Lavoro autonomo, tutele e opportunità. Spunti dall’incontro di ieri.

il 4 marzo 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Consideriamo un fatto di grande importanza l’approvazione, ormai prossima, di una legge per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale.

Molte cose sono state fatte sulle trasformazioni nel mondo del lavoro, sull’evoluzione del concetto di subordinazione, e d’altra parte sull’uso di forme di lavoro parasubordinato o solo formalmente autonomo come strumento per ridurre i costi e i vincoli del rapporto di lavoro dipendente.

Da un lato una destrutturazione del lavoro tradizionale, dall’altra gli effetti progressivi, e tuttora in evoluzione, dell’ innovazione tecnologica che ha investito produzione, servizi, comunicazione, finanza, in un mondo in cui sono state messe in discussione le nozioni stesse di spazio e di tempo.

La crisi economica e la messa in discussione di rapporti economici, sociali, di potere e di rappresentanza, che si erano consolidati hanno inciso sia, da un lato, nella formazione e sulle condizioni di nuove figure di lavoro autonomo, sia, dall’altro lato, sullo status, il ruolo e le funzioni delle professioni tradizionali.

Sono processi che durano ormai da tempo: fasce significative di professionisti, fuori dallo schema tradizionale delle professioni ordinistiche si sono trovate con diritti e tutele mancanti o del tutto insufficienti; all’interno delle professioni ordinistiche si sono create differenze crescenti, in generale si è prodotta una riduzione dei redditi, delle certezze e dello status, reale e “percepito”

In ogni caso, due mondi che sono rimasti come separati, con diverse protezioni e opportunità, con un diverso “valore sociale” percepito dall’opinione pubblica.

I processi di impoverimento hanno i colpito in questi anni le famiglie il cui reddito principale deriva dal lavoro autonomo, in misura anche maggiore rispetto ad altre fasce di popolazione: più che lavorare, è stato difficile farsi pagare.

Negli anni della crisi il lavoro indipendente ha perso quasi mezzo milione di occupati.

Sono aumentate le diseguaglianze: tra giovani e senior, tra uomini e donne, tra regione e regione.

Nelle professioni ordinistiche, se è cresciuto il numero degli iscritti alle casse di previdenza e tra questi soprattutto le donne (tra il 207 e il 2014, del 18 % gli uomini e di oltre il 50% le donne, che passano dal 30 al 36% sul totale) le disparità di genere rispetto al reddito sono impressionanti: la Liguria è la seconda peggiore tra le Regioni con un rapporto tra reddito medio delle donne e quello degli uomini del 52,8%. Se il fatto che le fasce d’età con i redditi più elevati siano quelle comprese tra 55 e 60 anni non è così strano, meno naturale è la distanza tra i redditi dei giovani professionisti e i loro colleghi già avviati: i giovani sino a 35 anni guadagnano mediamente tra il 25 e il 35% di un loro collega tra 55 e 60 anni.

L’assenza di riferimenti per un equo compenso; l’abolizione delle tariffe, dei minimi tariffari, realizzata a tutela della concorrenza, hanno finito per distorcere il mercato professionale, con prestazioni fornite con compensi bassissimi e di conseguenza, spesso, una scarsa qualità dei servizi offerti, e in generale la riduzione del reddito dei professionisti, soprattutto i più giovani, ma non solo. Le pubbliche amministrazioni sono tra i committenti più discutibili, da questo punto di vista.

Nel frattempo, il costo per ciascuno delle prestazioni di welfare è cresciuto: le prestazioni stesse sono affidate a sistemi diversificati, incompleti, in difficile equilibrio al loro interno, con il rischio, sempre, di scaricare sui più giovani le difficoltà più grandi.

E poi, chi davvero rappresenta  collettivamente queste figure? Sono gli ordini professionali ancora strumenti adeguati? E come queste rappresentanze possono interloquire in modo stabile, non solo e non tanto come lobby, ma come espressione autentica di un mondo variegato, complesso, ma con possibili obiettivi comuni, e con la necessità di processi di ricomposizione, di mediazione tra interessi diversi?

Su tutte queste questioni da anni si è sviluppata l’attenzione e l’iniziativa delle persone coinvolte, delle associazioni, degli ordini e delle loro rappresentanze.

Nel corso degli ultimi anni, interventi parziali hanno affrontato alcune delle criticità più evidenti: dalla percentuale di contribuzione alla gestione separata INPS, al sostegno in caso di disoccupazione per i collaboratori, dall’estensione di alcune tutele sociale, ad esempio per la maternità, alla possibilità di cumulare gratuitamente periodi di contribuzione in diverse gestioni previdenziali, comprese le casse professionali.

Ed è maturata la necessità di un intervento legislativo compiuto, per definire un sistema di diritti e di welfare capace di sostenere nel presente e tutelare nel futuro questo mondo, con le sue peculiarità: con interventi destinati sia a tutelare le persone, i loro diritti, sia a sostener l’avvio e la continuità delle attività professionali, a salvaguardare e sviluppare le loro professionalità. Dopo l’elaborazione di diverse proposte di legge di iniziativa parlamentare, tra cui quella della collega Gribaudo, il Governo ha presentato un proprio disegno di legge.

Proprio ieri abbiamo chiuso l’esame in commissione lavoro della Camera del ddl del governo, già emendato al senato, su cui anche noi abbiamo inserito alcune modifiche, che andrà in aula la prossima settimana e dovrà poi rapidamente affrontare la seconda lettura al senato ed essere definitivamente approvato.

Risolve alcune questioni, ne lascia da parte altre, anche rilevanti, ma costituisce un passo avanti deciso e davvero significativo

 

Le presentazione a supporto dell’intervento di Chiara Gribaudo

presentazione ddl autonomi

 

 


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