Le parole, il pensiero, le cose

il 14 ottobre 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ogni tanto provo a mettere in fila i miei “fondamentali”, innanzitutto per dare a me stessa una traccia da seguire. Mi interessa sapere l’opinione di altri e dare un piccolo contributo al formarsi della loro.

Si può stare nel Pd senza essere né renziani né antirenziani, giusto? e non per questo essere persona che  “non sceglie, non prende parte, non si sbilancia”.

In ogni caso, non è certo questo che ci chiedono di sapere di noi coloro che ancora ci affidano un po’ della loro vita e del loro futuro.

L’idea che la nostra identità si possa definire con il sostegno ad una persona, o con il suo contrario, non è nuova, ma di questi tempi più in voga.

E tuttavia il nome è identità, è possibilità di essere riconosciuti, riconoscibili anche a se stessi.

Il problema è che le parole non hanno più il senso che noi abbiamo dato loro nel tempo: di sinistra, riformista, democratico….

Trovare “le parole per dirlo” non può essere un esercizio che riguarda i discorsi dentro un circolo ristretto di addetti ai lavori. E neppure riguarda solo il pensiero, anche se di pensiero ci sarebbe tanto, tanto bisogno.

C’è il rapporto con le cose, con la vita, con processi profondi che hanno modificato, in pochi anni, il concetto stesso di tempo e di spazio; e con la condizione materiale delle persone, con quello che deriva da quella condizione in termini di libertà personale, di dignità, di potere, di benessere, di qualità delle relazioni con gli altri.

Un partito, in definitiva, è una associazione che si incarica di rappresentare un punto di vista collettivo su queste cose e sul governo della comunità, e lo fa sulla base di qualche coordinata condivisa. E’ questo il Pd, ora? O ha finito per assumere le funzione prevalente di comitato elettorale, legato alla sorte di persone e di gruppi, in ambito nazionale e locale?

Se è così, come si cambia? Prima questione: vogliamo cambiare? Io sì, a me così non piace.

Non ce la caviamo discutendo della “forma partito”, cosa anche importante. Torna, come sempre, il tema essenziale: dove vogliamo andare, “cosa vogliamo fare”, prima ancora di “cosa vogliamo essere”.

Nel mondo e intorno a noi sono cresciute le diseguaglianze, si è determinata una concentrazioni del potere; il potere finanziario sovrasta quello dei concreti rapporti di produzione, oltre che quello politico. E’ questo che mette in pericolo la democrazia. Uno spiazzamento che spinge le persone a diffidare delle sedi tradizionali della democrazia, della mediazione politica ed anche della mediazione sociale.

Proprio perché le cose sono così complicate, abbiamo ancora bisogno di una chiave di lettura, di una sistema di valori su cui misurare l’azione politica o quella sociale. E una direzione di marcia.

Gli strumenti della democrazia in ciascun paese si sono logorati, e sono tramontate le grandi famiglie politiche che, nel bene e nel male, univano le persone al di là dei confini nazionali. Ci sono le grandi religioni, ancora, con la potenza e i grandi rischi che questo porta con sé.

E dunque, dobbiamo porci interrogativi grandi, impegnativi: questione sociale, le regole con cui si produce ricchezza, la si distribuisce, la si consuma; questione democratica, cioè strumenti per l’esercizio del potere; c’è un terzo ambito, quello della libertà delle persone, certamente connesso agli altri due, ma che ha una propria dimensione, sempre più rilevante.

Cosa posiamo proporci di fare? In definitiva: ridurre le diseguaglianze, contrastare la concertazione del potere, impedire la sopraffazione di persone su altre persone. Per farlo occorre avere un orizzonte a cui tendere: l’uguaglianza (non delle condizioni partenza, ma della possibilità di arrivare al traguardo, altrimenti è troppo facile); l’autodeterminazione delle persone e delle comunità, che assumono su di sé la responsabilità del proprio destino.

Le parole hanno perso i loro significati, ma penso che “sinistra” sia esattamente questo.

Perché non siano chiacchiere: lavoro, pensioni, contrasto alla povertà sono i capitoli di una concreta agenda sociale su cui misuriamo la possibilità di ridurre le diseguaglianze.

