Chi lavorerà nelle imprese che si insedieranno nell’ aera di crisi?

il 3 maggio 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Chi lavorerà nelle imprese che si insedieranno nell’ “area di crisi”, con quale dote di formazione o di aggiornamento professionale, chi farà incontrare la domanda e l’offerta di lavoro?
Invitalia ha fissato i termini entro cui le aziende interessate ad utilizzare i vantaggi previsti per l’area di crisi complessa del savonese potranno presentare le loro richieste e progetti. Ne dà conto oggi il Secolo XIX.
Molte di queste aziende hanno già presentato manifestazioni di interesse nei mesi scorsi: anche su quella base si dovrebbero profilare le esigenze di manodopera e professionalità, nei numeri e nelle caratteristiche.
Le persone che hanno perso il lavoro nel savonese hanno potuto usufruire di proroghe degli ammortizzatori sociali, non solo della cassa integrazione per chi ha ancora un posto di lavoro dentro una azienda, ma anche della mobilità per i disoccupati: sono stati compilati elenchi, non sono degli sconosciuti. Insomma, ci sono tutti o quasi gli elementi per impostare quelle che si chiamerebbero “politiche attive del lavoro”, e che dovrebbero riguardare sia chi ha perso la propria occupazione, sia i giovani usciti dalla scuola o dall’università: una parte delle professionalità necessarie si potranno trovare tra di loro, ed è giusto che anche i ragazzi e le ragazze possano considerare le opportunità per l’area di crisi come qualcosa che li riguarda.
Le procedure prevedono che le aziende debbano assumere per una quota di persone con certe caratteristiche. Ma quelle stesse persone, questo rimane il “buco” che non abbiamo saputo colmare in questi anni, né con le norme scritte, né con l’azione politico amministrativa, dovrebbero fare parte di un “bacino di manodopera” ben identificato, per poter valutare cosa sanno fare e cosa devono imparare a fare per poter accedere alle nuove occasioni di lavoro che si creeranno.
Per chi ha perso il lavoro c’è un altro aspetto da sottolineare ancora una volta: in questi anni l’assenza di questa dimensione “collettiva” e con una regia delle istituzioni, li ha fatti sentire soli, in balia degli eventi, soli a cercarsi una alternativa, a capire se e quando avrebbero potuto andare in pensione, ad aspettare mesi di ricevere in ritardo dall’INPS le indennità di mobilità con cui tanti di loro hanno messo insieme il pranzo con la cena. I sindacati se ne sono occupati, ma non poteva bastare.
Le responsabilità maggiori ricadono sull’istituzione che ha competenza in materia di politiche attive del lavoro, cioè la Regione, che tra l’altro si è ben guardata dal coinvolgere l’Agenzia Nazionale per le Politiche del Lavoro, che pure lei una mano avrebbe potuto/dovuto e ancora potrebbe darla.
Non è mai troppo tardi: nei prossimi giorni ci saranno occasioni di incontro tra la Regione e i soggetti che nel nostro territorio hanno voluto, sostenuto ed animato la costruzione delle opportunità per l’area di crisi.
Mi permetto di suggerire, da persona che ormai si occupa d’altro, che questo sarebbe un tema da mettere all’ordine del giorno.


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