Contrasto alla povertà, la situazione in Liguria e a Savona

il 22 maggio 2018 | in Articoli | da Anna Giacobbe

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Il tema del “reddito”, del sostegno alle persone in difficoltà, è stato uno tra i più citati nella campagna elettorale: il Reddito di Inclusione è certamente uno dei provvedimenti che hanno caratterizzato positivamente l’esperienza di governo nella XVII legislatura, ed è anche uno di quelli per i quali quella esperienza è stata “spiazzata” e messa in discussione.

Oggi è giusto lavorare per mettere in sicurezza il “buono”, ed insieme per contribuire a correggere i limiti che ci sono stati e costruire altre risposte che sono mancate. E’ opportuno considerare due ambiti, quello dell’attuazione del Reddito di Inclusione e quello degli ammortizzatori sociali, dando per scontato che sono questioni rilevanti anche quelle relative ai livelli salariali, all’applicazione dei contratti di lavoro per i dipendenti e delle norme sull’equo compenso per i professionisti, ecc.

Il Reddito di Inclusione è partito, anche se con qualche fatica, determinata anche dal fatto che da molto tempo i servizi sociali non avevano una occasione di mobilitazione e impegno come questa, e in Liguria la Regione non ha aiutato. In Liguria, l’esclusione di adulti senza figli minori e non ancora ultra 55enni ha pesato: per gli effetti della crisi dell’occupazione, più grave che in altre regioni del nord, e per una struttura della popolazione diversa da quella di altre regioni, in particolare quelle del Mezzogiorno.
Ma al di là di questo, c’è tutta una fascia di popolazione che non si sente e non si classifica come “povera”, ma vive un livello di reddito del tutto insufficiente, o ha lunghi periodi di non lavoro, per i quali non sono sufficienti le attuali integrazioni al reddito o indennità (e che probabilmente ha visto nella promessa del “reddito di cittadinanza” la risposta che il reddito di inclusione non sembrava – e non poteva- dare).
Per questo anche di ammortizzatori sociali bisogna tornare a parlare.Con le norme approvate in questi anni, in parte hanno avuto una estensione a chi prima non li aveva (collaboratori, apprendisti, ecc.), ma per il lavoro intermittente e quello stagionale, c’è stata una riduzione di copertura. Per gli ammortizzatori tradizionalmente destinati al comparto industriale, c’è stata una riduzione, anche se nell’area di crisi complessa (Vado, Quiliano, Villanova e Valle Bormida) le proroghe sia della cassa integrazione per chi ha ancora una azienda, sia della mobilità in deroga, hanno parato i colpi.
Nell’area savonese, d’altra parte, abbiamo assistito ad un fenomeno per cui l’assenza di un sistema strutturato di politiche attive del lavoro, responsabilità essenzialmente della Regione, ha lasciato “sole” quelle persone, soprattutto quelle fuori dal lavoro, non le ha fatte sentire parte di un collettivo destinatario di strumenti per uscire dalle difficoltà (che evidentemente in questa area, se è stata riconosciuta ACIC, erano maggiori che altrove).
In ogni caso, la presenza di tante persone in cassa integrazione, e poi in mobilità, anche per periodi lunghi (con pochissime occasioni di fare anche solo dei “lavoretti”), determina una riduzione di reddito disponibile, così come accade per la diffusione di tante forme di lavoro povero.
Perché si parla tanto di “lavoro povero”? Se negli ultimi quattro anni, a livello nazionale, si sono recuperati i posti di lavoro che si erano persi con la crisi, il totale delle ore lavorate è ancora molto lontano dal livello pre-crisi (anche se un accenno di ripresa è avvenuto a partire dal 2015). Nel secondo trimestre 2017, erano ancora inferiori per ben 680 milioni, il 5,9 %del totale, rispetto ai dati di inizio 2008. Nel 2016 i lavoratori standard a tempo pieno sono diminuiti di più di un milione di unità rispetto al 2008, mentre quelli a tempo parziale sono cresciuti di 789 mila.
È vero quindi che la quantità di lavoratori è tornata ai livelli pre-crisi, ma è cambiata la composizione dei contratti, con un aumento di quelli part-time e un calo di quelli full-time. (Gabriele Guzzi e Mariasole Lisciandro)

Questo determina, oltre ad altre conseguenze, il fatto che molti lavoratori e lavoratrici non hanno una retribuzione piena, anche quando hanno un lavoro regolare.
Il calo di reddito ha interessato anche tanta parte del lavoro autonomo professionale, soprattutto per i più giovani e per le donne.

