Le riforme dimezzate: i miei spunti di riflessione sul libro di Marco Leonardi

il 19 febbraio 2019 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ho incrociato direttamente, da parlamentare, alcune delle vicende di cui Marco Leonardi dà conto; e conosco un po’ il mondo da cui provenivo e in cui sono tornata a lavorare, dopo l’esperienza parlamentare, per avere una opinione anche su come quegli anni sono stati vissuti “da quelle parti”, non solo tra i dirigenti sindacali, ma tra le persone che lavorano e i pensionati.

Leonardi descrive quelle vicende in modo fedele: ho ritrovato nel suo racconto le cose che hanno diviso una parte dei parlamentari del Pd da chi lavorava nel governo, e le cose che hanno consentito di lavorare insieme, di fare passi avanti. Cose buone, passi avanti, che non hanno impedito a quella esperienza di governo, e più in generale ad una stagione politica, di registrare un fallimento nella prova elettorale del 4 marzo 2018.

Siamo in una sede nella quale vale la pena discutere di merito più che delle contingenze politiche, ma una cosa è utile dircela.

Una parte significativa del mondo del lavoro, dipendente e autonomo, la grande parte dei giovani e di coloro che hanno difficoltà ad immaginare un futuro con qualche certezza, hanno votato M5S, ed in parte anche Lega. Sono quelli che dovrebbe costituire il blocco sociale della sinistra, dei democratici, o comunque farne parte. Il Pd, o chi per esso, deve decidere se intende rappresentare quella parte di popolazione (mica solo quella) e interrogarsi su come fare; è un nodo non sciolto.

 

Anche per il lavoro che faccio ora, mi chiedo: chi si incarica di rappresentarle sul piano politico le ragioni delle persone che il mio sindacato organizza e rappresenta o cerca di farlo, e tante volte non ci riesce neppure lui.

Non voglio rassegnarmi a registrare che lo faranno forze cariche di ambiguità, con un impianto largamente demagogico, con una idea di democrazia, di Europa, di rapporto con i corpi intermedi, che io sento molto distante.

 

Parto dalle Conclusioni del libro. Le “ragioni profonde”: le cose di cui non si è discusso davvero in tutto il corso della legislatura, né dopo la sconfitta elettorale, quando ha prevalso una lettura del tipo “abbiano fatto bene, non ci hanno capito”. Leonardi non lo dice mai.         “E’ stata sbagliata l’analisi”, scrive, e questo ha portato a sottovalutare le priorità, non solo dei temi della campagna elettorale, ma dei tempi e dei modi di attuazione di alcune delle riforme.

Le ragioni profonde, dunque: l’Italia è l’unico Paese che non cresce da più di vent’anni; dal 1992 l’Italia ha visto un sostanziale blocco della crescita dei redditi disponibili; nel 2018 il reddito pro capite degli italiani è di 8 punti sotto quello del 2008, a differenza degli altri paesi europei; l’occupazione è l’unica variabile che ha recuperato i valori del 2008 (ma le ore lavorate no; lavoro più povero, part time involontario, e più discontinuo; se ci aggiungiamo il fatto che sono rimasti al lavoro i lavoratori anziani, con un blocco sostanziale del turnover, il quadro è tutt’altro che confortante)

“Il vero tema”, scrive ancora Leonardi, “oltre alla mancata crescita del reddito medio, sta nella diseguaglianza e nella povertà”

E poi c’è il prezzo pagato per la politica di austerità dell’Unione Europea, con una forte recessione prima, e poi una ripresa troppo debole, che non ha impedito il continuo peggioramento degli indici di povertà, con una distribuzione diseguale dei costi della crisi.

Sono cose dette con assoluta chiarezza. Ma questa consapevolezza, che si poteva avere anche qualche anno fa, non ha informato di sé quell’azione di governo, che viene invece difesa da Leonardi nei suoi capisaldi e di cui si vedono limiti solo nel non essere compiuta, e in alcuni ritardi. Ci vedo una contraddizione, o comunque una questione su cui ancora indagare e discutere.

