Conversione in legge del decreto lavoro: il mio intervento in aula

il 13 maggio 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Affrontiamo nuovamente questo testo in un terzo passaggio: la nostra discussione in prima lettura, nei lavori di Commissione, ha approfondito tutte le questioni, compresa la relazione tra questo strumento, con cui il Governo ha inteso anticipare alcune misure, e le proposte di modifica delle regole del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali contenute nel disegno di legge delega, la cui trattazione si avvia al Senato.
Quella discussione ha prodotto modifiche che, pur non stravolgendo l’impianto del decreto, hanno recuperato un più equilibrato rapporto tra richieste di più semplice utilizzo del contratto a termine e dell’apprendistato da parte delle imprese e diritti e tutele del lavoro, oltre che confermare la natura stessa del contratto di apprendistato e dello “scambio” tra il rispetto di quella natura e il denaro pubblico di cui le imprese beneficiano.L’esame al Senato ha portato altre correzioni al testo che, nel loro complesso e rapportate a ciò che era stato mutato qui alla camera, non hanno compromesso il nostro lavoro nella direzione che ho citato.

In sostanza il lavoro parlamentare, in sede di Commissione in prima e seconda lettura, ha assolto al proprio compito, consegnandoci un testo su cui si potrebbe certo ancora intervenire, ma, in un certo senso, intervenire all’infinito, in un gioco che volesse usare i meccanismi del sistema bicamerale come strumento per fare decadere il decreto.
Noi abbiamo scelto altro, abbiamo scelto di convertire il decreto non così com’era, come qualcuno anche nella maggioranza avrebbe voluto, ma, pur con dei limiti che ci sono ancora, in una formulazione che tiene aperta una prospettiva di riordino di quella materia e che ritrova, come dicevo, un maggiore equilibrio.
La polemica sul fatto che oggi la maggioranza scelga di confermare il testo che ci arriva dal Senato appartiene quindi, appunto, alla polemica politica e alla abitudine a fare un po’ di “teatro”.

Resta un fatto: che questo provvedimento ha ancora, in qualche misura, un taglio che assegna agli strumenti e alle regole del mercato del lavoro la funzione di favorire l’occupazione.
Sappiamo bene che, in sé, questo non è vero, se non si produce insieme un’azione per il rilancio dell’economia, delle produzioni, fondata anche su una ripartenza dei consumi: ma questo è appunto l’oggetto delle scelte che in queste giornate il Governo ha sottoposto alla discussione in Senato – e poi arriveranno qui alla Camera-, con un sostegno significativo ai redditi da lavoro dipendente e una riduzione del cuneo fiscale finalmente “dal lato del lavoro”.
Colgo l’occasione per sollecitare il Governo a prestare attenzione, dando seguito anche a dichiarazioni del Presidente del Consiglio in questo senso, alla necessità di dare risposte, nei modi e con gli strumenti che andranno realisticamente individuati, anche ai redditi da pensione, che hanno anch’essi un peso forte nel sostegno alla domanda interna e su una parte dei quali hanno gravato negli anni scorsi gli interventi per reperire le risorse da destinare al risanamento della finanza pubblica.

Il rapporto tra tutte queste cose, tra la ripartenza dell’economia e il come il lavoro si redistribuisce e si consolida in “storie lavorative” che abbiano la continuità necessaria, rimane un tema aperto, cui la proposta di legge delega dovrà dare risposte; e diamoci atto, tutti quanti, del fatto che non solo la possibilità di lavorare, ma anche la possibilità di dare stabilità al lavoro ha a che fare con una ripresa dell’economia che dia certezze di prospettiva al sistema, su cui le imprese possano contare.

E c’è un punto che è rimasto un po’ in ombra o che è stato usato in maniera almeno discutibile: pare quasi che sia stato questo provvedimento ad inventare la precarietà o l’abuso del contratto a termine.
La stragrande maggioranza degli avviamenti al lavoro è a tempo determinato.
Nella mia provincia, una provincia ligure molto colpita dalla crisi, due terzi degli avviamenti è a tempo determinato, ma un altro 20% se ne va in contratti atipici, o occasionali, o tirocini più o meno regolari, per non parlare delle “false partite Iva”, che in quanto tali non sono contabilizzate.
Solo il 13% sono gli avviamenti avviene con contratti a tempo indeterminato.
Il Governo ha scommesso con questo decreto sul fatto che la possibilità di assumere per un periodo più lungo senza causale possa assorbire “flessibilità cattiva”. Va detto, tra parentesi, che il cosiddetto “causalone” aveva già aperto non delle crepe, ma dei veri buchi nella reale esistenza di motivazioni per apporre un termine alla durata dei contratti.
Il sistema di monitoraggio che abbiamo inserito come emendamento al decreto, in prima lettura, consente di verificare puntualmente gli andamenti delle assunzioni e la fondatezza di quella scommessa. Soprattutto, non solo abbiamo ridotto da otto a cinque le proroghe, ma anche posto il limite di cinque proroghe, indipendentemente dal numero dei rinnovi nell’arco di trentasei mesi: ciò farà sì che questa forma contrattuale si possa usare pienamente solo allungando la durata di quelle proroghe o rinnovi, portandole mediamente a sei mesi (sei periodi in 36 mesi). Oggi la somma tra rinnovi e proroghe nei tre anni può essere ben superiore a cinque.
Inoltre, avere rafforzato il diritto alla precedenza nella riassunzione, non quanto avremmo voluto, ma comunque con un’attenzione particolare alle lavoratrici, è un fatto utile.
Del limite del 20 per cento si è parlato molto a proposito delle penalizzazioni in caso di superamento di quel vincolo: a me la soluzione del Senato non piace, la prendo per buona come parte di un tutto, come dicevo. Ma non si è valorizzato il fatto che questo sia, appunto, un limite; il fatto che esista, insieme ad altri rinvii alla contrattazione collettiva, può riconsegnare alla contrattazione qualche strumento in più.

Lo sport, che potremmo chiamare “tre palle cento lire” contro le organizzazioni del lavoro, è diffuso. La crisi della rappresentanza ha riguardato, certo, non solo la politica ma anche la rappresentanza sociale. Ma vorrei invitare tutti a valutare e a riconoscere il radicamento vero dei sindacati, il mandato che milioni di lavoratori e lavoratrici – e non tutti stabili e tutelati – danno loro, con una delega che non è “virtuale”. E a proposito di tutto questo parlare di concertazione, dobbiamo anche dirci che, fatta eccezione per il 2007, ormai l’assenza di concertazione vera, che si possa chiamare così, data da un paio di decenni. Il tema è: quale valore si dà ai corpi intermedi come attori di un lavoro di ricucitura degli strappi che percorrono il tessuto della nostra società, quale valore si dà al rapporto con loro per governare i conflitti, per mediare tra interessi, per allargare la democrazia sostanziale.

Infine, ci sono semplificazioni della vita delle imprese che non corrispondono necessariamente ad una riduzione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Abbiamo tutti parlato poco di uno degli argomenti che sono oggetto di questo provvedimento, che è la semplificazione nell’utilizzo del Documento unico di regolarità contributiva. Già in un Ordine del Giorno presentato nel precedente passaggio qui alla Camera abbiamo dato alcune indicazioni al Governo su come, con il provvedimento attuativo dell’articolo 4 del decreto 34 che stiamo esaminando, si possa davvero fare un buon lavoro in quella direzione.

il video dell’intervento
intervento aula Anna Giacobbe 12 maggio 2014


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