Il mio sostegno a Nicola Zingaretti, perché diventi segretario del Pd

il 20 gennaio 2019 | in Articoli | da Anna Giacobbe

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“Niente che non si possa fare, in fondo, ammesso di trovare la determinazione, la pazienza, il coraggio.”

E’ proprio nel Congresso del Circolo Pd di Vado che ho deciso di raccontare le ragioni del mio sostegno a Nicola Zingaretti, perché diventi segretario del Pd.
Mi sento chiamata in causa, pur avendo ormai un altro ruolo, non solo come iscritta al Pd, ma come persona che negli anni passati ha assunto, nel bene e nel male, delle responsabilità.

Zingaretti si propone un cambiamento, nei modi e in molti dei contenuti dell’azione del partito. Ce n’è un gran bisogno.
Cambiare rispetto agli anni recenti, e anche rispetto a quelli più indietro: con tutto il rispetto, non c’è nel nostro passato una risposta alle questioni che abbiamo davanti.
Un cambiamento che prova a “tenere insieme” il Pd, e nello stesso tempo ad aprire il partito a quello che si muove intorno a noi, a rendere possibile la costruzione di qualcosa di utile insieme ad altri.
Il Pd non ha solo subito una sconfitta elettorale pesante; sta progressivamente perdendo il suo senso per tanti che lo hanno sostenuto, anche con sensibilità diverse; non riesce a tenere insieme persone che hanno lasciato e lasciano il partito, per ragioni opposte le une alle altre.
Ma nello stesso tempo è l’unica formazione che abbia ancora una massa critica decente per provare a ricostruire un campo politico alternativo a quello che si è affermato nel 2018.
I nostri problemi non sono nati in questi ultimi quattro o cinque anni; dare il merito o la colpa di tutto, del 40% delle Europee e del 18% delle elezioni 2018, alla politica di Renzi non ha senso. Ma oggi siamo al 18%, ed è successo anche proprio perché non abbiamo capito le ragioni di quel 40%. E se non capiamo ora, siamo destinati alla ininfluenza. Oppure ad esercitare una influenza residuale, e comunque consegnata ad un pensiero di fatto conservatore.
Che cosa ci imputano molte persone? Di rappresentare e quindi difendere la parte di società che “ce l’ha fatta”, che ha comunque un livello di protezione decente.
Perché? Cosa è successo in questi anni?
Il Pd ha governato, facendo anche cose buone, altre no; ha governato sulla base di un premio di maggioranza che ha consentito di contare nelle istituzioni più di quanto si contasse realmente nella società; a questo si è aggiunta la scelta, questa sì un errore recente (anche se pure quello con radici più antiche) di disconoscere la funzione dei corpi intermedi, una interfaccia essenziale con quella società: che fossero i sindacati o le associazioni delle imprese, o altro; ma è successo anche per gli enti locali.
Per questo l’elenco delle “100 cose fatte” in campagna elettorale non ha scaldato i cuori, spesso ha infastidito.
Soprattutto, dopo le elezioni non siamo stati capaci di chiederci perché, nonostante il buongoverno, tante persone che erano prima elettori del Pd, abbiano fatto altre scelte.
Oppure qualcuno ha concluso che sono “loro”, gli elettori, che non hanno capito. A parte il fatto che, se dici a qualcuno che è lui che non capisce, è difficile riuscire a convincerlo, anche in una riunione di condominio,; ma c’è qualcosa di più profondo.
Che cosa ha in sé, fondamentalmente, la spinta popolare che ha caratterizzato in questi anni i successi di chi ha vinto le competizioni elettorali (compreso l’exploit del Pd alle Europee)? Il cambiamento, la rottura con le “élite”, con chi ha le leve del potere.
Abbiamo tanto patito l’espressione “rottamazione”, ma era anche quella una aspirazione diffusa, che Renzi ha interpretato per una parte, in una certa fase.
Il problema è chi e cosa rottami e soprattutto per andare dove, per costruire quale “altro” modo di rappresentare le persone, di fare i loro interessi, di esercitare il potere.
Vittima di quel rifiuto dello “stato delle cose”, percepito come lontano, imposto “dall’alto” e quindi nemico, è stata l’Europa: divenuta nel senso comune fonte dei nostri guai, e non strumento di tutela, nel mondo globalizzato e con attori economici e finanziari forti, dei popoli di questo continente, vissuta come espressione di un potere economico e finanziario al servizio di pochi.
Non so se ce la possiamo fare per le elezioni di maggio: ma sono un’Europa “dei popoli”, che rafforzi il contenuto sociale della sua azione, potrebbe tornare ad essere sentita “amica”. Per contrastare il ripiegamento nazionalista e reazionario dei cosiddetti “sovranisti” (ma che sia reazionario è chiaro a noi, non è così immediato nell’immaginario collettivo)
E allora, da dove ripartiamo?
