La lettera sovversiva. Presentazione del libro di Vanessa Roghi.

il 26 maggio 2018 | in Articoli | da Anna Giacobbe

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Innanzitutto è bello che questo libro guardi all’eredità di Don Milani rifiutando sia “le rievocazioni mitologiche sia la “progressiva banalizzazione” della figura di don Milani.

Una descrizione molto bella della Lettera e del valore dell’esperienza di Barbiana èquella di Gianni Rodari, che parla “di una sincerità a volte brutale, di una ingenerosità scostante”, ma definisce la Lettera, tra i libri scritti sulla scuola italiana, “il più appassionate, il più vero. Vi si respira e misura la rivolta, l’aspirazione inarrestabile alla cultura, la volontà di cultura a tutti i costi, in cui si muta una profonda presa di coscienza dei propri diritti. (…) anche nella critica ingiusta, è un canto d’amore alla scuola.”
Non si parla solo di don Milani e della Lettera: il libro di Vanessa Roghi ci offre una bella traccia, un filo che lega don Milani, Mario Lodi, Tullio De Mauro ed infine Gianni Rodari. Un filo che ha a che fare con il valore delle parole, la “padronanza” delle parole. Il rapporto tra il sapere e il potere.
E la padronanza della parola come strumento essenziale per contrastare le diseguaglianze “E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi si sa esprimere e intende l’espressione altrui.” (Lettera)
Proprio Rodari, nella Grammatica della fantasia scrive quel “Tutti gli usi della parola a tutti” che presta il titolo all’incontro di oggi, e che gli “sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.
Lo scambio di corrispondenza tra i ragazzi di Barbiana e i bambini di Vho, gli scolari di Mario Lodi, dà conto anche di un altro “nodo” di quel filo, il contatto tra Barbiana e un’altra esperienza didattica straordinaria, molto diversa ma altrettanto innovatrice, incentrata sulla “libera creatività espressiva del bambino”.
E Mario Lodi cita don Milani ( le Lettere Pastorali) quando racconta che gli educatori “non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola”.
C’è un altro collegamento che si potrebbe fare, e lo suggerisce la citazione de L’uomo del futuro di Eraldo Affaniti , definito “resoconto appassionato – scrive Vanessa- di cosa significhi, ancora oggi, in Italia e nel mondo, avere tra le mani un dizionario per imparare una lingua, materna o no, come viatico di cittadinanza”
Ci riporta a quell’episodio così simbolico, ricordato anche da Tullio De Mauro, di Peppino Di Vittorio ragazzo che trova un vocabolario, una cosa che non sapeva cosa fosse, su una bancarella e trova il modo di comprarlo pur avendo pochissimi soldi. Un libro che spiega il significato delle parole.
Tra le prime battaglie di Di Vittorio c’è quella per una scuola serale per i braccianti (dove lui fa la terza elementare a 14 anni) e libri e quaderni gratuiti
Di Vittorio ha la convinzione profonda della necessità di essere “alfabeti” per essere “pari”, per misurarsi da alfabeti con i padroni. Ma non solo per essere liberi, anche per crescere come persone, per saper guardare “lontano e alto”, così scrive lui.
“Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza.”
Peppino Di Vittorio dice anche “Io ho avuto una inclinazione istintiva, naturale, allo studio; ma lo stimolo più potente a studiare, a ricercare, mi è venuto dalle esigenze e dai bisogni quotidiani del nostro movimento. Avevamo bisogno di comprendere, perché avevamo bisogno di aprirci la strada, e aprircela con le nostre forze, i nostri mezzi, la nostra volontà, per uscire dallo stato di abbrutimento e di umiliazione in cui erano tenuti i lavoratori e conquistarci un destino migliore (…) E’questo che ci ha portato a studiare, a cercare di imparare per trovare la via della liberazione che portasse i braccianti (…) a migliori condizioni di vita e una superiore dignità umana.”
In che cosa ci dice ancora molto l’approccio di Di Vittorio, e in che cosa ha a che fare con quello di cui stiamo parlando? Una idea di emancipazione non solo individuale dalla condizione di subalternità in cui l’analfabetismo costringeva i braccianti; uno sforzo collettivo, invece. Lui era certamente una persona straordinaria, ma non pensava di emergere /”evadere” per sé, e magari per occuparsi poi di chi era rimasto indietro: aveva l’ambizione di costruire le condizioni perché le classi subalterne realizzassero la propria emancipazione accedendo all’istruzione, alla scuola per tutti
Fa pensare a quel “ sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia” scritto nella Lettera
E ci suggerisce che la strada non è puntare solo a promuovere il merito delle eccellenze, ma “rimuovere gli ostacoli” che fanno sì che il patrimonio umano e di intelligenza degli esclusi vada perduto, non solo per loro ma per la comunità, la società.
Le condizioni di inizio secolo, del dopo guerra, quelle degli anni 60 con cui si misura Don Milani, non sono quelle di oggi.
Anche perché qualcosa è successo.
Negli anni 60 avviene proprio uno di quei passaggi che “fanno la differenza”: il 1 ottobre 1963 entra in vigore la legge sulla la scuola media unica, che Vanessa Roghi definisce “la più importante riforma degli anni Sessanta”. E Marco Rossi Doria la considera, “insieme alla riforma agraria, la principale innovazione in senso egualitario della storia della Repubblica”
Nel 1962 si iscrivono alla scuola media solo il 65% dei ragazzi che escono dalla scuola elementare.
 Dopo la riforma, il tasso di scolarità per i ragazzi di 13 anni passa dal 51% del 1960 all’82% nel 1971.
