Figlie e nipoti di quella storia

il 17 marzo 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Il mio contributo all’iniziativa della Fondazione Nilde Iotti il 14 marzo 2015 a Savona a ricordo di Angiola Minella e delle Madri Costituenti
“Sentirsi “figlie e nipoti”, vuol dire riconoscere che la storia di Lola, di Lola e delle altre, ha lasciato una eredità.

Un’eredità di contenuti, di concreti cambiamenti nella condizione delle donne.
Una eredità di insegnamenti.
Noi, se pensiamo a loro, ci sentiamo “piccole piccole”, non all’altezza; ma il primo loro insegnamento è stato proprio quello di imparare ad assumersi una responsabilità, ciascuna nella fase e per le cose che la fase della storia in cui viviamo ci mette di fronte.

Le donne di cui stiamo parlando sono donne che hanno scelto, in momenti in cui non era affatto facile, in cui alle donne soprattutto non era richiesto: non erano chiamate come gli uomini a vestire obbligatoriamente “una divisa”.
Quelle donne hanno assunto un rischio; e loro lo hanno fatto in momenti in cui il rischio era la vita, spesso dopo sofferenze atroci.

Le donne che hanno conquistato per sé e per le altre il diritto a votare e ad essere elette, appartengono ad una generazione che ha avuto la propria formazione politica nella militanza antifascista e nella guerra di liberazione: lì hanno maturato una autorevolezza, oltre che una competenza.

Il secondo punto di riflessione. Il contributo delle donne alla Resistenza ci fu anche nell’ambito militare, del combattimento in senso stretto; ma si realizzò soprattutto nelle funzioni che sono sempre state considerate di supporto, di collegamento, logistiche: la trasmissione delle informazioni, il trasporto delle armi, la cura delle persone più esposte, il soccorso.

Per dare davvero valore a quell’impegno noi dobbiamo sapere vedere il valore in sé di quelle funzioni, non considerarle anche noi come fossero ancillari, minori: c’è anche qui un valore della differenza, e della pari dignità, che non vuole dire necessariamente e solo “fare le stesse cose”, valore che quelle donne hanno portato oltre la lotta di liberazione, nel loro impegno sociale e politico del dopo guerra.

Terza questione: la conquista del diritto di voto nel ‘45 e dell’elettorato passivo nel ’46, è il punto di avvio di una democrazia che possiamo ancora considerare giovane (non dimentichiamo che anche il suffragio universale per gli uomini ha solo, più o meno, un secolo di vita).
il punto, oggi, è che la scelta di esercitare quel diritto non è più considerata, da una quota crescete delle popolazione, e delle donne, un fatto importante: l’astensionismo segna il distacco delle istituzioni dai cittadini e dalla cittadine: per ragioni che riguardano il disamoramento provocato da comportamenti scorretti, ma soprattutto dalla perdita di senso, di utilità delle funzioni rappresentative, a partire da quelle nazionali.

Questa è la quarta questione che mi sento di segnalare
Da lì, da quella crisi di rappresentanza, viene anche una obiettiva riduzione della qualità percepita del personale politico.
Non è una causa, è una conseguenza: ci sono tante persone “in gamba”, donne in gamba
E però, dobbiamo forse tornare a riflettere sulla fatto che l’attività politica, di rappresentanza, di governo e amministrativa, ha una professionalità propria, che si impara, alla quale ci si forma: il punto vero è che questo esige apertura, e non chiusura nel circolo ristretto di “chi la sa già”, diciamo così: e, allora, quanto è importante, per andare avanti davvero, che le generazioni più giovani sappiano “uccidere il padre”, anzi “la madre”?

In quella specifica “professionalità” della politica, dell’impegno pubblico, le donne hanno portato, nel corso dei decenni, la propria differenza: di contenuti, e poi via via, anche con la crescita e la spinta del femminismo, di metodi e di approccio.
Il cammino percorso, e le battaglie compiute dalla sinistra, con il contributo decisivo del Pd, della sua storia politica e delle sue diverse radici, hanno fatto sì che il Parlamento sia ora quello con il maggior numero di donne, e di donne di diverse generazioni.
La nostra azione, al di là delle singole cose concrete che abbiamo fatto, che è bene valorizzare, si cimenta con una fase nella quale:
- le condizioni materiali sono peggiorate, e continuano ad essere difficili, nonostante sia superato il momento più acuto dell’ultima grande crisi;
- le categorie dell’azione politica, i fondamentali dell’analisi economica e sociale sono stati spiazzati dai cambiamenti, che riguardano le tecnologie, e quello che comportano per la produzione e la distribuzione della ricchezza, e la demografia, che è riconducibile, ma solo in parte, ai progressi materiali nelle condizioni di vita.

E, insieme, facciamo i conti con un mondo percorso da nuove difficoltà e violenze. Per fortuna, se così si può dire, i bambini, che nascono e cresco nelle traversate delle loro madri verso una Europa che viene da definire “matrigna”, colpiscono la nostra sensibilità, ci inteneriscono, ci fanno guardare a quelle migrazioni non con l’egoismo di chi vive “sicuro”, nelle proprie “tiepide case”: ma troppo spesso dimentichiamo le violenze che quelle donne, perché sono donne, subiscono, per passare, per farcela, per pagare quel passaggio.

