la coesione sociale è una parte importante di un sistema di competizione economica che non mortifica le persone, ma dà loro valore.

Cambiare, dunque.
E’ una battaglia che deve tenere insieme mutamenti economici e istituzionali.

Questa la seconda questione: dobbiamo cambiare in parte anche le nostre istituzioni: con attenzione e cautela, e rispetto. Ma non dobbiamo avere paura di dire che ci sono cose scritte nella seconda parte della Costituzione che possono essere cambiate perché abbiamo bisogno di nuovi strumenti per attuare la prima parte della Costituzione, quella che ci fa dire che è una tra le più belle del mondo; questo per fare sì che sia possibile, nel nostro mondo contemporaneo, “rimuovere gli ostacoli che si frappongono…”, come sta scritto nella nostra Costituzione.

In questa giornata interroghiamo le storie straordinarie di persone comuni, quelle i cui nomi sono scritti sulle lapidi, ma anche le tante che sono sopravvissute, e quelle che sono con noi e che dobbiamo ringraziare e abbracciare; interroghiamo le loro storie per capire come possiamo stare in questo difficile e controverso passaggio della crisi italiana, che non ha sbocco se l’Italia e tutti noi non facciamo un salto: sentirsi parte della storia d’Europa.
Ce lo diciamo oggi, perché è stato possibile cogliere il frutto delle lotte dei Resistenti, di chi ha contrastato il nazismo nel nostro continente, perché la nascita e la progressiva costruzione dell’unione europea è servita, come ci ricordava recentemente il Presidente della Repubblica, “in primo luogo a garantire la pace nel cuore dell’Europa”, pace brutalmente strappata per due volte nel corso del Novecento, e segnata dal buio delle dittature, di tutte le dittature.

E’ questa la terza questione: l’unione europea, per citare ancora il Presidente Napolitano, “resta la causa e la visione, senza alternative, da rimotivare con la necessaria apertura a fondate istanze di rinnovamento e con concreta capacità di persuasione” e occorre avere consapevolezza di una storia e di una cultura comune.
Ma potremo realizzare questo solo se sapremo superare i limiti di quella dimensione, la delusione per una Europa rappresentata solo dalla sua politica di austerità degli ultimi cinque anni; la delusione per incapacità dell’Europa di dare una risposta soddisfacente alla crisi mondiale che è scoppiata nel 2008, una crisi di cui non c’erano precedenti nel mondo da molti decenni, cui l’U.E. ha reagito tardi, tra molte difficoltà e anche in modo discutibile; e le istituzioni comunitarie non sono riuscite a stabilire un rapporto diretto con i cittadini per farli sentire partecipi delle decisioni e delle scelte.

A tutto questo va posto rimedio, dando valore a quella dimensione, ma facendolo con l’orgoglio di rappresentare le nostre comunità locali, di lavorare per il loro benessere.
Ci sono oggi condizioni di vita pesanti, perdita di lavoro, di patrimonio produttivo e professionale in tanti settori; la povertà si diffonde, ed anche in fasce della popolazione che prima non ne erano colpite
Queste cose vanno affrontate per interpretare davvero quella potente, e spiazzante, voglia di cambiamento che segna questa stagione della vita del Paese.

Le nostre comunità hanno bisogno di ricostruire speranza e fiducia, di avere radici ma un’orizzonte aperto davanti.
La risposta alle difficoltà della condizione materiale delle persone non può essere la chiusura di ciascuno nella propria storia, l’idea che ciascuno ce la fa da sé, e tantomeno ce la fa “contro” qualcun altro.
Noi dobbiamo contrastare il tentativo continuo di dividere le diverse componenti della società: giovani e anziani, lavoratori dipendenti e autonomi, lavoratori public e privati, chi ha un lavoro stabile (finché dura) e chi è precario, le persone nate qui da genitori nati qui e persone che arrivano da altri paesi.
Sono qui per lavorare, se vivranno qui garantiranno alla nostra società che invecchia nuove generazioni e nuove famiglie, lavoratori che contribuiranno a pagare anche le nostre pensioni.
Dobbiamo guardare a queste persone anche pensando a ciò che il nazismo e il fascismo hanno portato con sé, l’odio razziale, la demonizzazione del diverso, fino alla persecuzione e allo sterminio: gli ebrei, prima ancora i comunisti e gli oppositori politici, gli omosessuali, gli zingari.
Solo una società che accoglie dà sicurezza sia a chi vuole poter vivere tranquillo nella propria città, sia chi arriva qui da altri paesi, spesso da luoghi in cui lascia miseria e privazioni.
Non è facile, le contraddizioni vanno riconosciute e affrontate.
Senza dimenticare che il seme dell’odio che porta prima alla discriminazione e via via alla persecuzione, nasce prima, in modo subdolo.
Dobbiamo combattere chi fa della paura del diverso un modo per dividerci, indebolirci, tenerci chiusi nelle nostre case.

Dunque, con tutti questi pensieri, ed anche con queste speranze, ricordiamo il 25 aprile come giorno della Liberazione e inizio della democrazia del nostro Stato.
Ho provato a farlo senza retorica.
Ha scritto qualche anno fa un noto giornalista “chi ha dei ricordi veri li custodisca, senza guastarli con i patroni commemorativi”.
Chi ha ricordi veri, li custodisca; ma anche li trasmetta, continui, sino a che è nelle sue possibilità umane, a condividerli con chi è nato dopo, con chi ha fatto della difesa e della realizzazione di quei valori una parte importante della proprio vita e delle proprie lotte, come tanti di noi, e con chi si affaccia solo oggi alla vita sociale, all’impegno politico.

Così, possiamo ancora dire, dopo quasi settant’anni, viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva l’Italia liberata, viva i vecchi e nuovi italiani.


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