Buon 25 aprile! Buona festa.

il 25 aprile 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Mi emoziona sempre parlare ai vadesi, alla comunità alla quale appartengo, non solo perché ci sono nata e ci vivo, ma perché qui ho imparato l’essenziale: e cioè che dobbiamo avere radici, sapere da dove veniamo, riconoscere e rispettare il nostro passato, e insieme affondare quello che il tempo che viviamo ci mette davanti, cercando di guardare oltre, costruendo con pazienza e concretezza gli avanzamenti possibili.

Il 25 aprile è una festa, la festa dell’Italia liberata: dalla dittatura, dalla guerra, dall’oppressione straniera. Una festa; ed anche il momento in cui ricordiamo le persone che in quella stagione così difficile hanno scelto, hanno deciso di sacrificare, alcuni tutto, la loro stessa vita, altri comunque moltissimo: ragazzi e ragazze che hanno speso gli anni dell’adolescenza e della giovinezza, anziani che hanno dedicato le forze che ancora rimanevano loro, perché pace e libertà, lavoro e democrazia fossero il fondamento della convivenza tra le persone.

Quell’esperienza porta “il segno distintivo di una utopia”, ha detto il presidente del Senato Grasso, “alimentata da un profondissimo senso del dovere e dall’ambizione di non cedere, appunto di resistere, alla violenza e alla negazione della dignità umana”

Guardare alla verità storica, senza concessioni al revisionismo, ma neppure alla retorica celebrativa, ci aiuta a capire dove e perché sia nata l’eredità più importante della lotta di liberazione: una nazione liberata, e la Costituzione repubblicana.

Cosa è utile ricordare?

1. La Resistenza non nasce dal nulla: il contrasto al fascismo, all’ingiustizia, alle discriminazioni, nasce con il fascismo stesso e si sviluppa lungo un percorso travagliato, con alterne vicende, per oltre vent’anni

2. La Resistenza non è stata un fatto di pochi, l’azione di una élite di eroi o di giovani ribelli avventurosi; è stata anche un fatto di popolo. Certo, molti hanno tollerato la dittatura, si sono voltati dall’altra parte, o hanno collaborato esplicitamente; e tuttavia la risposta militare, l’azione armata dei resistenti, non sarebbe stata possibile se tutta una parte della popolazione non avesse partecipato, rischiando molto, con senso di umana solidarietà verso i combattenti, ma anche con la consapevolezza che un sistema fatto di miseria, di guerra, di repressione andava battuto, superato, cacciato.

3. Questa partecipazione, in tante forme, anche diverse ha fatto sì che la Liberazione e poi la ricostruzione, non solo materiale, del Paese si fondasse sul concorso di orientamenti politici, culturali, ideali diversi, una condivisione che proprio nella scrittura della carta costituzionale mostrò la capacità di compromessi alti, consegnandoci un quadro straordinario di valori, di diritti, di regole condivise

4. Tra tutti questi apporti, un ruolo particolare lo ebbero i lavoratori. Ci sono stati intellettuali, imprenditori, professionisti, sacerdoti che hanno dato contributi straordinari all’antifascismo e alla lotta di liberazione, ma la forza collettiva che più di ogni altra ha esercitato una funzione nazionale e politicamente decisiva è stato il lavoro, gli uomini e le donne delle fabbriche, con la loro rappresentanza sindacale e politica. Tanti hanno pagato con la deportazione quelle scelte. E tanti sono stati anche protagonisti della difesa dei macchinari dalla distruzione ad opera dei nazisti in fuga, perché sapevano che un futuro ci sarebbe stato solo se loro avessero difeso, come hanno fatto, gli impianti e la possibilità di lavorare e produrre dopo la fine della guerra.

5. e ancora: gli italiani sono un popolo che è stato capace di fare salire al potere il fascismo con “libere elezioni”, ma che poi è stato in grado di liberarsi anche con le proprie forze, e non solo con l’azione degli Alleati: questo ha consentito, al dunque, di non essere solo una nazione sconfitta.

