Con le mani nel cotone. Il romanzo di Giada Campus

il 15 marzo 2019 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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“Con le mani nel cotone” di Giada Campus è un bel romanzo, anche al di là dei significati e dei “messaggi”. Bello da leggere, che riesce a “lasciarti di stucco”.

La narrazione in prima persona è molto efficace nel far sentire che con il suo romanzo Giada vuole proprio dare voce ad una donna e alla sua storia, ai passaggi attraverso i quali costruisce la propria identità, guardandosi intorno e guardandosi dentro, e li racconta.

Anche i piccoli inserti di termini dialettali offrono un “di più” di autenticità.

Ed è davvero poetica  la descrizione di certi luoghi e delle stagioni che li attraversano:

“ la coda bagnata dell’inverno agli sgoccioli”, gli orti che sembrano vivi, i muretti a secco, gli alberi spogli e secchi che aspettano dritti dritti che la primavera li rivesta; il verde brillante della primavera.

E così anche i significati e i messaggi arrivano dove devono arrivare, “alla testa e al cuore” del lettore.

I significati e i messaggi, dunque.

Il lavoro come strumento e luogo (fisico e “metafisico”) del riscatto è uno dei significati più forti ed anche più espliciti.

In qualche modo, il lavoro è anche la cifra che distingue uomini da altri uomini: c’è il babbo che, “nonostante i suoi difetti”, “ha sempre rispettato lavoro e fatica”; da cui Franzisca ha ereditato “l’entusiasmo e la passione per le cose di lavoro e per la società di noi poveracci”. Anche se è il babbo che l’ha tradita, e che redime, alla fine, quella colpa, ma solo perché trova una figlia che si è messa lei nelle condizioni di superare la distanza abissale che il padre aveva messo tra lui e lei, assecondando prima i pregiudizi “della gente” e poi decretando la sua condanna, con il matrimonio imposto. Era socialista, ci dice Franzisca, ma “per modo di dire”, perché per lui come per Gavino, lei è “femmina e non (può) lavorare perché non sta bene davanti alla gente”

Ma il babbo ha sempre rispettato lavoro e fatica, e ha lavorato e faticato, pure lui in condizioni durissime.

E invece Gavino , oltre a tutte le altre orribili cose, è anche un pelandrone; così come la caratteristica del’ Anton Giulio, quello strano vicino di casa “secco come un ramo morto”, non è certo quella del lavoratore. “Due diavoli sputati via dall’inferno. Sono uno diverso dall’altro, ma pur sempre esseri non degni” di fiducia e di rispetto.

 

Certo, tutte le figure maschili sono figlie di una cultura patriarcale (uno scampolo di matriarcato però c’è, in commai Mannai): una cultura e una organizzazione familiare e sociale, quella patriarcale, che solo la voglia di autodeterminazione delle donne riesce a spezzare, a superare, pur con velocità diverse, tra luogo e luogo, tra ambiente e ambiente: e però senza “zone franche”. “Non ti credere – le dirà Gianni Lupo, il sindacalista di Genova – anche qui gli uomini non scherzano. C’è chi si sposa per avere una serva”.

Il lavoro è dunque protagonista, insieme, anzi “a fianco” di Franzisca.

Un lavoro per nulla idealizzato: è il lavoro duro, il lavoro “vero”, che rovina le mani e i polmoni. Ma indossare la cappa celeste delle filandine vuol dire essere “stanca di lavoro e non di paura”, quella paura della violenza, della sopraffazione, dell’umiliazione che la sfiniva dentro le mura di casa.

“Tempi e ritmi” faticosi, ma che non sono più “quelli degli schiaffi”, quelli ai quali Franzisca era abituata.

E’ il lavoro che rende autonomi. E per questo rende libera una donna, perché significa autonomia economica, “per vivere da sola” anche, e pure per comprarsi “una gonna nuova o una camicetta a fiori” tutte per sé; per piacersi, per avere il diritto di piacersi.

Il lavoro rende libere perché è anche luogo di relazioni, in cui si costruisce il proprio futuro. “Ho voglia di lavorare non solo perché (…) abbiamo bisogno di soldi: io ho voglia di stare fuori di casa, parlare con altre persone e aver dei soldi per vivere la mia vita”.

Non un lavoro come un altro, ma la fabbrica, la filanda, con la bella metafora della ciminiera di mattoni “signora elegante”, e “unica in grado di comandare anche i maschi”, come sarà anche la Lanterna di Genova, e la montagna, e commai Mannai, la madrina che “sembra una montagna millenaria”.

E’ la fabbrica dove si fanno le assemblee, fuori dal capannone perché la legge 300 sta ancora nascendo, dove le persone iniziano a guardare la propria condizione, ad assumere consapevolezza, a rivendicare miglioramenti e rispetto per il proprio lavoro.