Sono materia dell’azione di governo, con contraddizioni e qualche errore, ma con passi avanti innegabili: delle crisi aperte nell’apparato produttivo il governo si sta occupando sul serio, con strumenti anche nuovi; qualche idea di politica industriale, anche per iniziativa del Parlamento, si sta costruendo. Sulla previdenza si è riavviata una discussione sui fondamentali, a partire da una riduzione del danno rispetto alla “Fornero”, che è significativa, e guardando avanti: ci saranno quasi due miliardi all’anno per contrastare l’esclusione sociale che la povertà produce, oltre ai quattro che già si spendono, giustamente, per gli anziani senza reddito.

Basta? No, e soprattutto non troveremo nel passato la risposta su come avere un sistema di welfare e di politica del lavoro fondato su uguaglianza e inclusione sociale: migrazioni e mutamenti demografici non ce lo consentono. Se non aggiorniamo rapidamente la nostra strategia si produrrà un cortocircuito senza scampo.

Chi decide cosa? E’ l’altro interrogativo, la “questione democratica” appunto.

Comprendere i processi che determinano gli orientamenti delle moltitudini, le dinamiche del consenso  e dell’egemonia, richiede molta attenzione e capacità di analisi: semplificare con la categoria del populismo non aiuta.

Oggi siamo chiamati a decidere su una cosa precisa: avere maggiore efficienza e velocità nella produzione di norme e nella realizzazione dei programmi di governo asseconda la concentrazione del potere ed il suo spostamento fuori dalla politica, e quindi della democrazia? Esattamente il contrario, se viene garantito l’equilibrio nei poteri e i giusto contrappesi: così può servire alla democrazia. La modifica della seconda parte della Costituzione non comprime la democrazia. Ma solo questo non basterebbe: aiuta la rappresentanza popolare a riprendere una parte della propria funzione, e quindi anche del proprio significato. Non risolve, ma aiuta.

Se ci sarà maggiore potere della Camera dei Deputati, importa come il popolo italiano sceglierà i suoi componenti. E’ giusto, per come siamo fatti e per la nostra storia, avere un sistema maggioritario: tutti i tentativi di riprodurre un sistema proporzionale non ci fanno raggiungere l’obiettivo: credo sia giusto contrastarli. Il quadro politico tripolare che si è determinato rafforza questa esigenza, anche se gli strumenti devono probabilmente essere adattati; ma l’alternativa al maggioritario sarebbero eterne “larghe intese”. Se è così, la necessità di garantire il rapporto tra elettori ed eletti si sposta inevitabilmente sulla scelta delle persone. In realtà, quella comprerebbe ai partiti, se avessero sistemi di democrazia interna efficaci e giusti; poi le lezioni servirebbero soprattutto per scegliere tra schieramenti e programmi. Però la realtà è quella che è. Non sono affezionata alle preferenze, ma allo stato delle cose assumono una funzione positiva. Va aumentato il numero di deputati e deputate scelti dagli elettori. Che poi ci siano vincoli per dare avere una rappresentata paritari tra uomini e donne è cosa di cui si parla poco, ma ha molto a che fare con la democrazia, eccome se lo ha.

E’ bene modificare la legge elettorale, quindi; mi pare che ormai ci siano le condizioni e gli impegni necessari per farlo.

La riforma costituzionale sta comunque in piedi, è un passo avanti rispetto alla situazione attuale. Leggere com’era e come sarà aiuta farsi questa opinione, secondo me.

Servirà modificare le regole, avere per le regole una grande attenzione, se nel frattempo continuiamo ad occuparci delle persone e di come vivono.

Le persone per quello che sono: non è la stessa cosa se sei uomo o donna; se sei nato in una parte o in una altra di questo mondo tanto complicato; e sei solo o hai un rete familiare o una comunità che ti accoglie. Se lavori o non lavori, se hai un lavoro decente o no. E se sei ricco o povero (anche se un mio amico diceva che c’è più differenza tra essere nato a Sestri Levante nella Baia del Silenzio invece che a Voghera, che tra essere nato ricco o povero; ma questa è un’altra storia :-) )


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