Due facce della stessa medaglia

il 28 maggio 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Avere regole e condividerle in una dimensione più grande di quella nazionale, in questa epoca della storia, è un bene, soprattutto per i più deboli: senza non si gestiscono con umanità e sicurezza le migrazioni, ad esempio; non si fanno pagare le tasse ai grandi operatori che utilizzano il web, guadagno molto e danno poco lavoro; si lasciano esposti alla speculazione finanziaria i Paesi che hanno un debito pubblico più alto degli altri, ecc. Senza, i giovani, che vanno in giro per l’Europa per fare un’esperienza che li accresce, o per campare una vita che in Italia gli è negata, stanno peggio, o non hanno vere opportunità. E via dicendo
Ci sono tanti modi per “essere Europa”. Non è giusto “prenderla così com’è”. Ma un battaglia vigorosa per cambiare le regole e renderle più vicine agli interessi della grande parte della popolazione si può fare solo “dentro l’Euro”.
Le nazioni chiuse in se stesse, soprattutto quelle con maggiori difficoltà, sono più deboli, diventano più ingiuste e autoritarie.
L’insistenza sul nome del prof. Savona, l’indisponibilità a qualsiasi diversa soluzione, oltre che essere il trucco per fare saltare il banco nel modo più lacerante (un conflitto istituzionale), aveva lo scopo di comunicare esattamente la cosa con cui il prof. Savona viene identificato: “no-Euro”, “no-Europa”: senza averlo scritto chiaramente da nessuna parte, né nei programmi, né nei “contratti”; e questo è un altro aspetto inquietante.
Sì certo, un Savona al MEF non avrebbe provocato istantaneamente l’uscita dall’Euro. Ma noi abbiamo un debito pubblico alto; se chi presta soldi non si fida, pretende interessi più alti: una bella bufera/speculazione sul nostro debito chi la pagherebbe, chi se ne avvantaggerebbe? C’è chi ha qualche risparmio, chi non ha nulla, ma ha pure un mutuo sulla casa, o un prestito perché non ce la faceva ad andare avanti; la pagherebbero loro: e le imprese che i denari che si fanno prestare dalle banche li usano per investire in produzione di beni e servizi e in lavoro.
Da quei rischi, incombenti, il presidente Mattarella ha difeso l’interesse della comunità nazionale; e ha difeso il diritto degli Italiani a conoscere, prima del voto e non dopo, cosa faranno i partiti su argomenti così importanti, a proposito di democrazia: non teoriche “prerogative”, ma l’esercizio di una responsabilità, con il potere che gli affida la Costituzione.

E in più Mattarella ieri ci ha ricordato che esiste un’altra possibilità: un “atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano.”.
L’unione monetaria agisce ancora senza istituzioni europee veramente espressione dei popoli d’Europa: è una somma di stati, qualcuno più forte, qualcuno più debole.
Un’altra Europa è possibile: un’Europa, per usare una definizione data oggi da Piero Ignazi su La Repubblica (da leggere anche per altri aspetti della vicenda) “federale e solidale, contro i nazionalismi, e gli egoismi nazionali, da qualunque parte essi provengano (cioè anche dalla Germania dell’austerità merkeliana)”.
Un Paese indebolito da un’altra crisi finanziaria, farebbe fatica a proporsi quell’obiettivo, a pretendere autorevolmente di dire la propria.
Tutto facile? Macché. Pesano errori di questi anni, alcuni piuttosto antichi (e recenti, compresa una certa gestione del dopo-voto), e difficoltà vere, concrete, dentro i processi economici a livello globale.
Ma una cosa mi è chiara: difendere il Presidente della Repubblica e tutelare i cittadini italiani costruendo una politica comunitaria non schiava della finanza e degli interessi più forti, oggi sono due facce della stessa medaglia.


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