Manca, probabilmente, in questo frangente, una riflessione un po’ più condivisa, e “organizzata”, sulla condizione delle donne, sulla percezione che le giovani generazioni femminili hanno di se stesse.
L’interrogativo è sempre quello: la coscienza di sé delle donne, e la coscienza collettiva del valore della differenza e dell’uguaglianza, hanno fatto passi in avanti che possiamo considerare consolidati? dove trovano ancora una frustrazione, magari in ambiti diversi dal passato?

Aggiungo che, in questo mondo così complicato, ci interroghiamo anche su come siamo state e come stiamo, donne della sinistra italiana, del PD, nel processo politico che il nostro paese sta vivendo: un processo che è di rottura di schemi superati, ma che fa fatica ad avere una propria rotta definita, chiara; che spesso sacrifica alla velocità, che pure è un tema non banale, la profondità e la chiarezza del percorso; che fa i conti con una deriva populista che condiziona i comportamenti anche di chi la vorrebbe combattere.

Io la considero una discussione aperta, per la quale non ho una risposta, neanche per me, figuriamoci per le altre; è una discussione che riguarda la vita dei partiti, del mio in particolare, ma anche delle forme di partecipazione delle donne, della relazione tra le donne che sono nelle istituzioni e le altre.

In Parlamento si è formato l’”Intergruppo delle donne”, una sede che raccoglie le donne di tutti i gruppi parlamentari (che lo vogliano), che cerca di dare un segno di trasversalità e una sede per costruire soluzioni condivise. E’ giusto farlo. Nella realtà, i temi che riguardano la vita delle donne rimangono tra quelli che maggiormente dividono gli schieramenti politici.

Al lavoro parlamentare di questa legislatura il nostro gruppo ha dedicato un pezzo di informazione stampato: sul sito del gruppo parlamentare ci sono maggiori dettagli; soprattutto, sul sito, le informazioni saranno aggiornate, per dare conto, in corso d’opera, del nostro lavoro come Pd, e donne del Pd in parlamento. L’idea è mantenere un contatto permanente, non solo virtuale: il “viaggio” che nel corso dell’anno, sino al prossimo otto marzo, le deputate del Pd si propongono di fare ha due ragioni:
- rendere conto (è molto importante),
- ricostruire una relazione con le donne che ci faccia capire cosa ci chiedono, come possiamo svolgere il nostro lavoro in rappresentanza, davvero, di chi ci ha mandato là, ma soprattutto delle donne che ci “hanno mandate là”.

Il testo del pezzo di informazione propone: quattro ambiti di intervento, faccio solo qualche sottolineatura :
- contrasto alla violenza di genere: non è banale avere dotato il nostro ordinamento di principi ben precisi, dell’ancoraggio alla Convenzione di Istambul: porta con sé la sanzione anche istituzionale del fatto che la violenza di genere è un portato della discriminazione di genere: del considerarle, inferiori, “oggetto”
In quei provvedimenti non ci solo principi, ma un po’ di risorse, pur non sufficienti.
La discussione sulla possibilità di revoca della denuncia, o quella sul “codice rosa” di accesso al pronto soccorso e ai servizi sanitari, conferma che è ancora irrisolta la questione del rapporto tra autonomia, autodeterminazione, e bisogno di tutela, di percorsi di protezione, delle donne.
- maternità libera scelta: riguarda il riconoscimento del lavoro di cura, il sostegno alla condivisione delle responsabilità familiari: di questo fa parte un traguardo simbolico, quello della cancellazione della possibilità di fare firmare le dimissioni in bianco: in realtà, è una ri-conquista, a testimonianza del fatto che la tela di Penelope ce la disfano gli altri e ci tocca tesserla e ritesserla.

Ci sono poi le iniziative ed alcuni risultati sul terreno della rappresentanza delle donne nelle istituzioni e per fare progredire i diritti civili.

Abbiamo fatto cose importanti. Macerto non basta.
Credo che il limite nostro più forte riguardi, nell’ambito del lavoro, le politiche concrete e specifiche di contrasto alla disoccupazione femminile e di promozione di nuove opportunità di impiego: il tema della “maternità libera scelta” ha molto a che fare con questo: ma abbiamo bisogno di approfondire anche altro: il lavoro delle donne per come è cambiato, e le azioni per rendere il diritto al lavoro esigibile e più tutelato: non solo per il fatto che la precarietà di tutti riguarda di più le donne, ma perché i nuovi modi di lavorare, anche i loro contenuti innovativi, riguardano le donne più di quanto non si pensi di solito: per le donne possono rappresentare opportunità maggiori, non solo la conferma di una condizione di subalternità.

E c’è un tema molto sentito, quello delle pensioni: la pensione è lo specchio del lavoro e del percorso di vita delle donne, tra cura e lavoro professionale. La scorsa legislatura è stata davvero una legislatura “contro le donne”; quella della modifica repentina e pesantissima dei requisiti per la pensione è una vicenda che più di altre è stata percepite come ingiustizia, come una rottura del patto tra stato e persone, come un ritorno indietro nel riconoscimento della differenza e del valore di ciò che le donne comunque fanno. Anche su questo tema il Gruppo Pd alla Camera ha prodotto un proprio pezzo di informazione.

Concludo dicendo che cercheremo di usare bene il fatto che quest’anno ricorre il settantesimo del primo voto delle donne e dell’Assemblea Costituente, e ci sforzeremo anche di contribuire a fare conoscere ed apprezzare il contributo di Angiiola Minella a quella storia e alla vita politica e sociale del nostro territorio”


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