F35: “la protezione della sicurezza della nostra nazione e dell’Europa vada realizzata in un contesto che miri a disinnescare i conflitti”

il 15 luglio 2013 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Poiché alcuni amici lo hanno chiesto, e perché comunque è una questione molto rilevante, torno sul tema F35. Ci tengo che sia chiaro ciò che è accaduto e come io abbia affontato anche questo, tra i tanti passaggi difficili della vita politica e parlamentare dei mesi che stanno scorrendo.

Il programma JSF è stato definito il più costoso e il più contestato della storia dell’Areonautica; del programma l’Italia è partner di “secondo livello” , con una quota di investimento nello sviloppo del programma di circa il 4% (e limitate possibilità di influire sulle caratteristiche del velivolo); il programma è arrivato alla fase di produzione dei prototipi; i voli di prova hanno fatto riscontrare problemi tecnici.

Sino ad oggi chi ha scelto cosa fare e cosa disfare dei programmi per l’armamento sono stati i militari, l”amministrazione” della difesa e le aziende produttrici, senza dubbio. Dal punto di vista istituzionale, le decisioni erano affidate al Governo.

Altra cosa che nessuno può mettere in discussione: in questo momento servono risorse per la spesa sociale e per il lavoro, le spese militari devono essere ridotte in modo significativo.

D’altro canto, queste ultime devono essere indirizzate sulla base di scelte relative alle esigenze reali di sicurezza e difesa, su una idea di strategia per la pace fatta anche di altri strumenti, che non siano solo i sisteami d’arma, e in coerenza con l’obiettivo di  costruire di un sistema europeo di sicurezza e difesa.

 

F 35: Il Governo italiano aveva deciso nel 2009 l’acquisto di 131 velivoli, previsione  ridotta a 90 nel 2012.

Gli impegni vincolanti per l’Italia si riferiscono alla fase di sviluppo, all’acquisto dei prototipi e comunque per un numero di velivoli pari a 7 : per il resto non ci sono contratti che comportino penali (così come non c’è da quanche parte un tesoretto destinato ad acquistare 90 F35 che possa essere spso invece per altri scopi).

 

Cosa ha deciso il Parlamento nelle scorse settimane: di non procedere ad alcuna ulteriore acquisizione e di ridiscutere quel programma e l’insieme delle scelte sull’armamento: certo, non si è deciso di uscire dal programma, ma non si è semplicemente deciso un rinvio.

Abbiamo visto titoli del tipo “il Parlamento decide per l’acquisto degli F35”: non è vero.

Il Parlamento ha scelto di esercitare sino in fondo le prerogative che la legge delega per la riforma delle forze armate, entrata in vigore lo scorso dicembre, gli affida. Con un emendamento dell’allora capogruppo Pd nella commissione difesa del Senato, Gian Piero Scanu, è stata introdotta una norma che prevede che i programmi relativi all’acquisto o all’ammodernamento dei sistemi d’arma (corredati di tutte le clausole contrattuali, i costi, le contropartite industriali e le eventuali penali) siano sottoposti all’esame delle Commissioni Parlamentari che, a maggioranza dei componenti, se il governo non accettasse le eventuali richieste di modifica, possono bloccarli.

L’indagine conoscitiva che è stata decisa e sulla base della quale il Parlamento assumerà le sue determinazioni, non è un diversivo, è uno strumento dell’azione parlamentare che consente alle Commissioni di acquisire, anche da autorità indipendenti, elementi certi per decidere. E non c’è dubbio che il programma relativo agli F35 non uscirà dai lavori delle Commissioni così come ci entra. Anche guardando la faccenda dal punto di vista dei vantaggi per la nostra industria, sia sul piano dei carichi di lavoro, sia della ricerca, quel programma non sembrerebbe dei più appetibili.

Non so se riusciremo, questa è l’ambizione, a discutere davvero di quali siano le reali esigenze della Difesa e di quali sistemi d’arma corrispondano a quelle esigenze. Questo è il lavoro che il Parlamento si appresta fare. Ci sono spinte contrarie molto forti, dentro e fuori il Parlamento: e ci sono opinioni diverse all’interno della maggioranza. Lo stesso Pd ha definito una propria posizione di mediazione tra sensibilità e convinzioni diverse.

Insomma è una battaglia tutt’altro che conclusa. Il fatto che i generali abbiano reagito con un po’ di “foga” subito dopo il voto alla Camera dimostra che le cose stanno così, ma anche che quell’atto del Parlamento non è stata una finta, ha toccato un nervo.

Ciò che abbiamo fatto, d’altra parte, rimane nell’ambito di una politica che prevede sistemi di difesa, alleanze militari, dotazioni conseguenti. Un pacifismo integrale non contempla tutto questo: rispetto quell’opinione, non è la mia.

Altrettanto convinta sono del fatto che la protezione della sicurezza della nostra nazione e dell’Europa vada realizzata in un contesto che miri a disinnescare i conflitti, che costruisca sviluppo e cooperazione internazionale, che dia nuovi strumenti alle organizzazioni internazionali, ecc. Così come credo che le spese militari debbano e possano essere ridotte: lo sono state già, in parte; non basta.

La nostra impostazione sarà messa alla prova dei fatti nei prossimi mesi, dovrà dimostrare di essere una via giusta, il modo giusto di affrontare un tema difficile e controverso; affrontare, non solo dibattere e commentare.


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