Gioventù bruciata e ascensore sociale. Perchè il Pd possa essere il mio, il nostro posto

il 17 luglio 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Bisogna fare in modo che una quota maggiore di ragazzi possano andare a lavorare, possano uscire dalla condizione di NEET ( not in education, employment or training), quelli che non studiano, non lavorano e il lavoro non lo cercano più.

Da vent’anni discutiamo di servizi per l’impiego e di politiche attive, non caviamo il ragno del buco; il fatto è che per i servizi per l’impiego in Italia si investe la percentuale del PIL più bassa in Europa (solo Grecia peggio)

La lentezza nella modernizzazione dei servizi per l’impiego, di cui si parla da decine di anni, è disarmante, ed un po’ imbarazzante, non tanto per il legislatore in quanto tale, ma per i decisori politici ai diversi livelli istituzionali e, per una quota, anche per le forze sociali

L’alternanza scuola lavoro, il “sistema duale” hanno avuto qualche spinta con provvedimenti recenti: può essere un punto su cui concentrarsi per capire le criticità e risolverle?

Non dimentichiamo che le forme di avvicinamento al lavoro che sono state praticate in questi anni, tirocini, stage, ecc., sono tra le ragioni di sfiducia e di senso di sfruttamento e ingiustizia che provano i ragazzi e le loro famiglie: va stroncato l’uso opportunistico, assicurata la protezione dei ragazzi.

Domanda: è utile un programma di “servizio civile nazionale” che impieghi, con piccoli sostegni al reddito, i giovani all’uscita dagli studi, per un tempo definito?

Gli incentivi all’occupazione: quale l’esito dell’esperienza 2015-2017

Un dato significativo e molto valorizzato: l’aumento in poco più di tre anni di 735.000 occupati, di cui oltre 500.000 a tempo indeterminato

Una valutazione sulla reale stabilità di questi rapporti di lavoro si potrà fare quando saranno esauriti gli incentivi – tra fine 2017 e fine 2018

Nel frattempo è indubbio che queste persone hanno avuto una stabilità ed un complesso di tutele diverso da quello che avrebbero avuto con rapporti parasubordinati o a termine, e che si è realizzato un significativo trasferimento di risorse verso la copertura previdenziale di rapporti di lavoro che altrimenti non l’avrebbero avuta in quella misura.

Si è trattato però del risultato di una “spinta” affidata agli incentivi, in previsione di una ripresa che non c’è stata nella misura necessaria. Da questo punto di vista, c’è davvero il rischio che sia un “fuoco di paglia”, per quanto grande e capace di scaldare tanti, almeno nel breve.

Che ci sia l’effetto rimbalzo, per la fine degli incentivi distribuiti su tutto il territorio nazionale (rimangono in parte del territorio nazionale e per alcune categorie) lo dicono i dati dell’INPS.

Inoltre, l’anticipazione delle assunzioni può avere “caricato” gli organici rendendo più difficile l’apertura di spazi di ricollocazione per la massa di lavoratori che esauriscono in questi mesi gli ammortizzatori sociali, e che hanno tanti anni da aspettare prima di arrivare a pensione.

Va citato il problema del rapporto costi/benefici: i contributi mancanti sono stati coperti dallo Stato che secondo le stime spenderà circa 15 miliardi di euro nel corso dei tre anni in cui le persone assunte nel 2015 godranno dell’incentivo.

Cose da fare: una diminuzione strutturale del costo dei contributi per aziende e lavoratori, senza incidere sulle future prestazioni pensionistiche, con sgravi per i nuovi contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in particolare per i giovani e le donne.

L’ ascensore sociale: “non posso più mandare i miei figli all’Università”. (e neanche portarli a sciare, ma questo può essere meno grave).

Quindi, diritto allo studio: fatto di strumenti concreti e messaggi giusti: chi non ha possibilità economiche proprie e familiari, deve poter continuare gli studi non solo se è eccellente; perché a chi ha possibilità economiche non viene richiesto di essere eccellente: va avanti e, lui, ce la fa.

 


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