Legge del Terzo Settore, domandiamoci intorno a cosa costruire il futuro

il 17 giugno 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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La Legge delega sul Terzo Settore è stata un passaggio importante,  ora affronta le “curve” dei provvedimenti attuativi.

Un primo problema. Parliamo della redazione di un “Codice”, cosa che da un lato dà sistematicità e sostegno, valore formale e sostanziale al settore; dall’altro può costringere in uno schema inevitabilmente più rigido tante forme di aggregazione e partecipazione.

Uno degli obiettivi che abbiamo cercato di realizzare con l’attività legislativa del Parlamento e ora del Governo, è l’equilibrio tra esigenze di riforma e rispetto delle tante cose che esistono, per loro natura “spontanee”.

Ci sono preoccupazioni sul destino delle piccole associazioni: devono affrontare una serie di adempimenti, solo in parte collegati alla dimensione dell’ente/associazione, o al fatto di essere associazioni riconosciute o non riconosciute; cosa che rischia di spingere furori dal sistema del Terzo Settore riconosciuto dalla legge di riforma le realtà più piccole e meno strutturate: queste possono avere uno scarso interesse ad entrare nel sistema, di cui pure, per vocazione, farebbero parte.

Per affrontare questo problema dobbiamo dare valore alla funzione delle reti, delle grandi associazioni nazionali e anche dei centri di servizio, funzione importante per dare supporto e incentivi all’insieme delle espressioni del volontariato e della cittadinanza attiva, per garantire l’equilibrio tra messa a sistema del settore e salvaguardia della pluralità e della diversità delle realtà coinvolte.

 

Secondo problema. Il Terzo settore ha finito per comprendere una realtà molto variegata.

Le finalità che debbono perseguire gli enti di terzo settore, “civiche, solidaristiche e di utilità sociale”, è un ambito grande ed insieme molto diversificato.

Un tema particolarmente importante è questo: nel tempo, si è assottigliata la distanza, si è reso meno riconoscibile il confine tra cittadinanza attiva e impresa sociale. C’è chi teorizza questo avvicinamento.

La normativa che si va formando mantiene una distinzione riconoscibile, vincoli per evitare sovrapposizioni improprie. Penso che sia importante.

Un conto è un percorso virtuoso che, da una realtà associativa di volontariato, fa nascere progetti, competenze che trovano poi sbocco in una impresa sociale: un percorso che porta con sé anche il valore dell’autogestione del lavoro. Altro conto è perdere il senso di ciò che è impresa, anche cooperativa, e ciò che non lo è.

Il lavoro, la sua qualità e le tutele, i diritti e doveri connaturati al rapporto di lavoro , nell’impresa sociale, sono argomenti da non sottovalutare

 

Terza questione. La cittadinanza attiva, come la cultura del dono, della reciprocità, hanno bisogno di organizzazione e sostegno, una organizzazione che non spenga la spontaneità ed il modo di essere che ad esse è connaturato. Ma organizzarle è essenziale affinché la cittadinanza attiva e il volontariato possano davvero partecipare ai processi di programmazione e progettazione  che devono realizzare le istituzioni pubbliche, gli enti locali e le regioni, oltre che, a maggior ragione, le politiche nazionali.

E’ tema che riguarda in generale il valore dei corpi intermedi, della rappresentanza.

 

Questo apre un quarto, complesso, capitolo. Sono stati e sono anni difficili per tutti, non solo per la politica.

Viviamo una crisi della rappresentanza e una crisi della progettualità sociale, della “spinta propulsiva” anche delle organizzazioni sociali.

C’è una questione di fondo: quale posto diamo alla crescita delle diseguaglianze nell’analisi della fase storica che attraversiamo e quindi quale posto diamo al contrasto alle diseguaglianze nella nostra azione, politica o sociale. Perché da questo dipende la direzione verso cui cerchiamo di uscire dalle difficoltà dell’oggi.

Dobbiamo saper vedere la nostra crisi, per riprendere un cammino, un cammino “in avanti” (“cor passato ce famo er sugo”)

Ci sono elaborazioni, competenze, saperi e saper fare, che però non possono essere un bagaglio “nostalgico”, neanche un passato recente buono, come quello delle politiche sociali a Savona nel precedente ciclo amministrativo, per fare un esempio, può essere obiettivo a cui “tornare”.

Dobbiamo discutere di quale futuro vogliamo costruire, ma ci dobbiamo dare una mossa tutti: riconoscendo i limiti e le difficoltà della politica, dell’azione amministrativa, della rappresentanza sociale, della società che si organizza in vario modo.