Il fascino di Gianni Lupo, il sindacalista e socialista, è il frutto del combinarsi di un piano intimo, ma anche  della sua capacità di riconoscere a Franzisca la possibilità ed il piacere di parlare insieme delle cose “pubbliche”, delle cose che riguardano la vita collettiva e la costruzione di un futuro comune.

Gianni Lupo, l’unico uomo nominato sempre con il cognome, forse proprio perché lui appartiene ad una dimensione diversa da quella della ristretta comunità: il sindacato, qualcosa che si confronta con un ambito grande e alto, come l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori. La  legge 300 che, proprio nell’attività che si racconta di Lupo, si vede bene essere frutto non solo del lavoro parlamentare, ma di un clima e di una iniziativa diffusa nei luoghi di lavoro, e non solo nelle grandi città, evidentemente: e di cui si percepisce chiaramente la “sacralità”.

Nella vita di Franzisca è evidente che l’autonomia e la libertà sono una conquista e un traguardo sempre a rischio, sempre da difendere.

Una conquista: da quando la solitudine scandisce ogni suo gesto, alle tante volte in cui “decide di vivere” nonostante tutto, e lo fa sempre “dopo eterni attimi di sconforto”, e deve “inventarsi il coraggio ogni giorno”; con la “solita ansia”, come un fazzoletto stretto attorno al collo.

E poi la forza, prima di tutto interiore, con cui “non soccombe” all’ultima aggressione: la “fame di vita” che la “rimette al mondo, potente”- “sono viva, ed è questo che importa: non ci sto più a vivere come una derelitta, non ci sto più ad essere proprietà di mio marito”.

La voglia di vivere che cresce. Sino a che accade che “la (mia) vita adesso ha un nome preciso: si chiama lavoro”, “finalmente felice e capace di mantenermi”. Un velo di serenità…. qualche chilo di serenità… La voglia di non sentirsi insicura, per non rovinare momenti belli, e nuovi; la “beata confidenza” con Gianni Lupo, che le fa dire “non sono io”, che la fa parlare “sciolta e sicura”.

“Da quando sono rinata e sento la vita che mi scalda la pelle, sto imparando ad ammettere a me stessa i miei desideri.” Quel Gianni Lupo la cui presenza la appaga e le fa “scordare le ferite” che porta “dentro e fuori questo corpo fatto da quattro ossa messe in croce”.

Eppure, tornano paure e sensi di colpa; il passato riemerge, rompendo un “equilibrio bislacco”.

E poi ancora, la grande forza di riconoscere anche il pericolo di affidarsi a “quattro lusinghe”  o ad un “eroe che la vuole salvare”: e insieme la consapevolezza che invece la pancia le dice altro, le dice che quelle che forse sono lusinghe, e quell’eroe che la vuole salvare forse perché non riesce a salvare se stesso, le scaldano il cuore.

Infine la determinazione di non farsi nuovamente richiudere nel suo passato, quando torna al “paese”, e di scegliere la gita al mare in una giornata particolare, e di tornare alla sua filanda per “ritornare a fare la vita che mi sono costruita”.

“ Non voglio dimenticare chi sono e da dove vengo, ma ora sono un’altra persona che, tornando a casa, ha paura di perdere questa nuova e ancora fragile libertà”.

E così “pianta in faccia una volta per tutte” alla sua famiglia le sue ragioni: “delle decisioni degli altri ne faccio a meno”.

Tutte scelte sofferte, per cui paga sempre un qualche prezzo.

Un tratto che caratterizza, non a caso, Franzisca: è una donna a cui piace leggere, che vuole documentarsi, leggere i giornali (mentre Anton Giulio “non ha voglia di imparare”, neppure a fare qualche lavoro di casa). Franzisca che scrive il suo quaderno, il suo diario, e lo può lasciare in giro perché Gavino non sa neanche leggere. Franzisca che da piccola andava, con il papà socialista, a sentire i comizi e poi, di nascosto, si esercitava a parlare in pubblico “proprio come gli uomini”.

“Io, senza falsa modestia, ho finito la terza media e scrivo, parlo e leggo meglio di tanti uomini”

L’autonomia di Franzisca è una conquista, e non solo per sé; è contagiosa, lo è verso la madre; prima di allora “nessuno ha mai visto mamma prendere posizioni così nette, nessuno l’ha mai sentita parlare ad alta voce”.  “Mamma ha deciso di vivere e di non seppellire la sua esistenza”

La mamma che dice “Capito bene avete? Decido io cosa fare: al momento resto a casa mia da sola”. E guarda compiaciuta quella “nuova” figlia.

Cattura


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