Questi elementi disegnano un quadro nel quale il problema del sostegno al reddito, e del supporto per ritrovare lavoro, vanno al di là del raggio d’azione del reddito di inclusione, e non sono risolti dal sistema di ammortizzatori sociali per come è configurato, che ha dei limiti, per non parlare dei limiti delle politiche attive, e della mancanza di rapporto tra questo insieme di ambiti.
Infatti i servizi per l’impiego sono anche uno dei problemi con cui deve fare i conti l’attuazione della legge per il contrasto alla povertà. Tra l’altro in Liguria i Sindacati hanno davvero fatto uno sforzo per collegare l’attuazione del Reddito di Inclusione alle politiche per l’occupazione, attraverso gli accordi con le associazioni delle imprese, in sede di Regione Liguria, per l’impiego di persone prese in carico dai servizi per il Re I nelle occasioni di lavoro create con l’utilizzo delle risorse comunitarie negli ambiti della difesa del suolo e dell’efficientamento energetico.
Il finanziamento per il rafforzamento dei servizi sociali che devono costruire i progetti personalizzati per è in arrivo, ma appunto deve ancora concretizzarsi; l’impressione è che l’utilizzo dei fondi comunitari, del PON inclusione, che già erano stati attivati, non sia stato all’altezza delle necessità, anche perché i servizi erano già molto indeboliti; fanno fatica a ripartire, e ad uscire da una “normale amministrazione”, che pare aver fagocitato anche gran parte di quelle risorse.

Per avere un quadro generale di riferimento, è utile anche qualche dato.
In Liguria l’incidenza della povertà relativa passa da 8,5 a 11,1 tra 2015 e 2016 (Italia del nord 5,4 > 5,7)
Gli assegni sociali, che identificano, in larghissima misura, la povertà degli anziani che ricevono “quel” reddito minimo
- in Liguria 20.032 nel 2018, 20.903 nel 2014
- a Savona 3.252 a gennaio 2018, rispetto ai 3.392 del 2014 (diminuiscono perché cambiano i requisiti)
Il Centro Studi di LegaCoop Liguria ha analizzato dati e comparato la Liguria con il Nord Ovest e le medie nazionali a proposito di una serie di indicatori: la percentuale di persone a rischio di povertà, mentre sino al 2010 è superiore, ma poi allineata con N.O., dal 2011 si è sempre più avvicinata alla media nazionale, quasi a toccarla, per scendere un po’ dal 2015, mantenendosi però sopra il 25%. Stesso andamento per l’indice di distribuzione del reddito netto familiare.
Nel momento della ripresa dell’occupazione a livello nazionale, la Liguria è stata invece in controtendenza. Tra il 2015 e il 2016 ha perso 6.500 occupati, 1,1% (Italia + 1,2%, N-O +1,1). C’è stato un aumento, nella media, dei dipendenti, ed un crollo degli autonomi. Nello stesso periodo sono aumentati gli inattivi e i NEET
Ma la Liguria perde anche popolazione: -7.500 (4,8%o, contro l’1,6%o in Italia)
Tra il 2007 e il 2012 in Liguria le ore autorizzate di cassa integrazione si moltiplicano per 4 volte, poi calano ma nel 2017 rimango quasi il doppio di 10 anni prima
Savona molto peggio della media regionale:
ore autorizzate in totale: nel 2007 erano 790.893; il picco c’è stato nel 2013 con 5.594.345. Nel 2017 erano ancora 3.731.354

Veniamo al Reddito di inclusione (dati della rilevazione di fine marzo 2018)
La Liguria è la prima regione del nord per numero di beneficiari del Re. I. ogni 10.000 abitanti: 27,3 (Campania 173, Lombardia 19,70, Veneto 10,20)
Nuclei destinatari: 1848 (rispetto ai 1316 destinatari del Sia-Sostegno all’inclusione attiva, che aveva requisiti più restrittivi); 4266 persone rispetto alle 5099 del Sia. La dimensione media dei nuclei si riduce, con una crescita dei nuclei di una persona sola e di due (ultracinquantacinquenni disoccupati) – a dicembre le domande erano 871.