Perché, se l’analisi è quella, anche i presupposti di una certa politica del lavoro (non solo negli ultimi cinque o sei anni, intendiamo bene) andrebbero messi in questione: che la riduzione del costo e dei vincoli del lavoro sia il modo per fare progredire l’economia e l benessere collettivo è un fatto non dimostrato, anzi.

La Delega Lavoro era fatte di tante cose, viene “schiacciata” ancora ora sull’art. 18, perché il valore simbolico di quella parte della delega e dei decreti delegati che l’hanno attuata, non è un’invenzione da qualcun altro, se Leonardi stesso definisce le norme sui licenziamenti “il “core” del jobs act”. Speculare all’enfasi data soprattutto dalla Cgil a questo argomento.

Già allora questo ha distolto l’attenzione da altri punti di quei provvedimenti, nel bene e nel male, ad esempio gli ammortizzatori sociali, sia per ciò che li ha migliorati, estesi a lavoratori che prima non li avevano, sia per la riduzione di copertura che si è prodotta in altre situazioni (vicende industriali che non erano risolte, anche con “aziende cessate”, il lavoro stagionale, per dirne due) in una fase in cui gli effetti della crisi erano tutt’altro che esauriti. Ed infatti ci sono state proroghe, per le aree di crisi complessa, per le aziende strategiche, ecc. Le casse integrazioni “infinite” erano un problema, ma contrapporre difesa sul posto di lavoro e difesa nel mercato è “ideologico” in senso deteriore, sia da un lato che dall’altro. Se non si fosse puntato sulla difesa “nel lavoro”, anche in situazioni che parevano disperate, oggi non avremmo il cantiere di Sestri Ponente, forse neppure la Piaggio, ma vale anche per altre vicende. In ogni caso, le politiche attive sono rimaste al palo, da decenni ormai se ne parla senza un risultato apprezzabile.

Ma il problema non era in sé la tutela dai licenziamenti illegittimi, già depotenziata negli anni precedenti, e che poteva rimanere tranquillamente quella che era (se poi le sentenze smonteranno le norme del Jobs Act, come già sta avvenendo, rimarrà solo il danno politico, e il “danno morale”)

Il tema è che il lavoro costa, deve costare; deve costare meno se è a tempo indeterminato, ed in modo strutturale; ma deve costare per essere il primo strumento di redistribuzione della ricchezza che si produce, con i salari e con i contributi al sistema di welfare: e deve avere tutele, perché nel rapporto di lavoro c’è tra i contraenti una asimmetria di potere, soprattutto nelle imprese oltre un certo numero di dipendenti.

Se il costo del lavoro e delle sue tutele può essere compresso, non ci sarà innovazione organizzativa e spinta a progredire per altre vie (i pomodori non si raccolgono dappertutto allo stesso modo, c’è il caporalato e la meccanizzazione, e dove c’è la meccanizzazione un sistema territoriale che funziona bene garantisce la piena occupazione o quasi in altri ambiti della produzione e dei servizi alla persona, per fare un esempio).

Se “quelle” sono le ragioni profonde, e c’è bisogno di migliorare le condizioni delle persone che lavorano o non lavorano, rendendole però protagoniste di soluzioni che non sono facili, che non ammettono semplificazioni; e allo stesso modo, se le imprese vanno responsabilizzate rispetto a quel che oggi significa il “valore sociale”; allora il rapporto con i corpi intermedi non può essere né di negazione della loro funzione, né un rapporto tutto strumentale, come quello che emerge nel racconto delle vicende degli anni 2016/2017.

Le relazioni industriali sono parte della democrazia sostanziale, per questo vale pena affrontare l’argomento

L’attacco “a testa bassa” o contare sull’ “effetto sorpresa” per spiazzare ‘interlocutore, produce chiusura, autodifesa a prescindere; il rapporto strumentale non fa emergere “il meglio” nei sindacati, non aiuta la crescita di un “pensiero lungo” anche nelle organizzazioni della rappresentanza sociale.

