Abbassare i toni? Alzare il tono, piuttosto.

il 24 novembre 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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La semplicità dei messaggi, la possibilità di fare capire l’essenziale in poche parole, è importante. Altro discorso vale per la semplificazione delle cose che sono di per sé complesse: è una abitudine frequente, in questa fase politica; non va bene perché riduce la possibilità di capire i processi reali e le loro cause, di elaborare un pensiero capace di cambiare le cose, di migliorarle. Dovremmo provare a non farci prendere da questa moda, anche perché la crisi della rappresentanza politica non è finita, la bassissima affluenza alle urne nella giornata di ieri ne è una prova
Si discute tanto delle infelici “battute”, frasi in libertà, che ci tocca ascoltare un giorno sì e l’altro anche, a proposito del lavoro e del rapporto tra il sindacato e il governo. Quel che mi dà da pensare non è tanto che qualcuno si lasci sfuggire dalla bocca che la segretaria della Cgil è eletta con tessere false, o che proclamare scioperi sia una specie di sport, oppure, d’altro canto, che Renzi sia sostenuto da disonesti (o non sostenuto dagli onesti), o che il Pd sia “contro i lavoratori”. Mi preoccupa, e vorrei che di questo si discutesse, quel che sta “dentro” quelle frasi.
Il tema non è essere più diplomatici o cortesi, ma affrontare la sostanza delle cose e alzare il livello del confronto.
In una parte del Pd c’è un pregiudizio, alcuni noni conoscono né la storia presente, né quella passata dei sindacati; si percepisce una distanza dell’opinione pubblica anche da quella forma di rappresentanza, distanza che c’è davvero, e la si interpreta nel peggior modo possibile.
Fare diventare un’altra volta l’art. 18 il simbolo del bene o del male e alimentare la polemica con il sindacato (l’ha scelto Renzi, e gli altri dietro, a capofitto) è stato sbagliato, per diverse ragioni. Un gruppo dirigente sindacale che fa fatica (non da ora) a fare i conti con la propria crisi di rappresentanza e con l’invecchiamento del proprio modello, in questo modo può tranquillamente vivere di rendita ancora per un po’; l’innovazione può attendere.
E’ un dovere, ed un interesse, di chi governa conoscere la condizione e i pensieri delle persone che lavorano o che non riescono a lavorare: il loro disagio è materiale e morale insieme; se si si esprime in modo organizzato e nelle forme consuete dell’iniziativa sindacale è una gran bella cosa, per tutti.
L’altra conseguenza è che esce di scena il tema vero, come recuperare la deriva che ha consumato diritti e tutele, del lavoro dipendente ed anche del lavoro autonomo: di tutto questo la disciplina dei licenziamenti individuali è solo una parte, per quanto importante in sé e altamente simbolica.
Consentire che la Delega Lavoro uscisse dalla Camera, come era arrivata dal Senato, con il voto di fiducia, con il Parlamento fuori gioco, ora e poi nella definizione dei decreti delegati, avrebbe chiuso il cerchio. Abbiamo provato a tenere aperto il gioco, modificando il testo con un compromesso, che sarà pure discutibile, ma che ha questo senso. Il grosso del lavoro è ancora da fare: ce n’è per noi, e ce n’è per le organizzazioni dei lavoratori e delle imprese. Per dire la loro sulle regole, ma non solo: se il lavoro costerà meno alle imprese, soprattutto il lavoro a tempo indeterminato, ci saranno più o meno spazi per la contrattazione? Il contratto a tempo indeterminato come forma comune di rapporto di lavoro non è cosa che si faccia per decreto; e però oggi non si tratta semplicemente di riportare tutti ad un tipo di contratto perché quello è più tutelato, ma di riscrivere le tutele che devono essere assicurate a tutte le forme di lavoro, con i costi che comporta.
La crescita economica è essenziale per produrre ricchezza e poterla redistribuire, soprattutto attraverso nuove occasioni di lavoro. La ripresa tarda ad arrivare per diverse ragioni: se non si interviene anche sulle regole e sui costi, e se non si ridà spazio al negoziato nei rapporti di lavoro, non è detto che la crescita, quando arriverà, si tramuti in aumento dell’occupazione e del suo valore.


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