Decreto lavoro: la conversione in legge ed il lavoro fatto

il 22 aprile 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Il “Decreto lavoro” è arrivato in Aula alla Camera e in questa settimana sarà convertito in legge: è possibile che il Governo chieda il voto di fiducia, e sarà sul testo uscito dalla Commissione, se si confermerà l’impostazione che in questa legislatura, da Letta a Renzi, è stata seguita: nei casi in cui sia necessario porre la fiducia, lo si fa rispettando il lavoro parlamentare e quindi non sul testo del decreto del Consiglio dei Ministri, ma sul testo che è frutto delle modifiche approvate nelle Commissioni parlamentari.
Quella discussione, quel nostro lavoro è stato utile, ha portato cambiamenti significativi, e il Governo li ha condivisi. Avevamo buone ragioni, ad esempio, per ridare all’apprendistato la sua funzione di contratto “formativo”, o per evitare che un’ estensione dei contratti a termine penalizzasse la maternità, e soprattutto per legare questo provvedimento “urgente” ad una modifica, che è in gestazione, del mercato del lavoro centrata sul “contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti” e sulla estensione dei beneficiari degli ammortizzatori sociali.
Si sono confrontate diverse impostazioni e culture politiche, ma si è realizzato un obiettivo: c’è un maggiore equilibrio tra interessi delle imprese e interessi dei lavoratori di quello previsto nel decreto; non si compromette la possibilità di ridare, presto, regole giuste al mercato del lavoro, riducendo il numero delle forme di assunzione e riconfermando che il contratto a tempo indeterminato è la forma “normale” di accesso al lavoro.
Un’avvertenza: c’è qualcuno che ragiona come se oggi tutto fosse bello e questo provvedimento “inventasse” la precarietà. Purtroppo non è così: i danni non vengono solo dalle tante modifiche alla normativa cui abbiamo assistito in questi anni; il mercato del lavoro (e i rapporti di forza in quel mercato), sono cambiati. Va ricostruito dalle fondamenta un sistema di tutele e di opportunità. E va detto con più forza che il lavoro si “crea”, con politiche industriali, sostegno alla domanda interna, investimenti in cose che servono, e non si “inventa” riducendo i vincoli per le imprese.
Il ministro Poletti, e altri, sostengono che rendere meno complicato utilizzare un contratto a termine (lavoro dipendente, con tutte le tutele connesse, contributi previdenziali “pesanti”, ecc.), assorbirà precarietà “cattiva” in precarietà “buona”: le modifiche al decreto rendono questa affermazione un po’ più vera e contengono limitazioni e verifiche stringenti, per fare sì che questo accada: la “prova del budino” insomma. Sono convinta che Poletti non mangerebbe un budino cattivo solo per partito preso.
Le modifiche al decreto riguardano sia l’apprendistato (rimane la formazione pubblica obbligatoria, la certificazione della formazione sul lavoro, una percentuale di trasformazioni in contratti a tempo indeterminato per utilizzare ancora i vantaggi contributivi dell’apprendistato da parte dell’azienda), sia il contratto a termine (le proroghe possono essere solo cinque, e non più otto, in tre anni- la durata media dei contratti sarebbe sei mesi, ora la maggior parte dei contratti a termine è a meno di trenta giorni-, viene rafforzato il diritto di precedenza nella riassunzione di lavoratori a termine e soprattutto di lavoratrici madri; il regime transitorio è fatto in modo che chi voglia assumere ora lo possa fare senza alibi, ma che entro fine anno il totale dei contratti a termine non sia maggior del 20%; già che ci siamo, diamo un po’ di valore alla contrattazione collettiva, ecc.).
Ci sono anche norme per semplificare la vita alle imprese quando devono dimostrare di essere in regola con il versamento dei contributi all’Inps e all’Inail: di questo mi sono occupata particolarmente.
Abbiamo fatto un buon lavoro, davvero. Abbiamo ascoltato imprese e sindacati, esperti di diritto del lavoro e associazioni. Insomma, abbiamo fatto il nostro mestiere, con tutti i limiti e le difficoltà che ci sono. Poi ci sarà da prendere in esame il disegno di legge delega sul lavoro, che ora è al Senato: ma di questo vi scrivo la prossima volta.


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