Incontro con il Ministro del Lavoro Poletti: cosa dirò

il 2 aprile 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ho la fortuna di essere nella Commissione Lavoro e quindi avrò modo lì di dire la mia opinione sulle singole questioni e su come intervenire sul testo.
Questo confronto nel gruppo è utile a valutare insieme se e perché su quel testo sia opportuno e necessario intervenire.
La nostra discussione, senza volerla caricare eccessivamente di significati, ha a che fare anche con il tema di come può funzionare in modo virtuoso una dialettica, inevitabile e sana, tra un governo di coalizione, e che coalizione, il parlamento e il partito. Il provvedimento di cui parliamo, tra l’altro, è particolarmente segnato dalla cultura del Nuovo centro destra.
E stato detto dal governo, dal ministro che ci possono essere correzioni ma che l’impianto deve rimanere.
L’impianto che dobbiamo difendere e confermare, anche nelle mediazioni che pure saranno necessarie, è quello che risponde agli obiettivi che il Pd ha dichiarato ed è quello che può rispondere meglio all’esigenza impellente di consentire un accesso più facile al lavoro, non un modo più facile per “entrare e uscirne”, in un momento che non è ancora di vera ripresa (è noto che l’esistenza di maggiori o minori protezioni del lavoro incide diversamente a seconda che ci si trovi in situazione di crescita o di recessione)

1) Jobs Act , cito: “Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma (…) la voglia di (…) di investire, di innovare (degli imprenditori)”
Anche i rappresentanti dei consulenti del lavoro ci hanno detto: per decreto non si fa occupazione
Ne dobbiamo ricavare che intervenire su questo testo per contenere la riduzione ulteriore di vincoli e regole per le imprese che lo caratterizza, non è un attacco alla possibilità di creare occupazione, che apppunto si crea, non si inventa.

2) cito ancora Parte C, punto 2. del Jobs Act: Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.
La regolazione del contratto a termine che è contenuta nel decreto 34 uccide nella culla il contratto di inserimento a tutele crescenti. Capirei, forse, se si dicesse “liberalizziamo il contratto a termine per sei mesi, un anno, nel frattempo costruiamo nuovi strumenti”; ma non è così. E moneta cattiva scaccia moneta buona.
3) c’è un grande bisogno di semplificare, di rendere chiare le norme; questo non vuol dire necessariamente renderle solo più favorevoli ad un parte, significa renderle meno esposte al contenzioso; semplificare non significa ridurre a zero i vincoli, ma rendere chiari e non interpretabili quei vincoli, semplici da riconoscere e da applicare. E allora, anche per questo, perché dare “elementi di imbarazzo all’Unione Europea” nell’apprendistato)? Fonte di ulteriore contenzioso, e tra gli avvocati non lavorerebbero i giovani, ma sempre gli stessi.
Sul concetto di “più favorevole ad una parte”; il ministro ha detto in questi giorni che i due interessi, tendenzialmente, coincidono; nel rapporto di lavoro esiste una differenza di potere tra datore di lavoro e lavoratore; questione che potrebbe non essere più considerata in linea con i tempi: c’è un questione sempre moderna, quella della dignità e della possibilità di guardare avanti; se si aumenta la frammentarietà dei rapporti di lavoro, non è la cattiveria del padrone, ma il fatto che i suoi guai li affronta usando gli strumenti che ha, che gli fa scaricare sul lavoro quei guai

4) dobbiamo tutti partire dal fatto che ci sono problemi nelle norme in vigore sino al 20 marzo
> apprendistato:
- non è decollato quello di primo livello, abbiamo approvato nuove norme per l’alternanza con le scuole superiori della legge di conversione del “decreto scuola”; oggi l’Isfol ci ha detto cose interessanti su questo e su altro
- nonostante le percentuali di trasformazione a fine apprendistato, le conferme sono poche, e, a vedere i dati di Confcommercio, sostanzialmente costanti, anche al variare del numero totale di avviamenti e cessazioni; il tema non è eliminare l’obbligo a confermarne una parte, ma porsi il problema vero: è anche il “salto di costo” nel momento della stabilizzazione che disincentiva quella stabilizzazione; e allora la via d’uscita è passare, anche qui, da vincoli ad incentivi (rimodulare l’erogazione degli sgravi contributivi, oggi quasi tutti prima della stabilizzazione, oltre alle conseguenze del passaggio di inquadramento)

> contratti a termine: il cosiddetto “stacco” è un problema più per il lavoratori che per l’azienda, e comunque per entrambi, e poteva essere rimosso dalla contrattazione collettiva
c’è il problema del contenzioso sulle causali: affrontiamolo, ma non perdiamo l’idea che un contratto a termine si fa “a termine”, normalmente, per un motivo

Mi permetto di segnalare al Ministro un’altra questione, che penso possa incontrare la sua sensibilità: uno dei sette settori indicati nel Jobs Act per mobilitare risorse e creare lavoro, il nuovo welfare. Molti bisogni degli anziani (fatto salvo ciò che deve essere garantito da livelli essenziali di prestazioni), specie se uniti alla capacità del pubblico di orientare anche la spesa privata, possono essere una leva formidabile per mobilitare risorse private per creare lavoro, che a sua volta porta risorse nuove sia nelle casse previdenziali, sia in quelle dell’erario. In generale le risorse distribuite ai redditi da pensione, soprattutto a quelli medio bassi, hanno lo stesso effetto espansivo, rispetto a consumi e domanda interna, di quelle attribuite ai redditi da lavoro, ed in più hanno a che fare con la costruzione di un pezzo di welfare di comunità.
Una domanda cui il Governo non ha ancora risposto è se questo sia considerato un tema da affrontare: poi si vede con quali risorse, quando e come, ma si deve partire da qui.


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