Di coccio? No, di marmo

il 18 marzo 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

Stampa post Stampa post

Ripartiamo dai fondamentali: ci sono ragioni di fondo della sconfitta elettorale, che riguardano il senso della “sinistra” (la parola e “la cosa”) in Europa; ma questo non ci esime dal cercare di capire cosa abbiamo sbagliato nelle nostre scelte su temi concreti, scelte che hanno spinto gli elettori a votare altri e non noi.
Mi riferisco in particolare a pensioni e contrasto alla povertà: sono questi i temi che mi sono impegnata ad approfondire.
Entrambi, però, rinviano ad una questione più generale, che non è un dettaglio. Anzi.
Mi riferisco alla necessità di sconfiggere la burocrazia, le incrostazioni di uno stato che non funziona: ecco, la volontà e la forza di fare questo era, per me, il valore aggiunto del nuovo corso politico di Renzi nel Pd e nella vita politica italiana.
Il fallimento di questo tentativo ha a che fare (oltre che con la forza di quel potere, davvero “forte”) con la superbia del “fare da solo”, e non capire che per contrastare quel “mostro” si sarebbe dovuto costruire alleanze, con il popolo, con gli amministratori locali, con i sindacati, ecc. Renzi non lo ha fatto.
Ma c’è di più, un “di più” autenticamente politico: in Italia non c’è solo un “blocco burocratico”, c’è un potere, che sfugge alla demo-crazia, al mandato popolare, un potere al quale è stato delegato troppo; e troppo spazio si è preso.
Si parla spesso della magistratura come qualcosa che ha riempito il vuoto lasciato dalla politica: niente a confronto del potere che potremmo chiamare “tecnocratico”, dei Ragionieri (ci sono in Europa, ci sono anche in Italia): coloro che fanno i conti, che decidono quanto e dove si può spendere, che condizionando il potere legislativo, nelle quantità e nella qualità delle scelte di spesa.
Faccio un esempio: a fine 2011 si è approvato il “salva Italia”, la legge che doveva salvare il Paese dai guai prodotti dal centro destra di Berlusconi per come aveva gestito la crisi economica: in quella legge c’era anche la modifica delle regole per andare in pensione e per adeguare le pensioni in essere al costo della vita.
Dissero, “loro”: si risparmiano 40 miliardi in dieci anni (allontanando la pensione mediamente di due anni e mezzo, dissero loro). Il risparmio certificato è invece di oltre 80 miliardi: il doppio, come doppio è stato il carico di sacrifici su chi si è visto spostare in avanti il traguardo del pensionamento, mentre magari nel frattempo il lavoro lo aveva perso.
Abbiamo messo pezze importanti a questo problema, lo dico subito, con risultati che rivendico: ma anche in questo lavoro di riduzione del danno abbiamo combattuto con INPS e Ragioneria Generale dello Stato, che regolarmente hanno sovrastimato i costi delle cose buone da fare e sottostimato i risparmi.
E per il reddito di inclusione? Gli stessi “ragionieri” hanno preteso, ad esempio, di distinguere i disoccupati licenziati da quelli che sono disoccupati per altre ragioni: ma che senso ha questa distinzione se non hai da mangiare? Poi, sì, abbiamo corretto anche questo: ma nel frattempo persone con problemi di sopravvivenza aspettavano, e aspettavano e aspettavano.
Prima di entrare nel merito delle scelte che abbiamo fatto su pensioni e povertà, , sui risultati e sui limiti di quelle scelte, dobbiamo affrontare questo problema. La risposta, in campagna elettorale, alle proposte di Cinque stelle e Lega basate sulle “coperture” non ha funzionato; ed era inevitabile che fosse così. Abbiamo subito il blocco “buro-tecnocratico”, o qualcuno lo ha usato come alibi? Solo tra coloro che attendono risposte, su questo punto.


« »

Scroll to top