Della legge Fornero e altre storie, ovvero di pensioni e di lavoro!

il 11 gennaio 2018 | in Archivio, Articoli, Blog, Primo Piano | da studiowiki

Stampa post Stampa post

Che la campagna elettorale sia entrata nel vivo ce lo dicono tante parole in libertà, di chi ha già dato pessima prova di sé in passato o di chi si capisce bene che non sa dove mettere le mani. In questo caso si straparla di legge Fornero. Tra il dire e il fare ci sta di mezzo…il mare…Vediamo perché.

La legge Fornero, dal 2012 a oggi, è stata già cambiata, dove e come è stato possibile. Lo sanno coloro che sono riusciti ad andare in pensione o hanno riconquistato la possibilità di farlo. Sono 250.000 lavoratori e lavoratrici. Poi ci sono quelli che hanno riavuto la pensione intera e non ridotta perché “precoci”, e coloro che non pagano più tanti soldi per mettere insieme contributi versati in gestioni diverse (ma quel cumulo oneroso non mettiamolo in conto alla Fornero, viene da prima).

Ma certamente non è abbastanza.

A chi vuole “abrogare”, lasciate dire. Nella migliore delle ipotesi non sa quello che dice, nella peggiore fa promesse elettorali che sanno di marchette che non potranno essere mantenute.
La legge “Salva Italia”, chiamata così non a caso, salvò l’Italia da come l’aveva lasciata il centro destra guidato da Berlusconi e sostenuto dalla Lega. Rassicurò, come usava dire, i mercati finanziari e i “burocrati europei”. E per questo è così difficile dire che la si cambia.
Ma cambiata l’abbiamo già. E cambiare ancora si può, senza mettere in discussione la tenuta del sistema previdenziale.

* Cosa si è fatto in questi anni?

Si sono realizzati otto provvedimenti, che hanno riconsegnato a 153.000 lavoratori “esodati” la possibilità di andare in pensione con le vecchie regole; si è completata la sperimentazione di Opzione Donna, per altre 36.000 lavoratrici; con l’APE sociale, andranno in pensione, a partire dai 63 anni, circa 60.000 lavoratori delle 15 categorie delle attività gravose (ai quali si è anche bloccato l’innalzamento dell’età pensionabile), o che sono disoccupati o assistono familiari disabili gravi.

I lavoratori precoci in quelle stesse condizioni particolari possono andare con 41 anni di contributi (anziché 42 e 10 mesi se uomini, o 43 e 3 mesi dal 2019).

L’Italia “salvata” allora, ma ancora con un po’ di problemi e vincoli, ha comunque riportato nel sistema previdenziale circa 20 miliardi di euro per fare queste cose. Non promesse. Risorse.

Attenzione: ci siamo occupati prima dei lavoratori più “anziani”, perché era più urgente risolvere il loro problema. Che  ci sia stato un risultato lo dimostra il fatto che l’età media effettiva del pensionamento è oggi intorno ai 62 anni. Ma abbiamo lasciato nell’incertezza e con prospettive agre gli altri (e le altre). Dare risposte anche a loro deve essere l’obiettivo dei prossimi anni.

* Cosa si può fare ancora, senza raccontare favole?

- una parte delle risorse già destinate con quei provvedimenti non sarà spesa (perché INPS e Ragioneria dello Stato sono sempre “prudenti” nel fare i conti, e qualche volta li sbagliano di grosso): prima cosa quindi, recuperarli tutti e usarli per fare andare in pensione altre persone;

- la possibilità di andare in pensione a 63 anni se disoccupati o con problemi sociali rilevanti deve diventare permanente (i 41 anni per i precoci lo sono già). Per come è concepita l’APE sociale, di spesa sociale si tratta, non previdenziale, con buona pace dell’Europa, che ci spiega sempre che la nostra è inferiore alla media;

- i lavori non sono tutti uguali: ai lavori più gravosi deve essere riconosciuta la possibilità di andare in pensione prima: a quelli già individuati possono esserne aggiunti altri (questa prospettiva è già messa in conto e ci sarà un lavoro di approfondimento in quella direzione). Per questo servono risorse, che devono e possono essere trovate;

- il lavoro di cura, soprattutto per le donne, condiziona la vita lavorativa e quindi il destino pensionistico delle persone: deve essere considerato tra le ragioni per anticipare la pensione;

- ci sono molte situazioni in cui interpretazioni restrittive, o vere resistenze passive, dell’INPS compromettono o ritardano la possibilità di utilizzare gli strumenti che ci sono per andare in pensione con requisiti umani: le resistenze ad affrontare questa questione possono essere finalmente superate;

- con risorse contenute (perché si tratta di cominciare) si può iniziare a costruire qualcosa per l’avvenire, per chi andrà in pensione tra venti o trent’anni, perché nessuno dei giovani debba dire “in pensione non ci andrò mai”: si chiama pensione di garanzia, torneremo a parlarne.

* Cosa permetterà di avere un sistema di previdenza giusto e sostenibile?

Che ci sia una quantità sufficiente di contributi versati, e quindi lavoro regolare e giustamente retribuito e una economia che produce ricchezza e la distribuisce equamente; e magari che non si scarichino sulle pensioni altri problemi sociali, come è accaduto. Intervenire sulle pensioni non può prescindere dagli interventi su economia e  lavoro. Crescita (del mercato interno e delle esportazioni, quindi sostegno alla piccola e media impresa, soprattutto) assunzioni (conseguenza della crescita che riprende, delle agevolazioni contributive sul lavoro con l’abbattimento del cuneo fiscale, della lotta al lavoro sommerso), un equo sistema di redistribuzione della ricchezza e pensioni sono tra loro interconnessi. Sono l’uno la conseguenza dell’altro. Se non si parla di questo, non si parla di nulla.

Altrimenti saranno “messe dette”. E non ne abbiamo né voglia, né bisogno.


« »

Scroll to top