Iniziativa Cisl Scuola Savona: alcune mie riflessioni

il 8 settembre 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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So bene che tutta la vicenda della “buona scuola” ha sofferto sin dall’inizio di un deficit di coinvolgimento delle organizzazioni del personale della scuola, recuperato in parte nel corso dell’iter parlamentare, ma ancora difficile: nel nostro territorio abbiamo provato allora a non perdere i contatti, a dare valore al confronto, anche in presenza di punti di vista diversi. Ripartiamo da lì.

L’avvio dell’anno scolastico ha portato, anche quest’anno, un carico di problemi notevole, per i singoli e per le organizzazioni del personale della scuola.

E’ giusto mettere in risalto gli errori e le criticità; ma sono convinta che esse derivino più da antichi “mali” e contraddizioni del sistema di reclutamento del personale, che dagli effetti dei provvedimenti di legge di questo ultimo anno, provvedimenti che continuo a considerare per la gran parte una buona cosa, e utili a costruire davvero una “buona scuola”.

Si è realizzato, nell’arco di pochi mesi, un numero significativo di nuove assunzioni, e altre potranno essere realizzate, per affrontare in modo radicale il tema della stabilità del rapporto di lavoro dei docenti ed insieme per potenziare e qualificare l’offerta formativa.

Per fare questo sono state destinate alla scuola risorse notevoli, che si sommano a quelle impiegate per edifici e attrezzature.

Questo è avvenuto dopo tanti anni in cui i trasferimenti alla scuola erano stati tagliati, ed era mancata la volontà di investire, dal punto di vista politico e culturale, sul sistema scolastico. E così, anche riforme giuste e utili, a partire dalla “scuola dell’autonomia”, non hanno avuto strumenti per decollare, per affermarsi come nuovo modello di organizzazione del sistema di istruzione.

Per questo siamo, per forza di cose, ancora in una fase di transizione, di assestamento.

Quanto pesa, ad esempio, lo squilibrio tra “domanda e offerta” di personale docente tra le regioni del nord e del sud? Quanto paghiamo ancora oggi il fatto che si sono stratificate tante diverse categorie di abilitati, vincitori di concorso, idonei, tante sigle e acronimi per classificare donne e uomini che hanno sostenuto prove e selezioni con regole d’ingaggio tanto diverse?

Certo, si sono mostrati anche in questo frangente i limiti dell’apparato ministeriale, del “blocco burocratico” che incombe ancora sulla scuola, come su tanti ambiti della amministrazione pubblica: quello che ci fa ritrovare all’inizio di ogni anno scolastico in una situazione confusa, difficile, rallentata.

Ma perché non dare valore al fatto che nelle scuole ci sono davvero più risorse e potenzialità degli anni scorsi? Più docenti, in una condizione di lavoro più sicura e meno precaria?

Non per amore di “propaganda”, ma perché è vero; e quello che è stato fatto a questo proposito è una delle condizioni, non la sola, per dare più qualità alla nostra scuola.

La discussione sulla “buona scuola” si è incentrata su fatti pur importanti, ma parziali: superamento del precariato, piano di assunzioni, opportunità riconosciute o non riconosciute a questa o quella fascia di insegnanti, (e poi il “famoso” algoritmo), ecc. ecc.: i contenuti dei processi di formazione, gli obiettivi educativi e di emancipazione sociale e culturale che il sistema dovrebbe perseguire, il diritto allo studio, la qualità della funzione docente, tutto questo è rimasto in ombra.

Ho in mente i contenuti dell’ Appello al Parlamento “La Scuola che cambia il paese”, sottoscritto da molte associazioni e dai sindacati Confederali e della Scuola, nel quale si diceva che “l’investimento di tre miliardi nella scuola pubblica (avrebbe potuto) essere una positiva inversione di tendenza, se finalizzato a innalzare i livelli di istruzione e di competenza di tutto il Paese e a contrastare le gravi diseguaglianze socio-culturali e territoriali che condizionano gli esiti scolastici.”, e che “senza la partecipazione attiva dei soggetti che rappresentiamo, nessuna riforma può raggiungere questi obiettivi decisivi per lo sviluppo del Paese”.

E non è retorica chiamare la scuola, come ha fatto Anna Maria Furlan, “fabbrica di futuro”.

Sono proprio questi gli obiettivi di un lavoro necessario, in gran parte ancora da fare, che chiama in causa lo Stato, ma pure le comunità locali: obiettivi che anche nel passato recente hanno impegnato gli esponenti del Pd, nei loro ruoli di governo negli enti territoriali.

Il “Patto per la scuola” costruito e sottoscritto dal Comune di Savona negli anni scorsi si fondava su una idea: la scuola inserita in una comunità educante, come parte di essa; un sistema in cui tutte le istituzioni devono dialogare, non solo per stilare un elenco delle “cose da fare”, ma per realizzare un progetto condiviso: con un approccio valoriale che non dobbiamo trascurare mai.

A presto, dunque. C’è molto da fare: lavorare affinché le norme che il Parlamento ed il Governo approvano siano coerenti con gli obiettivi dichiarati (decisivi i contenuti dei decreti attuativi della legge delega); rendere più efficace e produttivo il rapporto tra il sistema scolastico, le istituzioni territoriali e i rappresentai del territorio in Parlamento.

 


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