Che cosa ne abbiamo fatto di quella azione liberata, di quella eredità?

Certo, dobbiamo sapere fare i conti con la realtà, vedere lucidamene i limiti, gli arretramenti, e pure i fallimenti, delle risposte che via via abbiamo provato a dare ai problemi, oltre a molte cose buone che hanno cambiato in meglio la vita delle persone: Ora abbiamo la netta percezione che le generazioni che verrano staranno peggio di quelle che le hanno precedute: il mondo, così rapidamente mutato, ha spiazzato anche le nostre convinzioni, le categorie con cui cercavamo di interpretare la realtà; di fronte a questo, abbiamo il dovere di non arrenderci, di superare il disincanto che prende tanti adulti, o la mancanza di speranza e di futuro che sentono tanti ragazzi e ragazze.

La vera difficoltà, oggi, è dare fiducia nella possibilità (che c’è davvero) di migliorare la condizione delle persone e di avere una prospettiva, una speranza per l’avvenire; e non negarci che i problemi sono ancora tanti e chi li vive non è disposto a buttare il cuore oltre l’ostacolo: insomma, non possiamo dire a cuor leggero “c’è la ripresa” a persone che non ne stanno ancora misurando gli effetti positivi, perché continuano a non lavorare, perché si sono impoveriti, perché non hanno un reddito decente. Eppure una luce si vede, e dobbiamo alimentarla anche dando fiducia.

La nostra società, le persone, esprimono un grande bisogno di cambiamento: cosa e perché alle volte non è così chiaro.

Questo bisogno deriva da errori delle classi dirigenti, non solo della politica; ma deriva anche da condizioni oggettive profondamente mutate: la dimensione nazionale ha perso parte del suo significato; lo stato viene percepito distante e oppressivo perché non è sentito più come utile; e poi pensiamo al lavoro, che non solo manca, ma è tanto cambiato, e a tante altre cose.

Dobbiamo saper interpretare quel bisogno, rompere degli schemi, fare saltare rendite di posizione

La capacità di accelerare, di rompere con il passato è necessaria. Ma non è sufficiente a ridare una prospettiva solida di benessere materiale e di nuova etica pubblica. C’è bisogno di ricostruire un’idea di società: un lavoro paziente, per ridare credibilità alle istituzioni, stima e fiducia nella rappresentanza politica e sociale.

Per farlo, possiamo trovare ispirazione, insegnamenti e strumenti nel patrimonio che la storia di cui stiamo parlando oggi ci consegna .

a) Innanzitutto, la società che vogliamo deve ancora, e ancora di più, essere “fondata sul lavoro”, come è scritto nell’art. 1 della Costituzione: sul lavoro in tutte le sue forme, del dipendente, del professionista, di chi fa impresa e crea ricchezza, sul fatto che la ricchezza si crea con la fatica e con l’ingegno delle donne e degli uomini e non con i soldi che fanno soldi.

La finanza, da strumento è diventata “signora” dell’economia, spostando e concentrando non solo la ricchezza, ma anche il potere.

Non si rovescia questo schema facilmente; nonostante le crisi ed i fallimenti che ha registrato quel modello, appare ancora vincente.

b) Un modo diverso, altro, “un altro mondo”, è possibile: non lo possiamo costruire nei confini stretti di una nazione, non si può fare a meno di una dimensione europea

Intanto, non dobbiamo dimenticare che la nascita e la progressiva costruzione dell’unione europea è servita “a garantire la pace nel cuore dell’Europa”; è un valore enorme, eredità della lotta al nazi-fascismo e della sua sconfitta.

Ma dobbiamo superare i limiti dell’esperienza dell’unione europea; una politica solo “di austerità” ha costretto molti paesi ad arretrare; oggi l’Italia sta combattendo una battaglia, tutt’altro che facile, per fare prevalere in Europa scelte orientate alla crescita dell’economia, per fare sì che un ambito più grande e più forte del singolo paese sia lo strumento che fa stare meglio ciascuno di quei paesi.