In questi anni sono cresciute le diseguaglianze; non solo sono aumentate le persone che stanno male davvero, ma molti stanno “peggio” di prima, e hanno visto altri (o lo hanno immaginato) continuare a stare bene, o anche meglio.
Se lo sono solo immaginato? Tutti i dati, dall’Istat al Ministero dell’Economia e delle Finanze, da Banca d’Italia a Oxfam Italia, dicono che la ricchezza si è sempre più concentrata.
La politica del Pd, la sua azione di governo, non è riuscita a costruire le condizioni per una redistribuzione equa. Certo che era difficile, e si sono fatte anche cose buone, ma non si è inciso su meccanismi fondamentali di redistribuzione, della ricchezza e del potere.
E le contraddizioni sono state molte: esempi? Sgravi fiscali (ristrutturazioni, risparmio energetico) che premiano i redditi più alti; contributi o sgravi uguali per tutti a prescindere dal reddito (bonus per i figli e per i diciottenni, IMU prima casa); l’idea che ridurre i vincoli per le imprese aumenti l’occupazione; ma anche avere lasciato la gestione dei profughi alle Prefetture, una gestione burocratica e sganciata dai territori, e avere usato parole d’ordine di altri anche per dire cose giuste, tipo “aiutiamoli a casa loro”).
La cosa che colpisce di più, non è un “generico” aumento delle diseguaglianze; è il fatto che se hai genitori poveri e poco istruiti rimani povero e poco istruito, e i tuoi figli saranno poveri e poco istruiti: questa ereditarietà, che si era allentata nel corso dei decenni passati, è tornata a rafforzarsi a partire dai primi anni di questo secolo.
E’ cresciuto tra noi anche un certo “moralismo” (“se non ce la fai è perché non ti sei impegnato abbastanza”, “se non hai studiato è colpa tua”), o una difficoltà a vedere le cose per quello che sono (“i poveri non possono essere così tanti come dice l’Istat”, ecc.). Anche perché molti di noi si sono fatti un certo mazzo per arrivare a vivere decentemente: si capisce quel sentimento.
Resta il fatto che sia la parte “bassa” della scala sociale, sia la c.d. “classe media”, compresi i professionisti, hanno perso reddito, ruolo sociale, potere. L’azione del Pd non è stata in grado di interpretare, per una buona parte, i bisogni e aspirazioni di quei cittadini.
Possiamo rimediare? Non c’è un solo modo per interpretare quei bisogni e quelle aspirazioni; non è necessario farlo come Salvini o come il M5S, (e neppure come Berlusconi…).
Anzi, bisogna proprio farlo, ma in altro modo. Altrimenti continueranno ad essere loro dei punti di riferimento.
Dobbiamo farlo, se vogliamo avere un senso come partito democratico, forza politica che si incarica di dare rappresentanza alla parte debole della società, non per tenerla lì dov’è, ma per riscattarla da quella debolezza: io voglio stare in un partito così, che si dà quella missione, con tutta la gradualità possibile, ma con la radicalità necessaria.
Il cuore della proposta di Zingaretti, quello che convince me, è questo.
La domanda è se un partito così, un partito come il Pd, possa tornare a dare un futuro al Paese, possa tornare “a vincere”? Da solo, ora, no; quello della non “autosufficienza” del Pd, è un altro punto di necessaria discontinuità con gli anni passati.
La nostra sconfitta ed il prevalere di sentimenti che hanno scaricato i problemi dei “penultimi” nell’odio verso gli “ultimi”, oppure nell’antipolitica, nell’“odio per le élite” o nel rifiuto per tutti quelli che venivano considerati come “arrivati” (compresi i pensionati), tutto questo ha prodotto il quadro politico che abbiamo davanti. Con la saldatura tra cose molto diverse tra loro (altro punto dirimente), come Lega e Cinquestelle. Saldatura per ragioni di potere, ma anche, per i Cinque stelle, per rispondere ad un mandato largo dell’elettorato, e per Salvini per un disegno lucido di sfruttamento dei numeri del 5S per lo spostamento a destra della politica italiana e la costruzione in prospettiva di una nuova alternativa di destra.
I Cinque stelle sono tutt’ora un coacervo di cose contraddittorie, un movimento senza una cultura politica sedimentata, un movimento antisistema, ma con gruppi dirigenti ben pronti ad insediarsi nei ruoli di potere e a farne uso.
Non abbiamo fatto nulla per impedire quella saldatura, forse nulla si poteva fare.
E oggi? E domani o dopodomani? Da dove ripartiamo?
Se aspettiamo che le persone si deludano di loro e che “tornino”, temo che avremo delle delusioni noi.