Se si parla con i sindacati per “addomesticare” il loro possibile dissenso sul piano politico o per fare di loro un tramite verso gli elettori a fini di consenso, intanto non va bene, ma soprattutto non funziona: anche perché da tanto tempo gli orientamenti elettorali degli iscritti al sindacato hanno preso strade diverse dal passato, sono fenomeni che sono stati indagati già negli anni scorsi (ad esempio a proposito degli iscritti alla FIOM che votavano Lega Nord). Su questo, siamo noi, nei sindacati, che ci interroghiamo troppo poco.

Un rapporto leale, di reciproco riconoscimento, con le associazioni sindacali è essenziale per poter governare processi complessi. Serve adattabilità, capacità di aderire  alle concrete condizioni, che mutano nel tempo, che nessuna legge può realizzare, che si affrontano con il negoziato e gli accordi. Avendo dei paletti, sì dei paletti. Perché altrimenti il mercato e la concorrenza di costo fanno il loro corso e fanno danni, a tutti tranne che a pochi.

Anche per questo, non si sente alcun bisogno di leggi che prevedano che gli accordi aziendali possono derogare dai contratti nazionali; è necessario evitare il dumping dei contratti pirata e l’evasione contrattuale, che producono “salari da fame”, con cui il reddito di cittadinanza sarebbe competitivo (sic).

C’è un gran bisogno invece di una legge che assuma le regole per la verifica della rappresentanza che le parti si sono date (ci abbiamo provato, ma non era nelle priorità del governo, e l’acquisizione del consenso delle parti interessate è stato lungo a faticoso- all’inizio era d’accordo solo la Cgil); e così si possono definire anche le regole per dare valore erga omnes ai contratti collettivi. Le altre sono scorciatoie, con limiti e difetti maggiori, e pure quelle con evidenti difficoltà di percorso. Rispetto al salario minimo leale, poca attenzione, poco investimento politico si è fatto per dare attuazione alle norme sull’equo compenso per il lavoro autonomo professionale, dopo la buona legge, buona davvero, che ha dato identità e nuove tutele a quella parte di mondo del lavoro, che è tra quelle che hanno pagato con la riduzione di reddito e di status gli anni della crisi

Insomma, non si può passare dal teorizzare la “disintermediazione” ad un rapporto del tutto strumentale con i sindacati. Quello che scrive Leonardi sull’intesa del 2016 sulle pensioni e sul mancato accordo del 2017 è di una sincerità disarmante: l’accordo del 2016 “a Renzi serviva per calmare l’avversione dei sindacati al referendum del 4 dicembre”. Se non ci fosse stato il referendum, non ci sarebbe stato l’accordo sulle pensioni?

Nonostante questa “ammissione”, io continuo a considerare l’intesa del 28 settembre 2016 un “capolavoro”, nella forma e nel contenuto, nella capacità di tenere insieme le cose che si condividono e quelle di cui si condivide la finalità, ma c’è ancora da discutere sul come (e trovare le risorse per farle). Sarebbe valsa la pena proseguire su quella strada; ma il confronto dell’anno successivo era, dichiaratamente “senza portafoglio”, o quasi, e nessuna “mossa del cavallo” ha consentito di fare bene con poco: magari avviare la pensione di garanzia per i più giovani, riconoscere “un po’” il lavoro di cura, per avvicinare l’uscita delle donne,

Sulle pensioni il Pd ha sbagliato. Dire che la “legge Fornero” va bene, ma si deve solo fare qualche correzione, non valorizzare le modiche fatte e derubricarle a puri aggiustamenti, è stato un errore: proprio con quel accordo, con il lavoro che lo ha costruito, quella legge abbiamo cominciato a cambiarla, con fatica, discutendone tra governo, parlamento, e chi rappresenta lavoratori e pensionati: si doveva dire che con quelle modifiche si ridava forza ad una idea diversa di regole per andare in pensione, e di rispetto per le condizioni concrete di chi lavora, di chi non lavora e di chi è in pensione; che quello era un primo passo, che su quella strada si sarebbe andati avanti: non averlo fatto è stato colpevole.