La domanda essenziale è: “Intorno a cosa” ridiamo senso anche ad una nuova stagione di protagonismo del terzo settore. Perché la riforma del TS ha senso se facciamo questo: altrimenti ciò che si alimenta è una burocratizzazione, il primato delle procedure rispetto al “senso”. Il volontariato o “ha senso” e dà senso al tempo che le persone ci impiegano, o non troverà nuove energie da mobilitare.

Abbiamo bisogno di un cambio di passo, di molte innovazioni.

Gli stessi mutamenti profondi che da tempo interessano i nostri territori (invecchiamento della popolazione, nuovi caratteri della povertà, crescita del numero delle persone inattive, migrazioni) non hanno trovato le risposte di sistema di cui avrebbero avuto bisogno; anche se qualche sperimentazione è stata avviata, qualche risposta si è consolidata, un pensiero si è continuato a coltivarlo.

Ma dobbiamo saper affrontare questioni che riguardano la struttura profonda dell’organizzazione sociale.

Crescono i bisogni: le risorse non sono infinite. Ma stiamo attenti a non far passare l’idea che le risorse non ci sono per problemi di finanza pubblica. Alle politiche sociali devono tornare risorse, agli enti locali devono tornare risorse: si devono trovare, via via, con realismo, ma dandosi quell’obiettivo: e tuttavia, senza una diversa organizzazione sociale neppure un aumento di risorse può risolvere i problemi che ci sono e ci saranno.

Va ripensato il rapporto pubblico/privato: si deve passare dall’ utilizzo delle risorse pubbliche attraverso l’azione del privato, in cui il terzo settore, soprattutto il lavoro nel terzo settore, diventa la valvola di sfogo della riduzione costi, ad un utilizzo con modalità solidali e in una dimensione più collettiva anche delle risorse provate, della spesa per servizi che le persone già sostengono: in questo da un lato l’impresa sociale, dall’altro il volontariato  hanno essenziali funzioni di sostegno, di raccordo tra la dimensione del singolo e quella del collettivo: si aprono in questo anche nuove frontiere per il mutualismo

Non c’è tempo qui per approfondire, ma andrà fatto (presto, ma non in fretta)

Infine, tra i contenuti del Codice del Terzo Settore hanno particolare importanza sia lo status del volontario, sia il ruolo dei centri di servizio per il volontariato. Quest’ultimo è uno dei capitoli “critici” del decreto legislativo, uno di quelli su cui le Commissioni Parlamentari cercheranno di indicare al Governo le modifiche da introdurre nella stesura definitiva dei Decreti Legislativi.

La Commissione Affari Sociali darà al Governo il previsto parere sul decreto legislativo nella prossima settimana.

Il confronto sugli schemi di decreto con il mondo associativo e di rappresentanza del Terzo Settore è stato avviato tardi, ha dato qualche risultato, ma molti problemi sono rimasti aperti.

La forma è sostanza, come dimostra l’esperienza che abbiamo fatto sul provvedimento per il contrasto alla povertà (un sistema virtuoso c’è, per quanto ancora imperfetto anche quello).

Serve confronto e ricerca di sintesi condivise proprio perché si vogliono realizzare cambiamenti significativi, perché si vuole trasformare davvero un sistema: altrimenti prevalgono le resistenze, le incomprensioni, anche le furbizie, e tutto rimane uguale o ci mette un sacco di tempo per muoversi.

Le audizioni e l’ascolto in tante occasioni informali da parte delle commissioni  parlamentari, per la stesura del parere, sono occasione ed anche strumento per fare qualche altro passo avanti, correggere qualche errore, motivare meglio le scelte che si compiono.

Per quanto riguarda i Centri Servizi, in cosa cambiano davvero e in cosa conservano l’utilità passata o ne acquisiscono una nuova.

Le questioni su cui sono necessarie correzioni: il valore della dimensione territoriale, i rapporto tra centro e periferia, il ruolo delle Regioni. E’ giusto avere un coordinamento nazionale e un utilizzo solidale delle risorse. Ma serve un raccordo forte tra strutture di servizio e territori.

Un capitolo a parte, quello dei volontari della Protezione Civile: ci sono due processi di riforma che si incrociano, quello del Terzo Settore e quello della Protezione Civile, appunto. Anche questa è una questione importante: ha a che fare con la scelta di puntare sulla prevenzione, e non solo sulla gestione delle emergenze, in materia di protezione del territorio e dell’ambiente. Senza i volontari non ci si potrà riuscire. Tema da approfondire ulteriormente.

 

 

 

 

 

 


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