15 maggio 2018 i ministri Poletti e Padoan hanno firmano il Decreto che trasferisce ai territori le risorse per il rafforzamento dei servizi per l’inclusione sociale, sulla base dell’intesa in Conferenza unificata del 10 maggio:
Per la Liguria: 5.331.200 di euro dal fondo povertà, e 1.655.260 euro a valere sul PON inclusione, per un totale di quasi 7 milioni di euro (6.986.459,33, per la precisione)
Si aggiungono 681 mila euro per le povertà estreme e i senza fissa dimora, di cui 100 per la Liguria e il resto per la Città di Genova.
Questi atti fanno seguito al “Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà” approvato il 22 marzo dalla Rete della protezione e dell’inclusione sociale, prevista dalla legge istitutiva del Reddito di Inclusione.
Le risorse che il Decreto mette a disposizione, stanziate a questo scopo nel Fondo Povertà, ammontano in totale a circa 300 milioni di euro nel 2018, che saliranno a 470 milioni dal 2020 e per gli anni successivi.
Tra queste risorse, 20 milioni di euro l’anno sono destinati alle persone in povertà estrema e senza dimora, “da utilizzare secondo l’approccio del cosiddetto housing first, un modello strategico integrato di intervento dei servizi sociali che pone la casa come prima soluzione ai problemi di chi vive in strada.”
Vengono stanziati anche 5 milioni di euro l’anno per finanziare “interventi innovativi indirizzati ai neo maggiorenni che vivono fuori dalla famiglia di origine sulla base di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Di natura sperimentale, questo tipo di intervento è volto a prevenire le condizioni di povertà e a fornire ai ragazzi in condizioni di fragilità strumenti utili a completare il percorso di crescita verso l’autonomia.”
Delle risorse del PON Inclusione ripartite in base all’Avviso Pubblico pubblicato il 3 agosto 2016, “per l’attuazione del Sostegno per l’Inclusione Attiva”, ne sono state assegnate alla Liguria, per il periodo 2016-2019, 4.965.778 euro.
Ai distretti sociosanitari della provincia di Savona:
Albenga 195.311
Finale L. 178.039
Cairo M. 125.375
Savona 387.649
per un totale di 886.374 euro nella provincia di Savona.
La scorsa settimana si è insediato il Comitato per la lotta alla povertà, l’organismo tecnico di confronto permanente tra i diversi livelli di governo (regioni, comuni) per l’attuazione del REI. Il Comitato ha condiviso lo schema della strumentazione che supporterà gli operatori sociali nella definizione dei progetti personalizzati per i beneficiari del REI. “Attraverso l’analisi multidimensionale dei bisogni e delle risorse delle famiglie più vulnerabili, e insieme a loro, i servizi porranno costruire percorsi uniformi ed efficaci di uscita dalla povertà.”
E’ importante la regia nazionale.
Si è anche formalizzato recentemente l’accordo di collaborazione con Banca Mondiale, che fornirà supporto al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali per rafforzare le competenze di tutti gli operatori coinvolti a livello nazionale, regionale e locale nella attuazione del REI e per sviluppare la rete dei servizi territoriali volta ad assicurare i Livelli essenziali delle prestazioni REI.
I limiti dell’azione della Regione Liguria: ritardi, mancanza di progettualità e azione di coordinamento saltuaria nei confronti degli ambiti sociali; “fastidio” rispetto alla necessità di relazionarsi con una politica nazionale e gli strumenti che si è data.
Qualche fatica anche ad organizzare le “forze in campo”. Solo il mese scorso si è costituita l’Alleanza contro la Povertà a livello Regionale. L’Alleanza e le organizzazioni sindacali hanno chiesto alla Giunta regionale di attivare le Reti della protezione e dell’inclusione sociale a livello regionale e di ciascun ambito territoriale, anch’esse previste dalla legge 33.
Devono essere messe a punto anche le condizioni e i criteri di coinvolgimento del terzo settore, a partire dal consolidamento della collaborazione con le attività delle associazioni che già operano da tempo a supporto delle persone in condizioni di povertà.
L’interesse di tutti è che il Reddito di Inclusione esca dalla fase di avvio e diventi davvero uno strumento efficace. Devono essere destinate più risorse, per allargare la platea e incrementare l’importo; e devono poter funzionare i meccanismi di inclusione e di uscita dalla povertà.
Anche sulla base dell’esperienza degli accordi sindacali regionali, citati prima, varrebbe la pena di valutare se e come agire anche nei confronti delle imprese che si insedieranno nell’area di crisi industriale complessa del Savonese-Valle Bormida.
C’è da riattivare anche un meccanismo di fiducia nell’azione delle istituzioni e della collettività; si fa solo se ci sono strumenti e opportunità, non “tanto per diffondere ottimismo”.
Quando però gli strumenti, pur imperfetti, e le opportunità, pur insufficienti, ci sono, allora è davvero sbagliato non cercare di tramutarle in un senso comune che ritrova la speranza, e quindi la fiducia. Senza enfasi inutili, e senza sottovalutazioni.


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