Non si è ricostruita nel Paese la fiducia nella possibilità che sia il Pd a poter dare una prospettiva; a questo bisogna lavorare; e a cambiare in noi stessi per arrivare a quell’obiettivo; e per allearci con altri. Con chi? Cosa c’è “sul mercato”? Una grande incertezza e frammentazione; ma la situazione si può evolvere, in forme diverse. Lavoriamo per essere pronti, e adeguati a quelle possibili evoluzioni?
Uso una citazione di Sala, sindaco di Milano, cose dette qualche giorno fa: “non continuiamo rispetto ai Cinque Stelle a definirli sempre dei cialtroni. Con loro ci sono persone che prima votavano per noi. Quindi lo stiamo dicendo anche a loro”. Sulle prossime elezioni ha detto “c’è uno spazio per la sinistra”. “Facciamo la nostra partita poi si vedrà. C’è uno spazio per una sinistra che sappia interpretare il cambiamento. Non facciamo calcoli elettorali, ma costruiamo una nostra proposta che nasca dalle idee e dalle persone.”.
Dunque, questione di contenuti e di metodi e strumenti. Ancora qualcosa sugli strumenti
Non serve, non si può rifare un partito “del secolo scorso”. Ma la scelta di indebolire il partito sino a questi punti (perché è stata una scelta), come la scelta di affidare ruolo solo alle funzioni istituzionali e di governo sono problemi che abbiamo avuto e che abbiamo.
Non serve un partito “vecchia maniera”, ma serve in ogni caso una organizzazione che si proponga di dare rappresentanza politica alla parte di società più debole e a quella che vive del proprio lavoro. Dovrà usare strumenti attuali: oltre al rapporto diretto con le persone, quegli strumenti di comunicazione, i social, la rete. Riflettiamo su un fatto: i social network aprono oggi a tantissimi la possibilità di fare sapere la propria opinione a tantissimi altri: una volta questo era appannaggio delle élite, oggi potenzialmente di tutti. Quegli strumenti si devono usare.
A cosa serve un partito? E’ il luogo dove le decisioni che riguardano l’azione di governo, nazionale e locale, sono condivise tra chi governa e amministra e chi agisce nella società, nelle realtà economiche, nella produzione di ricchezza e nella cura delle persone e delle comunità. Questo ci è mancato: abbiamo esempi nazionali e locali. Non si tratta di dare la croce addosso a qualcuno, ma di cambiare e fare in altro modo.
Non dimentichiamo però che la “forma partito”, in generale, è in crisi: un partito non po’ essere autosufficiente in ogni caso
La ricerca delle soluzioni deve essere condivisa con entità diverse, anche inedite, senza pregiudizi che non siano quelli di valore e di “missione”. Guardando ai contenuti
I contenuti si costruiscono a partire da quello che si vuole rappresentare e dal dove si vuole andare.
Nella produzione del valore, ci sono rapporti di potere tra capitale e lavoro, come si diceva una volta (e ancora bisognerebbe dire, anche se sia l’uno che l’altro sono tanto cambiati), rapporti che stanno a fondamento di una società, insieme ad altre cose. Quelli che ci sono ora producono diseguaglianze e una distribuzione del reddito e del potere che penalizza la maggior parte delle persone e soprattutto chi ha meno: un sistema che ha bisogno di persone disposte a lavorare per meno salario e per meno diritti di altre, di donne che guadagnano meno e si sobbarcano il peso della “riproduzione” in senso lato; un sistema che si mangia risorse ambientali.
Lo vogliamo cambiare?
Che questo sistema lo vogliamo cambiare nel profondo non lo diciamo più da tempo, presi anche noi da quel “There Is No Alternative” usato da Margaret Thatcher e da altri, per dire che “non c’è alternativa” al sistema del libero mercato, del capitalismo globalizzato.
Oppure, che questo sistema lo vogliamo cambiare, lo diciamo con le parole del Novecento, come io stessa sto facendo.
Bisogna rimettere in gioco persone, uomini e donne, che hanno “esperienza della vita” e intellettuali, dar loro l’idea che ci importa di quello che pensano e dicono e scrivono, per trovare con loro le cose e le parole che possono fare di noi un partito della sinistra nel nuovo secolo.
Con quali contenuti? solo un paio di spunti:
Zingaretti usa il termine “economia giusta”: un sistema nel quale il lavoro sia la prima leva per distribuire la ricchezza, oltre che per crearla; che significa che ai salari va una quantità maggiore del “dividendo” della ricchezza prodotta; un sistema che, tuttavia, possa contare su misure di sostegno alle persone che non stanno lavorando, sia per non disperdere in quelle fasi il patrimonio professionale e umano, sia per aiutare chi farà sempre fatica a stare sul mercato del lavoro, e non per questo deve essere considerato un peso.
