#25novembresempre: il confronto con gli studenti

il 27 novembre 2013 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Su un manifesto affisso sulle scale della sede dell’iniziativa di lunedì alle Officine Solimano quancuno ha scritto con un pennarello, partendo dalla F di fragile, “forte”. Sull’immagine simbolo del convegno, nei giorni che lo hanno preceduto, si è aperta una discussione. Dico la mia. È un’immagine efficace, che si fa ricordare; un buon lavoro, dunque, di chi l’ha concepita. Ma contiene un messaggio molto discutibile: la donna non subisce violenza perché fragile, anzi. Il senso di proprietà sul corpo della donna, sulla sua persona, messo in discussione da donne che non si sottomettono, o non lo fanno a sufficienza per i canoni di quel maschio, sono alla base di comportamenti violenti, sino al femminicidio. L’immagine della fragilità non sollecita la crescita, necessaria, della consapevolezza da parte degli uomini del valore delle donne, del loro diritto all’autonomia, alla libertà. D’altra parte, però, le donne vittime hanno bisogno di essere accolte, accompagnate, sostenute: vanno capite e raccolte le loro richieste di aiuto, quando non riescono ad essere esplicite, quando sono nascoste per paura o per pudore o per un malinteso senso del sacrificio; ecco, se “fragile” sta per “maneggiare con cura”, allora ci può stare

L’incontro con i ragazzi, come sempre, è stato coinvolgente ed interessante.
Ecco le mie riflessioni alle puntali domande degli studenti intervenuti al convegno:

Ha mai dovuto rinunciare ad un lavoro, pur avendone i requisiti, per il fatto di essere donna?
Posso dire di no. Ho passato gran parte della mia vita lavorativa nella Cgil: ho avuto incarichi diversi, anche in ruoli che prima erano stati ricoperti solo da uomini. Ma sono stata fortunata, nella Cgil è stata fatta una scelta precisa: contrastare le discriminazioni e promuovere l’assunzione da parte delle donne di responsabilità anche elevate. È accaduto grazie alle battaglie delle donne ed anche alla lungimiranza di alcuni e alcune dirigenti. E quando si fanno scelte di questo genere, anche se non tutti ci credono e le accettano veramente, qualcosa succede.

Posta davanti ad una scelta lavoro – famiglia, che cosa sacrificherebbe in parte per poter conservare entrambi?
Ci sono donne che hanno rinunciato al lavoro, o ad un lavoro soddisfacente, per il peso del lavoro di cura, spesso non condiviso. Tutte, anche “chi ce la fa”, facciamo i conti con la difficoltà a conciliare non solo i tempi, ma il carico emotivo, di fatica, ecc.. Oggi ci sono molti uomini che condividono le responsabilità familiari, più di un tempo. E tuttavia la disparità c’è ancora; la perdita del lavoro colpisce gli uni e le altre, ma ancora oggi le donne hanno meno opportunità e più rischi. Molte rinunciano anche a cercarla un’occupazione: ad esempio, se ho un anziano da accudire, i servizi pubblici sono insufficienti e il lavoro che mi si offre è povero e precario, finirò per pensare che mi conviene rimanere a casa.
Conciliare significa sempre rinunciare a qualcosa, da un lato e dall’altro: ma se le condizioni sono positive, se c’è condivisione del lavoro di cura, servizi per l’infanzia e per gli anziani, orari e organizzazione del lavoro compatibili, allora ciò a cui si rinuncia può essere positivo: un lavoro totalizzante non è per forza fattore di equilibrio e di benessere, una vita tutta chiusa nei rapporti familiari non giova né alla donna, né a chi vive con lei, compagni di vita e figli. Ma non sono mai solo scelte personali; viviamo in una società complicata e spesso ingiusta, che ha limiti non solo nelle opportunità di lavoro o nel welfare, ma nei modelli culturali, nell’idea di potere. Le donne “rinunciano”, da un lato e dall’altro, perché è la loro libertà che viene compressa, non riconosciuta, in un mondo che ha ancora modelli di dominio maschile, ed ha anche tempi e modi di vita poco “umani”, in generale.

In che cosa le donne manager eccellono rispetto agli uomini manager? Che cosa ha di davvero speciale una donna in carriera?
Le donne non sono migliori, come non sono peggiori, in assoluto. Anzi spesso le donne che assumono ruoli tradizionalmente maschili, ne assumono anche i modelli di comportamento, gli stili. Eppure, l’abitudine ad una certa concretezza, alla “cura” in senso lato, al fare più di una cosa contemporaneamente, l’avere avuto a che fare meno degli uomini con il logoramento del potere (che è una cosa reale, non è vero in assoluto che “il potere logora (solo) chi non ce l’ha”), tutto questo può aiutare ad esprimere uno stile di lavoro e di direzione migliore, e persino più efficiente. Ma non è detto, e a sterotipi non si devono sostituire altri stereotipi.
Donne in carriera è un termine molto usato, ma non simpatico. Mette in luce un aspetto, quello della carriera, spesso un percorso competitivo, a scapito di altri aspetti: la responsabilità, la capacità di coordinamento e di direzione, la competenza.