 

La sostenibilità economica del sistema previdenziale è importante, se non c’è, come in altri campi, questo si scarica sui più deboli. Ma nessuno può credere, perché non è vero, che dipenda solo da quando e come andranno in pensione le persone che lavorano, e che il carico di quel equilibrio debba stare sulle spalle solo di chi, dopo una vita di lavoro, vorrebbe andare in pensione prima di 67 anni o con non più di quarantuno anni di contributi versati; ma soprattutto se non c’è anche una sostenibilità sociale, le persone saranno spinte ad uscire dal sistema, a trovare più conveniente, illusoriamente, il fai da te o le soluzioni privatistiche.

 

La legge di fine 2011 aveva lo scopo di salvare i conti pubblici: serve a poco ora discutere se fosse necessario fare tutto quello che è stato fatto, se la sottostima del risparmio reale fosse voluta o meno, o dirsi come la fretta, oltre che un certo “furore ideologico” su chi dovesse pagare quella crisi finanziaria, abbia prodotto anche ingiustizie e veri e propri errori.

Ci sarebbe bisogno di intervenire in modo sistematico (anche realizzare un “testo unico”, che metterebbe in evidenza le tante contraddizioni e la stratificazione di norme a volte incoerenti, a volte da razionalizzare).

E poi dire che non c’è un sistema che funziona, per quanto “severo”, e che deve subire poche mirate correzioni: la sostenibilità, finanziaria e sociale insieme, va ricostruita su basi anche diverse, confermando il sistema contributivo, ma intervenendo sulle norme che decidono quando e come si va in pensione, come si è cominciato a fare con la legge di bilancio del 2017.

L’età per la pensione di vecchiaia può essere ancora aumentata, oltre i 67 anni? E’ una questione ignorata dal governo in carica, che ha puntato tutto sulle pensioni “di anzianità”, per usare una terminologia vecchia

E’ giusto che chi non arriva a 700 euro di pensione, e non sono poche persone, debba andare non a 70 anni, ma a 70 più quel che arriva per “aspettativa di vita”?

E’ giusto che la pensione sia il frutto solo di quello che ciascuno mette nel proprio conto contributivo, a prescindere da quanto sia discontinuo il suo lavoro, da quanto abbia dovuto stare a case per curare figli, genitori e altri parenti?

O ci vuole un nuovo strumento, la pensione contributiva di garanzia o qualcosa che abbia quella funzione?

Si può immaginare una flessibilità nell’uscita, per tutti, salvo che chi ha problemi di tipo sociale utilizza uno strumento come l’Ape sociale, chi fa lavori gravosi non è penalizzato e magari qualche costo si carica sulle imprese, e chi non ha né l’una né l’altra condizione l’anticipazione se la paga con penalizzazioni? E di tutto questo si fa un sistema, che funziona nel tempo?

E allora, ci sono da fare solo degli aggiustamenti? (e dire che “la Fornero” va bene così)

Finisce che poi le cose le fanno, senza criterio, senza priorità corrette, senza preoccuparsi dell’avvenire, “altri”…

 

La legge per il contrasto alla povertà è stata davvero una buona legge: la sinistra finalmente ha riconosciuto e preso sul serio il fatto che la povertà esiste e ha bisogno di essere contrastata con un sistema universale, permanente, efficace. Il reddito di inclusione fu costruito con un rapporto fecondo con l’Alleanza contro la povertà, esempio di come la rappresentanza sociale, anche quando molto articolata, possa essere coordinata ed efficace, quando ha una propria proposta definita. E fu anche una, rara, esperienza di lavoro insieme di Governo e maggioranza parlamentare.

Oggi, il Rdc mischia in modo sbagliato (e strumentale) contrasto alla povertà e politiche per il lavoro, che vanno destinate a tutti quelli che ne hanno bisogno, e soprattutto rischia di smontare un sistema che stava cominciando a funzionare, basato sulla presa in carico da parte dei servizi sociali e sull’offerta di percorsi di integrazione ed emancipazione dalla deprivazione sociale come condizione per assegnare contributi economici.

Il REI è arrivato tardi per poter connotare il profilo politico del Governo uscente?