Una economia che produca valore aggiunto, ricchezza; ma nella quale non sia il mercato ad autoregolarsi; il mercato non lo fa. La concorrenza non può essere sempre il nostro mantra: ci sono monopoli naturali, le infrastrutture, i beni comuni, che vanno gestiti con efficienza, che non può venire dal libero mercato. E c’è bisogno di regolazione: non possiamo scoprirlo quando le gare riguardano i servizi locali. In generale, lo Stato deve dare regole, e garantire condizioni buone, e poi intervenire con propri investimenti. Si parla molto, e a ragione, di infrastrutture; c’è una infrastruttura della nostra vita, si chiama casa, su cui da tempo manca un pensiero, prima ancora che investimenti adeguati
Le persone che si muovono nel mondo non sono una minaccia; chi le usa come minaccia è un gaglioffo, ma la sicurezza nei nativi c’è se hanno qualcosa su cui contare, lavoro decente e prospettive per i figli; e poi informazione, contrasto del “percepito” quando è fasullo; informazione e educazione che si fa rispettando quelle persone anche quando dicono cose sbagliate, ma convincendole con gli argomenti, studiando per avere quegli argomenti. Ed anche facendo nostra in maniera più forte la consapevolezza del fatto che il nostro vecchio continente, e la nostra vecchia nazione, e la nostra vecchissima regione, hanno un bisogno vitale di nuove persone che vengono da fuori, se non vogliono “spegnersi” sia dal punto di vista produttivo, che della sostenibilità dei sistemi di welfare. Ma anche questo va detto non con “il ditino alzato”, di quelli che hanno capito tutto e lo spiegano a quelli che non hanno capito niente.
E sul piano dell’azione quotidiana, dell’opposizione a questo governo?
Questo governo sta facendo danni, è giusto denunciare; ma le persone vorrebbero sentirsi dire dal Pd, più che quello che non si condivide degli altri, quello che si vorrebbe fare INVECE; che cosa di uguale e che cosa di diverso rispetto quello che si è fatto quando il Pd governava. Per farsi un’idea dell’alternativa che viene loro offerta rispetto a questo modo di governare, che in alcuni casi fa orrore, in altri fa rabbia, perché dà risposte sbagliate ad esigenze giuste.
Possiamo pure insistere sul fatto che hanno sforato i parametri del rapporto debito/PIL, correggendosi poi per evitare la procedura di infrazione.
Ma, dal lato di chi ci guarda, se non ci di fida di chi governa l’Europa, di chi “comanda”, come ci si può fidare dei numeri con cui ci costringono a fare una cosa piuttosto che un’altra? Per di più, ora che, a fine mandato, i “falchi” che hanno punito la Grecia, dicono che allora si è esagerato.
Ora, in ogni caso, il tema sarebbe quello di dire come usare i denari destinati nella legge di bilancio alle cose che interessano le persone. Tra le tante, cito pensioni e reddito di cittadinanza:
Il reddito di cittadinanza ha molte contraddizioni e un errore di fondo, di “impianto”; ma se la nostra obiezione è che lo prenderanno dei pelandroni, che è “assistenzialismo” (anche di assistenza c’è bisogno), che sono troppi sette miliardi, allora non riusciremo a parlare con una sola delle persone che hanno creduto, e si sono illuse, agli annunci del governo. Sette miliardi: oggi sono quelle le risorse che servono, secondo l’Alleanza contro la povertà – Caritas, Acli, sindacati, ecc.-, per sradicare la povertà assoluta: diciamo che noi vogliamo quelli per fare quelle cose: non convinceremo Di Maio, ma forse qualcuno guarderà al Pd con meno diffidenza
Il Pd continua a dire che i”n fondo il sistema previdenziale va bene così”, e che si devono fare solo delle piccole correzioni; perché altrimenti crolla tutto. Se la “linea” rimane questa, succederà che, poco o tanto, il decreto in corso di approvazione darà risposte ad una platea (sbagliata, non equa nella sua composizione interna, ecc.) di persone che lavorano da tanti anni, che non sono sicuri di quello che accadrà del loro lavoro, o che non ne sono soddisfatti, e che intanto prendono quello, e poi si vedrà. E noi, muti.
Sono cose complesse, certo
C’è bisogno di parole d’ordine semplici, immediate? Anche: ma non solo.
Alessandro Baricco, in un recente articolo, dopo avere dato conto della frattura tra élite e popolo e delle responsabilità pesanti delle élite, in tutta Europa, ha scritto: “ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose”
“C’è qualcosa che possiamo fare? (…) Riprendere contatto con la realtà e accorgersi del casino che abbiamo combinato. Mettersi immediatamente al lavoro per ridistribuire la ricchezza. Tornare a occuparci di giustizia sociale. (…) Dare un significato nuovo a parole come progresso e sviluppo”.
“Niente che non si possa fare, in fondo, ammesso di trovare la determinazione, la pazienza, il coraggio.”


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