Crisi di Governo: il mio pensiero

il 15 febbraio 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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“Ci sono momenti nella storia in cui uno vorrebbe poter dire: io non c’ero” (Altan)

Chi oggi ostenta sicurezza e opinioni granitiche, beato lui!
E comunque, le persone che ci hanno messo dove siamo ci chiedono coerenza e capacità di decidere, ma non assenza di dubbi e di riflessione critica.
Provo a ripercorrere le tappe che ci hanno portato al punto in cui siamo, per valutare alla luce di quelle perché siamo “qui”.
Do per scontato ciò che è accaduto nel terribile periodo dell’elezione del Presidente della Repubblica e della nascita del governo Letta (ho già scritto le mie opinioni)
Ricordo solo (aggiungendo qualche ulteriore riflessione) che le difficoltà di quel governo a dare una risposta politica all’altezza dei problemi delle persone e del loro bisogno di un cambiamento profondo, erano di tre ordini: 1) quello politico, che la scissione del Popolo delle libertà e l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza non ha risolto; oggi mi sento di dire che il limite più grave è stata l’incapacità di vedere quello che era necessario fare per recuperare la frattura tra popolo e istituzioni, arrivata ad un livello che è stato sottovalutato; 2) quello economico: la distruzione di ricchezza che è avvenuta in questi anni è stata enorme, le conseguenze della crisi sul lavoro e sul reddito vanno ben oltre il momento in cui il ciclo economico inizia a migliorare; non abbiamo capito in tempo che la democrazia può non sopravvivere ad una cosa così. Poi ci sono i vincoli di finanza pubblica, in parte derivati da una politica restrittiva della Comunità europea che va rimessa in discussione con più energia (ma una parte di questo lavoro è stata pur fatta in questi mesi), in parte dalla circostanza che la valvola del debito pubblico, con la quale questo paese ha provato a cavarsala tante volte in passato, non è più utilizzabile: non è giusto utilizzarla, a proposito di giovani e generazioni future.
3) quello del “blocco burocratico”, del potere di chi non è eletto, a cui gli eletti, con troppe leggi, attribuiscono un potere smisurato.

L’8 dicembre facciamo le primarie. Renzi non si propone solo di fare il segretario del partito, ma di avere da quell’appuntamento il consenso, l’investitura, per fare il primo ministro. Perché Matteo vuol cambiare l’Italia e pensa di essere il solo in grado di saperlo e di poterlo fare.
Letta non partecipa a quella contesa, pensa forse che si potrà andare avanti per un po’ con due ruoli distinti, che si fronteggiano, ma che possono collaborare, in ogni caso coesistere (non che qualcuno non abbia avvertito, da subito, che avrebbero potuto esserci delle sorprese, cammin facendo; ma tant’è).
E intanto lavora, sostenuto dai “suoi” e dai soliti patiti della responsabilità (io c’ero, e mi avete rimproverata più di una volta). Da altri no, alcuni in esplicito, altri meno.
Scusate se insisto sul fatto che un po’ di cose importanti sono state fatte davvero, di quelle che fanno vedere i loro effetti tra un po’, magari, senza la forza di una comunicazione convincente. E anche errori, timidezze, ritardi. Un certo numero di “infortuni” per i suoi ministri e ministre.
Negli ultimi tempi, la sensazione che il logoramento di questo governo fosse ormai ad un punto molto avanzato era diffusa; sempre più evidente il giudizio negativo di chi, in virtù una investitura popolare forte, guida il partito.
Sono tra coloro che pensavano e pensano che non si potesse a lungo reggere una situazione così.
Il segretario del partito aveva già detto che questo governo non godeva della fiducia e del sostegno del gruppo dirigente del partito di maggioranza relativa, il partito del primo ministro: più che dire che abbiamo alle spalle dieci mesi di fallimenti, cosa avrebbe potuto fare?
La crisi è stata aperta allora, non alla vigilia di San Valentino.
Letta non ne ha preso atto, qualunque sia la ragone di questo.
Ipotesi in campo due, non tre o quattro, quelle che fanno la differenza, il resto è contorno: 1) elezioni: c’è una certa quota di parlamentari, di tutti i partiti e di tutte le anime del pd, che farebbero carte false per non tornare a votare. Ma ho imparato che personalismi e soggettività contano, eccome, ma non fanno la storia del mondo, a dispetto delle persone e dei soggetti: c’è sempre anche qualcosa d’altro che determina il corso delle cose (per fortuna o purtroppo).
E in ogni caso, torno a dire che oggi non considero quella una via d’uscita vera (semplicemente, temo il gioco dell’oca: “tornare alla partenza”). Evidentemente non sono sola a pensarla così.
2) che Renzi assuma il ruolo per cui ha tanto lavorato in questi anni, che provi lui a trovare il verso (passaggio necessario per poi cambiarlo, il verso).
Detto questo, c’è la questione del “modo” per fare le cose. Brutto quello scelto da Matteo, armi non convenzionali. Certo, anche tempi di azione cui non siamo abituati. Ai tempi vorrei imparare ad abituarmi, a certi modi no: non ci riesco e non voglio.
C’è un profilo “etico” che è mancato, penso. Ma in questo magari sono vecchia io, pazienza. È mancato anche un profilo programmatico: se si devono fare cose diverse da quelle che ha fatto il governo Letta, vorrei sapere diverse in che cosa: non all’incirca, ma di preciso. Visto che la novità non sarà l’alleanza, la maggioranza politica, almeno così pare.
Il sostegno al tentativo di Renzi di fare un governo che riesca a rispondere alle esigenze dell’Italia è, da parte mia, senza riserve.
Non sono nella Direzione del Pd, non so, francamente, cosa avrei fatto, come avrei votato giovedì pomeriggio; ma non ha molta importanza, il mio ruolo è talmente piccolo che non me ne faccio, e nessuno se ne fa, un problema di vita o di morte.
Ma sono tra coloro che saranno chiamati a votare la fiducia al nuovo governo, e vorrei poterlo fare pensando che contribuisco a fare un passo avanti, con le mie idee, con il mio giudizio sul profilo di Matteo Renzi, che non cambia, ma con la convinzione che questo tentativo deve andare a buon fine.


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