Disegno di legge su consenso informato e fine vita

il 28 febbraio 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ieri abbiamo discusso a Savona, con il nostro deputato Federico Gelli, della nuova disciplina in materia di responsabilità professionale del personale sanitario. E’ stata l’occasione anche per fare riferimento ad un altro provvedimento che tra pochi  giorni arriverà in aula, quello sul consenso informato e sulle “disposizioni anticipate di trattamento”, cioè il “testamento biologico”

Un altro fatto drammatico ha riproposto in questi giorni, come accaduto tante volte in passato, i temi del fine vita, della sofferenza estrema e della libertà di scegliere se vivere o morire.

Eutanasia, suicidio assistito sono temi controversi: io credo che la libertà della persona debba poter arrivare anche a fare quella scelta: una scelta che è negata a chi non può disporre di se stesso, e proprio per questo sente che la sua vita non ha più senso.

Ma su questo ci sono convinzioni diverse, molte ferme.

Lo stato italiano non ha leggi adeguate. Da tempo il Parlamento è stato sollecitato a provvedere. Non so se il Parlamento sia più indietro dell’opinione della maggioranza delle persone.

So che la legge che arriverà in Aula nei prossimi giorni si occupa di queste cose e potrà dare tante delle risposte che in questi anni sono così palesemente mancate.

Arriva in Aula dopo un lungo cammino in Commissione, segnato dall’ostruzionismo di alcuni gruppi e dallo sforzo del Pd di approfondire e condividere soluzioni equilibrate e nette al tempo stesso.

Non stiamo discutendo una legge sull’eutanasia.

Nella proposta si riconosce che il consenso informato è la base di legittimità del trattamento sanitario, fino alle estreme conseguenze cioè alla possibilità di chiedere l’interruzione delle cure: ognuno può accettare, rifiutare la cura o revocare il consenso, anche quando questo comporti l’interruzione del trattamento, compresa la nutrizione e idratazione artificiale.

(“Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere ha il diritto di  rifiutare, in tutto o parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali”).

E’ un tema al quale non si può “girare intorno”; ma è importante che anche quel tema, quello del rispetto della volontà delle persone di fronte alla fine della propria vita e delle condizioni in cui questo avviene, sia affrontato come parte di un ambito più generale: cioè come le persone malate, in un rapporto di fiducia e di affidamento, non di scarico reciproco di responsabilità, né di delega cieca, si mettono in relazione con chi, per competenza, professionalità, ruolo, si occupa di loro, della diagnosi e della cura.

Il rifiuto dei trattamenti non può comportare l’abbandono e  devono essere garantite le cure palliative previste dalla legge 38/2010. Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente e in conseguenza di ciò è esente da responsabilità civile e penale.

Le “dichiarazioni anticipate di trattamento”, il testamento biologico, sono lo strumento per fare sì che la propria volontà, i propri desideri, il proprio modo di interpretare la vita contino anche nel momento in cui si sia incapaci di intendere e di volere, con l’individuazione del fiduciario, di chi deve decidere per nostro conto, amico o familiare.

La medicina ci ha dato possibilità di sopravvivenza imprevedibili: nella maggioranza dei casi, la morte è l’esito di un  lungo processo medicalizzato; le persone colpite da patologie gravi rimangono in vita molto più la lungo di un tempo. Anche il tema del ”fine vita” nasce in questo contesto, in cui non si può più parlare di evoluzione “naturale “ della patologia.

La rinuncia alle cure non è eutanasia, non è rifiuto della vita, ma accettazione del decorso naturale della malattia. Lo sviluppo delle cure palliative e della terapia del dolore possono rappresentare un’importante risposta: un “diritto al sostegno e al non soffrire” piuttosto che un “diritto a morire”, tema che rimane del tutto aperto, che non siamo in grado di affrontare.

Ma ciò che pensiamo di fare non è poco.

(Donata Lenzi, capogruppo  Pd in Commissione Affari Sociali, sta facendo un lavoro preziosissimo, insieme al resto del nostro gruppo, per portate in porto questa legge; a lei sono debitrice di molte delle riflessioni sul testo dl disegno di legge che vi ho proposto)


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