L’Europa ha tardato anche a farsi carico di un problema che il nostro paese affronta da tempo e che si sta amplificando e diventando sempre più drammatico.

Le guerre, le persecuzioni, la fame che ancora colpiscono tante persone nel mondo stanno spingendo fuori dai loro Paesi milioni di persone.

Nel corso degli anni, tante persone sono arrivate da altri paesi per venire qui a lavorare, a vivere qui, garantendo alla nostra società che invecchia nuove generazioni di lavoratori, nuove famiglie.

Ma in questi mesi l’acuirsi dei drammi e dei pericoli che attraversano l’Africa e l’Asia, lo svilupparsi di un fondamentalismo terrorista che usa la religione a fini di potere e di dominio e che vuole “farsi stato”, moltiplicano il fenomeno delle persone che fuggono, e nella loro fuga sono vittime di nuovi drammi.

L’Italia, l’Europa, la comunità internazionale, devono agire per risolvere i problemi là dove si generano e per consentire a quelle persone di rimanere in pace nelle loro terre; ma ora va affrontato un gigantesco problema umanitario; c’è chi dice aiutiamoli a casa loro: la loro casa non c’è più, nei posti dove vivevano non c’è più nulla

Sono profughi da sottrarre alla speculazione degli scafisti e al pericolo di morire a centinaia alla volta; l’Italia ha fatto molto, non possiamo rimanere soli. Mentre altri muri vengono costruiti per fermare l’arrivo dei profughi per via di terra.

E’ il 25 aprile, proviamo a pensare a ciò che il nazismo e il fascismo hanno portato con sé: l’odio razziale, la demonizzazione del diverso, fino alla persecuzione e allo sterminio: gli ebrei, prima ancora i comunisti e gli oppositori politici, gli omosessuali, gli zingari: il seme dell’odio che porta prima alla discriminazione e via via alla persecuzione, nasce prima, in modo subdolo.

Solo una società che accoglie dà sicurezza sia a chi vuole poter vivere tranquillo nella propria città, sia chi arriva qui da altri paesi, spesso da luoghi in cui lascia miseria e privazioni.

Non è facile, le contraddizioni vanno riconosciute e affrontate.

Dobbiamo combattere chi fa della paura del diverso un modo per dividerci, indebolirci, tenerci chiusi nelle nostre case.

Nel frattempo, il terrorismo internazionale cerca di portare la paura nelle nostre città, l’insicurezza quotidiana nelle nostra case: chiuderci, cambiare il nostro modo di vivere per paura, significherebbe arrendersi a quella minaccia, fare vincere quel buio.

La difesa delle nostre democrazie, ma anche la capacità di innovarle, di adeguarle al tempo presente, e lo strumento pre non arrendere a quegli attacchi, per respingerli.

Ma non dobbiamo chiuderci.

Viviamo in un mondo che si rimescola: i giovani girano l’Europa, gli altri continenti, non solo per necessità, ma per studio, per opportunità di lavoro, con una facilità sconosciuta alla nostra generazione.

Era uno di loro, non possiamo non pensarci, Giulio Regeni, ricercatore, studioso. Ci siamo sentiti, di fronte a quella tragedia, innanzitutto madri e padri; ma abbiamo pensato anche ad un ragazzo torturato ed ucciso come tanti ragazzi e uomini e donne dell’antifascismo e della lotta di liberazione. La ricerca della verità sulla sua morte è un dovere, senza subordinate, del nostro Stato. Sarà importante per avere verità e giustizia esercitare con autorevolezza nel consesso internazionale.

E dunque, il nostro futuro, per fare onore alla nostra storia, è nel cambiamento

Per progredire, dobbiamo innovare anche le nostre istituzioni: con attenzione e cautela, e rispetto. Ma non dobbiamo avere paura di dire anche che ci sono cose scritte nella seconda parte della Costituzione che possono essere cambiate perché servono nuovi strumenti per attuare la prima parte della Costituzione.

