Il disegno che manca alla proposta del governo

il 21 ottobre 2018 | in Primo Piano | da Anna Giacobbe

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I limiti e gli errori nelle scelte annunciate dal Governo sulle pensioni sono evidenti e sono stati descritti.

Dall’altra parte, da chi non condivide quella impostazione, e dall’opposizione politica c’è come una sorta di imbarazzo, di difficoltà ad opporre ad un proposta sbagliata una proposta giusta, sia da parte di chi fa intendere che le cose in realtà vanno bene così, sia da parte di chi, pensando che si debba cambiare, finisce per essere subalterno alla proposta del governo: con la logica del “piuttosto che niente, meglio piuttosto”.
Se per la legge di bilancio si prevede di spendere 6,7 miliardi per la previdenza, tutte le cose che si dichiarano di voler fare non ci stanno.
Come dice un mio amico “la matematica non ha opinioni” :-)
E c’è da temere che, di tante cose, si finirà per fare quelle che rispondono più alla ricerca del consenso che alle priorità vere per le persone.
In ogni caso, nella proposta del governo manca certamente un disegno compiuto, che sarebbe sempre necessario quando si parla di un sistema complesso e delicato come la previdenza: “smontare pezzo a pezzo” non è un disegno; anche perché i problemi del sistema non derivano tutti dalla “legge Fornero.”
Se le cose necessarie si possono fare, inevitabilmente, un po’ per volta, il problema è con quale criterio si decide da dover partire e seguendo quale traccia si pensa poi di procedere.
E’ giusto partire da chi ha più bisogno, dalle contraddizioni più acute, come si è iniziato a fare nella scorsa legislatura, con interventi che pure hanno avuto limiti e contraddizioni.
Avere un disegno consente di avviare anche interventi che riguardano l’avvenire non immediato, tutte quelle cose che diciamo sul futuro previdenziale dei giovani.
Anche sulla previdenza serve guardare oltre il breve periodo, e contemporaneamente avere delle parole d’ordine che siano comprensibili ed utili: ad esempio, se si continua a dire che il sistema è in pericolo, che è a rischio (anche per contestare una quota 100 mal fatta), si alimenterà la convinzione che le nuove generazioni in pensione non ci andranno mai, e che tutti quelli che ci riescono ad andare ora sono la causa di questo male.
Se si contesta il fatto che vengano destinate risorse alla previdenza e non che quelle risorse sono destinate ad interventi discutibili o sbagliati, si finisce per dare ragione a chi dice: almeno qualcosa si fa.
La cosa più preoccupante è il crescere (perché non nasce certo ora) del conflitto tra generazioni, l’idea che “i figli stanno male per colpa dei padri”.
E’ un fatto molto serio, perché è vero, in larga parte, e perché i giovani non hanno le stesse speranze e possibilità di progredire che avevano le generazioni precedenti.
E’ colpa dei padri? Allontanare l’idea che la contraddizione principale sia (nelle nuovissime condizioni attuali) quella “tra capitale e lavoro”, che abbia radici nei rapporti di produzione e distribuzione della ricchezza, può fare comodo, ma è un inganno.
Eppure il conflitto tra gli interessi dei giovani e dei più anziani è un dato di fatto, negarlo sarebbe altrettanto sbagliato: quali sono, allora, le risposte giuste a questa contraddizione?
Un esempio. Nelle professioni una parte dei guai dei più giovani derivava dalle barriere create dalla casta dei professionisti anziani ed affermati. Proprio quella storia ci insegna che ci sono risposte giuste e risposte sbagliate: l’abolizione delle tariffe, in virtù di una idea di concorrenza che ha mostrato ampiamente la corda, fu salutata però come utile alla rottura delle barriere e dei privilegi degli anziani: sappiamo cosa è successo invece, e che solo un equo compenso, delle regole e dei vincoli, garantiscono chi è più debole, su quel mercato, come su altri.
Dobbiamo ritrovare la capacità di dire ai giovani che è un equo compenso, una equa retribuzione, una equa distribuzione del lavoro e della ricchezza accumulata che garantisce la loro pensione futura.
Non si deve pensare solo a quello che esce dal bilancio della previdenza, ma a quello che entra, quanti lavorano e con quale retribuzione, con quali costi (contributivi e fiscali), incomprimibili sotto un certo livello (questo va detto alle imprese): per questo la flat tax è un regalo a chi ha molto e un inganno per chi ha di meno, anche tra le partite Iva.
Il sistema pensionistico è la base materiale della solidarietà tra le generazioni: questo va “messo in testa” a tutti, anche agli anziani, a chi è già in pensione: se il sistema non viene alimentato sono a rischio non le pensioni future, ma le pensioni in essere, in un sistema a ripartizione come la nostra previdenza pubblica.
Che cosa tiene insieme gli interessi delle diverse generazioni? L’obiettivo dell’equità, e il contrasto alle diseguaglianze: c’è modo di farlo e di fare di questo un messaggio nuovo, positivo, rassicurante anche per i giovani.
Le diseguaglianze.
Il sistema che abbiamo, per come è configurato, registra le diseguaglianze nel mercato del lavoro, nella divisione del lavoro di cura, nel gap salariale tra uomini e donne, e le perpetua nella prospettiva previdenziale delle persone; e non per via della legge Fornero”, che non ha corretto, ma non ha neppure creato quei problemi (non li ha creati neppure “la Dini”, li ha creati il mercato, e il modo con cui si è risposto alle “leggi del mercato” e ai processi di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia).
