Allargare le tutele e superare le differenze di diritti nel lavoro

il 20 settembre 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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La posizione di Renzi sulle tutele dai licenziamenti ingiustificati è sbagliata. La Cgil reagisce come ci aspetta che faccia: è questo il problema. So bene che i sindacati si sono occupati e si occupano anche dei lavoratori più fragili; nessuno ricorda mai che le prime coperture previdenziali per i Co.Co.Co se le è ha inventate la Cgil, strappandole nelle difficili trattative con il Governo sulla riforma previdenziale negli anni Novanta.
Ma conta come le cose vengono rappresentate, in questa nostra epoca. Ridurre la discussione, ed anche lo scontro, alla questione licenziamenti, anzi alla parola magica “articolo 18” è una trappola, l’albero a cui si vorrebbero fare impiccare quelli della mia generazione sindacale e politica.
La sfida è su come allargare le tutele e superare le differenze di diritti nel lavoro: riguarda il come iniziano i rapporti di lavoro, come si regola il loro svolgimento e anche come finiscono, non si sfugge a questo tema, con il comodo benaltrismo di molti.
Ci sono in tutto questo questioni di valore, e non semplicemente di convenienza nei rapporti tra le parti, non c’è solo un contenuto economico.
Nel testo di legge delega varato dal governo per le partite IVA non c’era nulla; la riforma degli ammortizzatori sociali era prevista a costo zero, con il risultato che per dare a chi non ha niente bisognerebbe togliere a chi ha poco; per il contratto di inserimento al lavoro a tutele crescenti non era previsto alcun incentivo, né che sostituisca le troppe forme tipologie di contratti. Limiti evidenti, che devono essere l’oggetto esplicito e riconoscibile della battaglia che facciamo in Parlamento e, credo, del confronto politico e sindacale.
Insieme alla conservazione, ed estensione, se di estensione di tutele vogliamo parlare, della protezione di lavoratori e lavoratrici dai licenziamenti senza motivo: un licenziamento senza motivo è basato sulla discriminazione di quel lavoratore, o (spesso) lavoratrice. E’ giusto, nel senso pieno del termine, che chi lo attua non se la possa cavare con un po’ di soldi. Chi può sostenere il contrario? Nel dopoguerra si discriminavano gli iscritti al PCI e alla CGIL. Oggi le ragioni della discriminazione sono spesso altre, alcune antiche, altre nuove, spesso camuffate da ragioni economiche: una lavoratrice si licenzia perché costa di più, un lavoratore anziano idem.
E’ giusto contrastare in modo forte le discriminazioni? Il modo “forte” è fare sì che quel licenziamento non sia efficace, come se “non ci fosse stato”. Altra cosa è affrontare le crisi delle aziende, quando sono temporanee e quando sono strutturali, aiutando di più sia le imprese che i lavoratori di tutti i settori.
Risorse per estendere gli ammortizzatori, risorse pubbliche per chi perde il lavoro e risorse che siano frutto dei contributi di aziende a lavoratori, in forma mutualistica, per conservare il legame tra impresa e dipendente anche nei momenti di crisi, così come già avviane in molti settori; diritti di maternità e paternità, uguali per tutti, qualsiasi sia il tipo di rapporto di lavoro; una protezione dai licenziamenti illegittimi che assomigli a quella di grandi paesi, economicamente forti: la solita Germania? Sì, ad esempio.
Se questa discussione cambia verso, avremo una terza possibilità, oltre alla alternativa tra dissociarci da scelte sbagliate, salvare la faccia come singoli parlamentari senza incidere sul risultato, oppure abbozzare.
Non consola me, e nessun altro, che sceglierei la prima. Avere una terza possibilità non serve a me, ma alle persone che provo a rappresentare.


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