Qual è stata la molla, nella sua esperienza professionale o di vita, che le ha permesso di emergere nella sua attvità?
È stata la grande passione per le cose di cui mi occupavo, il piacere di lavorare per costruire soluzioni per le persone che mi avevano affidato un compito, di vivere in una organizzazione collettiva che, con limiti ovviamente, era una comunità solidale, mi trasmetteva il senso di una missione condivisa, mi dava la possibilità di conoscere persone, idee, di crescere. Così ho maturato anche la volontà di misurarmi con ruoli di responsabilità. In questo sono stata aiutata, accompagnata, “presa per mano”; certo messa alla prova, ma con salvagenti o paracudute. Questo per quanto riguarda il mio impegno sindacale, che è durato molti anni. E poi c’era l’interesse per la politica, nato a scuola, e ancor prima, a contatto con la realtà di una cittadina come Vado, di cultura operaia, di sinistra, antifascista: la mia famiglia ha “bevuto quell’acqua”. Così, ad un certo punto del mio percorso, ho pensato che mi sarebbe piaciuto misurarmi con un incarico politico, portare lì l’esperienza che avevo fatto e le cose che avevo imparato occupandomi di giovani disoccupati prima, poi di lavoratori e lavoratrici, ed infine di pensionati.

Ha mai incontrato persone che hanno messo in dubbio la sua professionalità, in modo mal celato o palese, per il fatto di essere donna?
Ce ne sono state certamente: me ne sono preoccupata poco, per dire la verità, e quindi, probabilmente, non sempre me ne sono accorta.

Che cosa consiglierebbe alle ragazze per emergere nel mondo del lavoro?
Un tempo emergere significava eccellere, o distinguersi dagli altri, magari sgomitando un po’. Penso che oggi emergere possa voler dire, piuttosto, non stare sott’acqua, non affogare. In ogni caso, per poter far valere il proprio talento, per poter raggiungere i propri obiettivi, realizzare la propria voglia di autonomia, mi sento di dire che servono due cose: – studiare, innanzitutto, rafforzare le proprie competenze;
- “da soli non si può”, e quindi organizzarsi con le altre, e gli altri, conquistare insieme la possibilità di far valere le proprie capacità, che non appartengono solo agli “eccellenti”, che tutti hanno, anche se in misura e qualità diverse

E’ vero che le donne devono lavorare almeno il doppio per poter svolgere ruoli dirigenziali, che normalmente sono tipicamente maschili?
Di solito si dice così, ma guardiamo la cosa da un altro punto di vista: accade, piuttosto, che le donne debbano raggiungere gli stessi obiettivi con meno tempo a disposizione, e che ci riescano. C’è poi un tempo che serve a curare quelle che potremmo chiamare le relazioni del potere, un certo presenzialismo. Tempo che le donne fanno più fatica a trovare, a sottrarre al lavoro di cura; e questo, nei sistemi di potere che vigono, almeno qui da noi, crea un handicap.

L’etica del lavoro quanto è importante per emergere?
L’etica del lavoro è molto importante. I modelli dominanti, da tempo, sono invece improntati piuttosto alla spregiudicatezza, alla competizione senza regole. Penso che questo tempo possa finire, che ci sia la speranza che l’etica del lavoro sia vincente. Per le donne sarebbe un vantaggio.

Come è riuscita a conciliare gli impegni lavorativi con le esigenze della sua famiglia?
Sono stata aiutata dalla mia famiglia, soprattutto per tirare su i figli, mio marito se n’è occupato molto, le nonne hanno fatto la propria parte; Vado, dove vivo da sempre, ha una tradizione di attenzione e investimento sui servizi per l’infanzia: abbiamo utilizzato, a Vado e a Savona, tutta l’offerta di servizi disponibile. Quando ne ho avuto bisogno, la mia organizzazione mi ha dato la possibilità di “correre a casa”. E poi ci ho messo del mio…

Il fatto di essere donna influisce nei suoi rapporti con i suoi dipendenti?
Non ho mai avuto dipendenti, in senso stretto. Ho coordinato il lavoro di altri, con responsabilità di direzione, questo sì. Qualche uomo “mi pativa”, non c’è dubbio. Ma altri mi hanno aiutata e riconosciuta nel mio ruolo. In ogni caso, più di quanto io stessa lo voglia ammettere, ho incontrato comportamenti segnati da modelli maschilisti, paternalistici magari, o subdoli. Ho cercato nella relazione con altre donne, nella ricerca del valore della nostra “differenza”, una risposta non ripiegata, non vittimista.

Ha semre pensato al lavoro come a una priorità oppure questa scelta è maturata durante la sua crescita personale?
Non ho mai immaginato la mia vita senza un lavoro che mi desse autonomia, e soddisfazione. Sono stata fortunata ad averlo.