La previdenza deve tornare ad avere meccanismi solidaristici trasparenti e una funzione redistributiva, di correzione e non di prosecuzione delle diseguaglianze presenti nel mercato del lavoro.
Il contrasto alle diseguaglianze tra lavoro e lavoro è una strada su cui ci si è incamminati nella scorsa legislatura, con i 41 anni per i precoci e l’ape sociale, e con lo strumento della Commissione ad hoc istituita con la legge di Bilancio 2018: un cammino che deve essere proseguito.
E poi ci sono le diseguaglianze tra chi ha un lavoro dopo i sessantanni e chi non ce l’ha, e quelle tra chi fa due lavori, fuori e dentro casa.
Le pensioni in essere sono frutto di un sistema che aveva in sé differenze e privilegi, storie diverse tra lavoro dipendente ed autonomo, tra lavoro nel privato e lavoro pubblico, e tra i diversi fondi.
L’idea che si possa intervenire oggi per riportare giustizia dove non c’è stata per decenni è “avventurosa”: si possono richiamare al lavoro coloro che sono andati in pensione con 15, 20, 25 anni di lavoro? si possono decurtare pensioni basse ma che non sono giustificate da contributi versati (tanta parte del lavoro autonomo, e non solo)?
No: facciamo pace con un passato che dal 1992 e soprattutto dal 1996 non è più tale, anche se i processi di unificazione sono stati graduali, a volte troppo.
Ma c’è una cosa che possiamo e dobbiamo fare: salvaguardare per gli incrementi dei trattamenti più bassi, che pure sono necessari, il principio insito nella “quattordicesima”: legare gli aumenti alla storia contributiva di ciascuno.
Per questo la pensione di cittadinanza a 780 euro non può essere una priorità.
Una “pensione di cittadinanza” c’è già, per chi non ha altri redditi, l’assegno sociale. Si può incrementare.
Ma stabilire un livello minimo delle prestazioni assistenziali di 780 euro le porterebbe ad un livello che molte pensioni frutto di diversi anni di contributi versati raggiungono a mala pena, o superano di poco.
Il futuro previdenziale dei giovani è il grande assente nella proposte del Governo per le pensioni
Ci sono ipotesi e proposte importanti: la “pensione contributiva di garanzia”, o altre forme di “garanzia” per chi nel sistema contributivo ha periodi di interruzione del lavoro o contribuzioni basse pur lavorando: va avviato un percorso concreto di costruzione di quell’obiettivo, scegliendo un meccanismo che incentivi a versare tutto quello che si può, non ad uscire dal sistema perché “intanto non arriverò mai alla pensione”, “intanto prenderò una miseria comunque”.
Un sistema rigido per l’uscita verso la pensione fa parti uguali tra diversi, perché i lavori e le condizioni di vita non sono uguali per tutti
Ci vuole un meccanismo di flessibilità.
Sono le “quote”?
Proviamo a fare un ragionamento. Si possono identificare tre ambiti:
- chi ha problemi di ordine sociale, disoccupazione, cura di disabili gravi, invalidi oltre una determinata percentuale, deve poter anticipare senza penalizzazioni, soprattutto se ha una retribuzione medio bassa, e deve essere spesa sociale (modello Ape sociale, ma strutturale, e un po’ meno complicata nella gestione);
- chi fa un lavoro gravoso deve poter andare in pensione prima: chi paga questo anticipo? le imprese che li utilizzano – sul modello, che vale per INAIL, per cui la gravosità e i rischi del lavoro hanno un qualche costo per l’impresa.
- per gli altri: oltre alla riduzione del valore della pensione che viene da sé andando prima anziché dopo, e per via del fatto che una quota di pensione calcolata con il contributivo ormai l’abbiamo tutti (come dovrebbe essere noto, ma a volte non sembra), quale penalizzazione ulteriore, per sostenerne il costo e disincentivarla rispetto al raggiungimento dei requisiti pieni?
Possiamo immaginare di superare sia l’idea di una percentuale fissa, sia il “mito” (negativo) del ricalcolo contributivo retroattivo di tutta la vita lavorativa? Possiamo valutare l’ipotesi di legare quella penalizzazione al fatto che anche la pensione calcolata con il misto o il retributivo, essendo corrisposta per un numero maggiore di anni, veda ridotto il valore del rateo mensile, come accade con l’applicazione dei coefficienti di trasformazione nel sistema contributivo?
Infine, per fare bene servirebbe un lavoro di “messa in ordine” delle norme che ci sono: un “testo unico della previdenza”, che faccia emergere le contraddizioni e che permetta di rendere più leggibili e lineari quelle norme, evitando anche le tante “interpretazioni” e contenziosi che si sono prodotti e che assegnano all’INPS un ruolo che va oltre l’applicazione delle leggi (e che oggi viene interpretato secondo il principio per cui meno trattamenti si erogano, meglio è)
Rendere più semplici e lineari le norme servirebbe anche a superare una delle “percezioni” che circolano: che le tante diverse norme non consentano più di rintracciare regole chiare e comuni, trasformando la condizione di ciascuno in un fatto individuale: vista da un punto di vista sindacale, una faccenda “da patronato”, da tutela individuale e non una condizione che unifica, e tiene insieme, le persone che lavorano in tante diverse situazioni, di diverse generazioni e settori, ecc.
Mi importa per il lavoro che faccio, per il ruolo delle organizzazioni della rappresentanza sociale: ma se vogliamo contrastare individualismo e isolamento delle persone e valorizzare le dimensioni collettive, anche da qui si passa.
Il mio intervento al seminario Lavoro Welfare del 20 ottobre a Roma
Intervento Seminario Roma 20 ottobre
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