La nostra Carta fondamentale non descrive soltanto l’esistenza di diritti e di libertà, ma prevede che sia compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’effettivo esercizio di quei diritti e di quelle libertà. E’ questo il contenuto più moderno e più duraturo della Costituzione; lavorare su questo, sul come, nell’evoluzione che via via interessa la nostra società, si capiscono e si rimuovono quegli ostacoli, che, anch’essi, mutano con il mutare del contesto, è l’eredità non retorica che la “Costituzione nata dalla Resistenza” affida alle generazioni di oggi e di domani.

Il testo della nostra Costituzione ci dice che si può, e come si deve fare, per modificare ciò che è legittimo e utile modificare. E’ a questo che abbiamo lavorato in questi mesi.

La prima parte della Costituzione rimane tale e quale, in tutta la sua forza e nella sua capacità di vivere oltre il contingente, oltre i cambiamenti di fase politica, accompagnando i mutamenti sociali ed economici.

Cambieranno gli strumenti con cui la politica dovrà garantire l’attuazione di quei principi.

Il testo approvato non è una soluzione perfetta: si sarebbe potuto fare meglio? Sì.

Non è esattamente quella che avremmo voluto; ma nessuno sta “stracciando la Costituzione”, non si stanno tradendo i principi e il sistema di garanzie. Io mi sento di dirlo in tutta onestà: proprio perché la discussione c’è stata, il testo è stato modificato, e migliorato in molte parti.

Ed se è negativo il fatto che l’approvazione delle modifiche sia stata alla fine votata dalla maggioranza parlamentare e poco più, e non da un arco più ampio di forze, a questo c’è un solo rimedio: dare la parola, che sarà vincolante per il Parlamento, al popolo italiano, con il referendum costituzionale che si terrà in autunno, e che deve già da ora vedere tutti noi impegnati a studiare, a discutere, a chiarire.

Io, per questo, ho deciso di essere tra i parlamentari che hanno sottoscritto la richiesta di convocazione del referendum: non solo i parlamentari delle opposizioni, ma anche proprio chi l’ha votata e vuole verificare con i cittadini e le cittadine la bontà di quelle scelte.

E ancora, per questo, penso che i comitati per il Si non dovranno essere strumenti di propaganda (come quelli per il No non dovranno essere strumenti di delegittimazione del Parlamento), ma sedi di dibattito, di vero confronto, aperto, approfondito, chiaro. Io questo farò, questo mi impegno a fare, con voi, proprio oggi, che è il 25 aprile.

Il primo obiettivo delle modifiche costituzionali è il superamento del bicameralismo paritario, cioè una legge approvata in un ramo del parlamento ha lo stesso, complesso, iter nell’altro e ogni modifica in uno dei due due comportante il provvedimento torni all’altro, duplicando i tempi ed esponendo le leggi al balletto di due assemblee elettive che possono aver maggioranze più o meno parche e solide: e visto da vicino è davvero un ostacolo a fare bene per il potere legislativo

I parlamentari saranno di meno. Il Senato sarà composto da consiglieri regionali e sindaci, con un sistema di scelta delle persone che rispetterà la volontà degli elettori, pur non essendo la loro una elezione diretta.

Avremo una procedura più semplice per fare le leggi.

E poi, maggiore chiarezza nella separazione dei compiti e dei poteri tra stato e regioni, la sovrapposizione che c’è ora ha prodotto contenziosi e più burocrazia per i cittadini.

E’ reso più facile il raggiungimento del quorum nei referendum abrogativi, e ci saranno nuove norme per referendum propositivi.

La legge elettorale, che accompagna la riforma costituzionale, prevede un premio di maggioranza che garantisce la solidità e la continuità di governo a chi vince le elezioni. Ci sono obiezioni; è una questione che va maneggiata con cura, per non sacrifica all’efficienza altre cose rilevanti. Ma il fatto che le istituzioni funzionino davvero, non solo per discutere, ma per decidere, è condizione per due cose importanti: recuperare fiducia da parte dei cittadini e contrastare il populismo, che si nutre delle difficoltà di funzionamento della nostra democrazia rappresentativa; essere autorevoli nei confronti dei partner europei e internazionali.

