Le pensioni dei parlamentari e quelle degli altri

il 25 luglio 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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I parlamentari devono avere un trattamento di pensione come gli altri cittadini italiani.

Molto è stato fatto nel 2011 per arrivare a questo risultato: i vitalizi sono stati aboliti, è cambiato il sistema di calcolo e l’età di pensionamento. Poi con la legge “Fornero” le condizioni di tutti i lavoratori dal 2012 sono state cambiate, in peggio. Tra le altre cose la possibilità di andare in pensione con cinque anni di contributi, con il sistema contributivo, prevista prima di allora, è stata preclusa di fatto, prima dei 70 anni di età.

E’ questo che ha realizzato di nuovo una distanza tra il sistema dei parlamentari e il sistema di tutti gli altri.

Questa ed altre sono le ragioni per cui anche questo tema è motivo di sfiducia verso chi sta in Parlamento: questo sentimento è stato alimentato da molti, al di là della sostanza e del vero, anche da Renzi.

Non mi importa: io penso che alle persone si debba una risposta. Quella riposta riguarda le nostre pensioni ed anche le loro.

Non liquidare le ragioni di sfiducia, non alzare le spalle. Non basta difendere la “disciplina e l’onore” del lavoro che si fa. Capire e aiutare a capire; “mastica e sputa, da una parte il miele, dall’altra la cera”.

E dunque, ho finito per occuparmi di pensioni dei parlamentari e di vitalizi più di quello che avrei immaginato.

Ma anche, e prima ancora, d’altro: ho condiviso con i deputati e deputate Pd, con alcuni e alcune in particolare, un lavoro impegnativo, non scontato, per realizzare almeno una riduzione del danno per lavoratori e pensionati che hanno patito l’ingiustizia di un intervento sulle pensioni, molto pesante e con molte iniquità, e per porre le basi di una revisione profonda delle norme previdenziali, revisione per cui oggi si inizia a vedere una nuova consapevolezza.

Anche nel Pd: perché in tanta parte del Pd non c’era. Non c’era perché anche quello era considerato un “sacrificio necessario”: poi abbiamo capito che il colpo alla sostenibilità sociale di un sistema di previdenza sociale mette a rischio il sistema stesso, non solo la condizione materiale di chi ne ha avuto o ne avrà un danno, e non solo chi non va a lavorare perché il turnover è bloccato.

Sulle pensioni dei parlamentari ho presentato due anni fa una proposta di legge, un po’ estremista, per la verità, per portare all’INPS le posizioni di chi è in carica, e per tagliare i vitalizi in essere che, sommati ad altri e alla pensione “da lavoro” oltrepassino un certa soglia (perché questo si può fare, è poco esposto ad eventuali ricorsi).

Non è questa la strada imboccata dal mio partito: meno coraggio e un po’ di temerarietà, potrei dire; e così discutiamo in aula la proposta di legge Richetti

Mi prendo quello che passa il convento: tranne una cosa, quella no, che non riguarda noi, ma tutti gli altri lavoratori, i rischi che per loro si possono aprire: il ricalcolo dei trattamenti già liquidati, utilizzando il metodo contributivo. Non è mai stato fatto per nessuno. Delle due l’una: o sarà possibile dimostrare che non è legittimo, e allora sarebbe meglio usare altri strumenti, come ho provato a dimostrare; oppure si aprirebbe un problema per tutti: il ricalcolo delle pensioni in essere metterebbe in discussione, certo, le pensioni dei militari o di alti dirigenti dello stato, ma metterebbe in discussione pensioni medio basse di chi, ad esempio, ha fatto prima l’apprendista, poi l’operaio qualificato, poi lo specializzato ed infine il capo reparto; oltre a mettere in discussione le pensioni di molti lavatori autonomi, in gran parte, per il passato, non correlate a contribuzione effettivamente versata.

Ecco, questa no.

Domani prosegue la discussione sulla legge sulle pensioni dei parlamentari.

 

 

 


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