A parte altre considerazioni, va detto che, anche per questo provvedimento, come per quelli in ambito previdenza, c’è stato un rapporto difficile, per usare un eufemismo, sia per i rappresentanti del popolo, sia per i consiglieri del principe (credo), con chi decide quanto costa una certa cosa, quali vincoli imporre per spendere, alla fine, meno di quello che si è previsto a bilancio; e poi i conflitti di competenze tra i ministeri, e come funziona l’INPS, su cui stendiamo “sette veli” pietosi, “i noti ostacoli di natura burocratico-amministrativa: la storica sciagura del nostro Stato” come li definisce Ferrara nella prefazione.

Esempio: la Ragioneria dello Stato pretese con molta “determinazione” per il reddito di inclusione creato con la legge 33/2017 una maggiorazione della platea del 15%, che comportò la definizione di requisiti ben più restrittivi del necessario: non solo ora, nella relazione tecnica al decreto sul reddito di cittadinanza, quella maggiorazione viene definita “eccessivamente prudenziale”, ma si ammette la realtà opposta, scrivendo che “tenuto conto anche che nelle rassegne internazionali disponibili (disponibili da ora?) sul numero di effettivi beneficiari rispetto al potenziale, per misure analoghe al Rdc, tale quota non va mai oltre l’80%”.

I dati sulla spesa nel primo anno di applicazione del REI: all’8 di gennaio, la spesa risultava essere circa 800 milioni di euro, mentre quella per la “coda” del Sia di circa 190 milioni di euro, meno di un miliardo di euro a fronte di un limite di spesa di 1,747”

E a proposito delle conseguenze sulla vita delle persone, si prevedevano oltre 700 mila nuclei beneficiari, mentre per tutto il 2018 le famiglie con almeno un accredito nell’anno risultavano essere poco meno di 460.  Le domande presentate al 30 settembre 2018 erano 787.982; alla stessa data le domande accolte sono risultate 375.799. Delle 354.553 domande rifiutate, per oltre 300 mila la motivazione è il superamento (in molti casi di poco) dei limiti di ISEE o di ISRE previsti.

 

Il Reddito di cittadinanza in teoria è una cosa, che presuppone un’idea di welfare non condivisibile; in pratica, “questo” Rdc, depurato della commistione con le politiche del lavoro (che comunque generano un percorso di accesso sbagliato e un sotto finanziamento dei servizi sociali dei comuni), è per tanti versi una prosecuzione del REI: una difesa “militante”, “dal basso”, nei territori, di una continuità concreta, in rapporto con gli amministratori e gli operatori sociali sarebbe auspicabile.

I denari previsti per il Rdc sono buttati via?

Per realizzare una misura capace di contrastare efficacemente la povertà assoluta sono necessari, secondo la proposta per il reddito di inclusione sociale – REIS – sostenuta dall’Alleanza contro la povertà, 7,1 miliardi, cui 5,5 per i contributi; 1,6 per il sostegno ai servizi). Il finanziamento previsto è dunque adeguato; va speso meglio, ma non messo in discussione nella sua entità

Si finanzia “a debito”, si spendono soldi che non ci sono? E’ un problema che riguarda l’insieme della manovra economica approvata con la Legge di Bilancio 2019. Un problema serio; ma dire che si spendono troppi soldi per contrastare la povertà assoluta sarebbe sbagliato.

Vale per queste risorse quello che può valere per la spesa per investimenti per infrastrutture o per il sapere e l’innovazione: il riconoscimento che si tratta di investimenti sociali che riguardano la dimensione europea, che meritano la possibilità di contrarre un debito coperto da garanzia europea, come il finanziamento di una misura europea per la disoccupazione, in una Unione Europea che cambi il suo modo di essere.

Servirebbe un altro governo, sì.

Per quel poco che ne capisco, non penso che la strada giusta sia “augurarsi” (o rassegnarsi al fatto) che l’Italia entri in una spirale di speculazione finanziaria e che da questo scaturisca “un nuovo governo – ancora una volta d’emergenza – (che potrebbe costituire comunque una garanzia di serietà per portare a termine un programma di riforme strutturali e di spesa pubblica orientate alla crescita”, trovando in Europa una sponda. Bisognerebbe porsi seriamente il problema di una alternativa politica, progressista, che un tempo si sarebbe chiamata “di sinistra”.


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