Dovendo scegliere i suoi collaboratori, si baserebbe solo sulla meritocrazia?
Qualche volta i miei collaboratori non li ho scelti, qualche volta sì: in questo caso ho dato importanza al rapporto di fiducia (fiducia, non fedeltà), alla volontà di mettere a disposizione del lavoro collettivo il loro impegno e il loro ingegno. In generale, meritocrazia è un termine che non mi piace; mi piace valore, talento. Il merito è la misura che gli altri danno al valore, il metro con cui gli altri ti misurano: dipende dal metro, spesso non è 100 centimetri per tutti. E poi il potere (kratos) non può essere assegnato solo a chi ha merito, sottintendendo, in definitiva, che è cosa per pochi: tutti devono avere gli strumenti per contare, in modo consapevole, per la propria quota, anche chi è meno dotato.

Cosa spinge gli uomini, prima non violenti, a diventarlo nel rapporto con la propria donna? Mania di possesso? Cosa può suscitare il raptus omicida?
L’idea del raptus è fuorviante. L’uccisione delle donne da parte dei loro uomini è preceduta da minacce e violenze. L’idea del possesso, dell’avere a disposizione, il non sopportare l’autonomia, il non concepire la vita di quella donna al di fuori del proprio controllo: tutto questo non “esplode” improvvisamente. Il fatto che ci siano spesso tanti episodi che precedono il femminicidio e che siano sempre di più denunciati dalle vittime, ci dice quanti margini di intervento ci siano per evitare i fatti più tragici. Ma c’è una prevenzione più profonda, pensiamo solo al fatto che i bambini che assistono a violenza o la subiscono diventano spesso, a loro volta, violenti.

In tempi recenti è aumentata la violenza sulla donne?
Da un lato, aumentano le denunce, emerge un fenomeno che prima era più nascosto; aumenta anche la consapevolezza del fatto che si subisce un sopruso, che “non è giusto”, che si deve e si può reagire, per sé e per i propri figli.
Dall’altro lato, è possibile che la crescita dell’autonomia delle donne sia mal sopportata da uomini che vivono il rapporto con la propria compagna con il senso di dominio e di possesso.

Come mai non si riesce a contrastare questa forma di violenza? Perché le donne non denunciano l’aggressione?
C’è bisogno di rafforzare gli strumenti che ci sono e di costruirne di nuovi; a questo si è pensato approvando in Parlamento il recepimento della convenzione di Istambul e la nuova legge contro il femminicidio. Sono strumenti di varia natura (inasprimento ed effettività delle pene, sostegno alle vittime, accoglienza, formazione, per farli funzionare ci vuole un grande lavoro di informazione, di sensibilizzazione, di formazione degli operatori sociali, sanitari, della giustizia delle forze di polizia, del sistema educativo, dei media. La grande difficoltà sta nella relazione, nel legame tra le donne vittime e gli uomini violenti, nella difficoltà a denunciare il proprio compagno, una persona cui si vuole anche bene, oppure nella paura, per sé o per i figli, la paura che la violenza si rivolga anche contro di loro o che i figli possano essere allontanati.

I ruolo della donna e il concetto che si ha di essa cambiano a seconda delle culture? Può la violenza essere sopportata maggormente a seconda della propria cultura o religione? E’ percepita allo stesso modo o diversamente nelle varie religioni?

La violenza di genere è diffusa in tutto il mondo, attraversa tutte le classi sociali, sta nella relazione tra uomini e donne e non in modelli culturali o religiosi. E d’altra parte, però penso si possa dire che una società aperta, in cui la libertà, l’autonomia, l’autodeterminazione delle donne è un valore, aiuta ad affrontare le cause della violenza maschile, a prevenire, a coltivare relazioni sociali ed affettive positive.

Perché molti uomini non sanno affrontare il rifiuto, se non reagendo violentemente? Quali possono essere le cause? La violenza psicologica rispetto a quella fisica ha conseguenze più o meno gravi sulla personalità e sul comportamento futuro della vittima?
Sono questioni che meritano approfondimento e risposte anche di carattere scientifico. Due spunti: tra le vittime ci sono anche le vittime della “violenza assitita”, ragazzi, bambini e bambine anche molto piccoli, che avranno la propria vita segnata; la violenza psicologica è più difficile da riconoscere come tale, usa il senso di colpa, di inadeguatezza della donna. La coscienza di sé, del proprio valore, ilmsenso di responsabilità inteso non come disponibilità a sopportare tutto, ma come responsabilità verso se stesse e verso i figli che dalla violenza domestica vanno difesi, ribellandosi ad essa. Ma non è affatto facile. Ci sono possibili “sentinelle”, gli insegnati dei figli, i medici di medicina generale, che possono avvertire il disagio ed aiutare ad uscirne.

Non dovrebbero essere resi obbligatori dei corsi di autodifesa per le donne?
I corsi di autodifesa rinviano alla difesa “dagli sconosciuti”. Le violenze sono, per la grandissima parte, inflitte dal compagno di vita, dal marito o fidanzato o ex tale. Forse a corsi di autodifesa dobbiamo pensare, ma di altro genere, quelli che possano dare la forza di rendersi conto, di reagire, di denunciare. E corsi di autodifesa per gli uomini, “da se stessi” in un certo senso. L’educazione al rispetto, l’educazione sentimentale, coltivare modelli di condivisione, di autonomia, ecco questo va insegnato ed imparato. A tutte le età.


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