Nelle modifiche alla Costituzione è previsto l’obbligo di rispettare la rappresentanza paritaria di donne e uomini.

Ecco, quest’anno è anche il settantesimo anniversario del primo voto delle donne, prima alle elezioni amministrative e poi all’Assemblea Costituente.

Parliamo dei “padri”, troppo poco delle “madri costituenti”: una di  loro Angiola Minella è stata eletta in provincia di Savona.

Le donne della resistenza, le madri costituenti, hanno trasmesso a noi, figlie e nipoti di quella storia, un’eredità di contenuti e di insegnamenti.

Noi, se pensiamo a loro, ci sentiamo “piccole piccole”, non all’altezza; ma il primo loro insegnamento è stato proprio quello di imparare ad assumersi una responsabilità, ciascuna nella fase e per le cose che la fase della storia in cui viviamo ci mette di fronte.

Quelle donne sono donne che hanno scelto, in momenti in cui non era affatto facile, in cui alle donne soprattutto non era richiesto: non erano chiamate come gli uomini a vestire obbligatoriamente “una divisa”.

Quelle donne hanno assunto un rischio; e loro lo hanno fatto in momenti in cui il rischio era la vita, spesso dopo sofferenze atroci.

Le donne che hanno conquistato per sé e per le altre il diritto a votare e ad essere elette, appartengono ad una generazione che ha avuto la propria formazione politica proprio nella militanza antifascista e nella guerra di liberazione: lì hanno maturato una autorevolezza, oltre che una competenza.

Il contributo delle donne alla Resistenza ci fu anche nell’ambito militare, del combattimento in senso stretto; ma si realizzò soprattutto nelle funzioni che sono sempre state considerate di supporto, di collegamento, logistiche: la trasmissione delle informazioni, il trasporto delle armi, la cura delle persone più esposte, il soccorso.

Per dare davvero valore a quell’impegno noi dobbiamo sapere vedere il valore in sé di quelle funzioni, non considerarle noi stessi come fossero ancillari, minori: un valore della differenza, e della pari dignità, che non vuole dire necessariamente e solo “fare le stesse cose”, che quelle donne hanno portato oltre la lotta di liberazione, nel loro impegno sociale e politico del dopo guerra.

L’interrogativo che resta è: la consapevolezza di sé delle donne, e la coscienza collettiva del valore della differenza e dell’uguaglianza, hanno fatto passi in avanti che possiamo considerare consolidati? Abbiamo vissuto e viviamo arretramenti, e novità: una ricerca ed una sfida che non è certo finita

Qualche anno fa un giornalista, proprio a proposito delle celebrazioni del 25 aprile, ha detto: “chi ha dei ricordi veri li custodisca, senza guastarli con i paroloni commemorativi”. Li custodisca e li tramandi, come hanno fatto e ancora stanno facendo i partigiani di Vado, con il prezioso lavoro dell’Anpi, a partire dalle scuole; Anpi che ha saputo aprirsi per tempo a nuove generazioni di militanti.

E c’è la memoria dei deportati, delle vittime delle persecuzioni razziali e delle persecuzioni politiche, che anche l’Aned rappresenta.

Non è facile passare il testimone, tenere insieme la fedeltà a principi e valori e la capacità di comprendere e realizzare il cambiamento; non è facile farlo trasmettendo un messaggio di fiducia, di leggerezza.

C’è una frase di Antonino Caponnetto che può aiutarci almeno a “dirlo”

“Ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici; ma diventate partigiani di questa nuova resistenza”, quella dei valori, quella degli ideali. “Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare, e di agire da uomini (e donne) liberi e consapevoli.”

Buon 25 aprile! Buona festa.

Viva i partigiani. Vivano le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze che sapranno trovare la propria strada per costruire l’avvenire


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