E poi Vanessa sottolinea che nello stesso anno in cui le medie unificate diventano finalmente realtà Tullio De Mauro pubblica la Storia linguistica dell’Italia unita: “la questione della lingua è una questione “sovversiva”, di attualità stringente”, proprio in quella fase, mentre si realizzava la battaglia culturale e politica che ha prodotto la scuola media unificata.
Il cammino percorso da allora ha prodotto progressi. Ma oggi facciamo i conti ancora con una dispersione scolastica alta, seppur calata ancora negli ultimi anni, e insieme con altri due fatti: si è spostata l’asticella, il traguardo, la domanda di livello di istruzione, nel lavoro e nella vita. E poi, cosa significa essere “alfabeti”, oggi?
L’atteggiamento un po’ moralistico di una parte della politica e del senso comune di noi “inclusi” sulla inadeguatezza degli italiani a “capire” i loro stessi interessi (e c’è del vero), dovrebbe lasciare il posto ad uno sforzo per capire le ragioni dell’analfabetismo funzionale, che è diffuso, e per decidere se si intenda occuparsene insieme alle persone, per organizzare insieme a lorol’emancipazione da quel limite. Una nuova “evasione” dallo svantaggio, dall’esclusione, dalla subalternità, anche culturale.
Ma anche la tradizionalissima dispersione scolastica è ancora un tema di attualità
Dopo l’Indagine conoscitiva realizzata dalla Commissione Cultura della Camera “sulle strategie per contrastare la dispersione scolastica”, del 2014, il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato, nello scorso mese di gennaio, il Rapporto della “Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa.”
Il documento descrive i “saperi irrinunciabili” (quelli che consentono di avere una base di conoscenze e competenze tale da poter esercitare la cittadinanza attiva, e che permettono di riprendere gli studi nel corso della vita), ed afferma che “la serie storica dei dati conferma una seria debolezza delle competenze irrinunciabili”: il punto è che quella debolezza è correlata “con l’origine famigliare o territoriale, condizionata, dunque, dall’esclusione sociale e culturale nella quelle vivono e crescono bambini e ragazzi”.
Fa un certo effetto leggere in un documento del Ministero del 2018 che “la scuola italiana è tuttora “di classe” – come diceva don Milani 50 anni fa”.
Non siamo agli anni Sessanta. La situazione è migliorata, ma rimane estremamente critica, sempre secondo quel documento, per tre elementi che si intrecciano tra di loro: alti tassi di abbandono e molte ripetenze, alto numero di ragazzi (e di adulti) che non possiedono le “conoscenze irrinunciabili”, alto tasso di povertà minorile.
Da decenni le scuole, singoli docenti, il privato sociale, gli enti locali, hanno realizzato tante buone esperienze. Ma, ci dice ancora il Rapporto del MIUR, “è indispensabile riavviare un dibattito onesto sui nodi concettuali, politici e operativi che attengono alla questione cruciale del perché tanto lavoro non ha prodotto un risultato da tutti auspicato”.
La discussione sulla scuola in questi anni si è concertata soprattutto su stabilizzazione dei docenti precari, organici, edilizia scolastica: è mancata o è stata insufficiente, o comunque non ha coinvolto gli attori della scuola, una seria riflessione su come i bambini e i ragazzi (e anche il personale, docente e non) “stanno” nella scuola, su come la scuola assolve al suo compito educativo e di contrasto alle diseguaglianze che impediscono a tutti di realizzare un percosso formativo adeguato e soddisfacente.
Si comincia a parlarne, c’è qualche speranza se un viceministro dell’Economia scrive che occorre “investire davvero per la formazione dei potenziali esclusi, introducendo forti dispari opportunità a loro favore nel sistema di istruzione -ciò che non abbiamo fatto con la Buona scuola-”, “con tre miliardi e mezzo di risorse in più e nessun intervento per offrire ai bambini e ai ragazzi delle famiglie più deboli una scuola pubblica che equilibrasse – almeno in parte – le enormi disparità di partenza”.
Le statistiche, i confronti internazionali, ci danno conto del fatto che un sistema formativo che non recupera chi è in svantaggio, non sostiene neppure la promozione delle eccellenze; perché riduce la platea larga da cui anche le eccellenze emergono
Allora bisogna rimettersi a lavorare per “una scuola che non sia notaia di diseguaglianze culturali, ma promotrice di uguaglianza” (per dirla ancora una volta con Tullio De Mauro)
In che cosa lo studio del lascito, culturale e umano, di don Milani ci aiuta in questa impresa?
Il coraggio di guardare e di nominare i problemi, intanto; il metterci del proprio, l’investimento di sé e della propria responsabilità in quel lavoro così difficile.
In quella eredità c’è pure un metodo, che parla ancora alla didattica contemporanea: la scrittura collettiva e il suo valore (“ogni ragazzo ha un numero limitato di vocaboli che usa, ma un numero molto vasto di vocaboli che intende…ma che non gli verrebbero in bocca facilmente.”
Vanessa scrive “Lo sguardo milaniano non basta più, ma serve ancora”.
In che cosa non basta. Una citazione di Balducci può dare un’idea
“Se vogliamo uscire insieme dal classismo della scuola istituzionale, non ci è possibile seguire il suo esempio, occorre prendere di petto le istituzioni e cambiarle”: indica la necessità di agire non costruendo una sorta di “laboratorio”, o di isola, in cui si fa quello che “il sistema” non fa, ma proporsi di intervenire su quel sistema di istruzione, per cambiarlo, e sulle diseguaglianze di cui la scuola ancora si fa “notaia”
“Dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri”
“Milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità”
E allora
“- a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno
- agli svogliati basta dargli uno scopo”
E’ un vasto programma, niente male.

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