Lettera aperta: riflessioni sul 2 ottobre

il 8 ottobre 2013 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ho aspettato un po’ a scrivere le mie impressioni e i miei giudizi sulle vicende che hanno portato al nuovo voto di fiducia al governo Letta e su quello che possiamo aspettarci dall’avvenire. D’altra parte, chi ha via via emesso sentenze in quelle ore ha dovuto fare i conti con qualche sorpresa; soprattutto, non è già tuttoscritto quel che accadrà.

Intanto, si valuta e si giudica questo nuovo passaggio partendo dal giudizio che ciascuno aveva sulla nascita del governo Letta.

Punto di partenza: la nostra sconfitta alle elezioni, cioè la sconfitta dell’ipotesi del governo del cambiamento, prima nelle urne, con il nostro risultato insufficiente, poi in Parlamento, con l’impossibilità di coinvolgere ilmovimento cinque stelle in un accordo di governo, cosa che  considero un fatto oggettivo: a parte lo “stile” dei suoi capi e della truppa, il M5S proprio nel suo dire “scelgo di votare o no provvedimento per provvedimento, quel che mi piace e quel che non  mi piace” rivela il rifiuto programmatico di una funzione di governo: governare significa, tra le altre cose, assumersi la responsabilità di scegliere.

Allora, così come in questi giorni, la vera scelta è stata se andare o no a nuove elezioni.

Certo, vale la pena governare se si riescono a fare le cose che vanno fatte: ma c’è qualcosa che viene  prima e che Lucia Annunziata nei giorni scorsi ha esplicitato meglio di altri: il distacco della politica dai cittadini (e non viceversa), quella che viene chiamata antipolitica, il senso di distanza profonda dalle istituzioni, va affrontato e, secondo una certa opinione, lo si fa restituendo ai cittadini la possibilità di votare, per cambiare il quadro, per dare al paese un parlamento diverso (perché in questo, ripeto, alternative serie non ce ne sarebbero). La distanza che tanti sentono dalla politica sarebbe colmata, almeno un po’ e per un po’, se potessero riprendersi il sano potere di scegliere da chi essere governati.

Mi sbaglierò, ma credo che invece la grande maggioranza degli italiani non vivrebbe così il ritorno al voto, oggi. Penso che sia più forte il bisogno che  quella “politica” faccia delle cose, risolva qualche problema urgente.

E qui ovviamente arriviamo al dunque sulle cose da fare e sulle condizioni per farle in un governo di compromesso e di compromesso con quel genere di avversari politici.

Prima, però, ancora qualcosa sul voto e sulla legge elettorale. La vera ragione per la quale la legge elettorale non è ancora stata cambiata è perché ci sono idee diverse su come farlo. Cancellare il porcellum è cosa santa, ma non basta. Il quadro politico italiano, così come si è determinato, ha bisogno di un meccanismo che consenta ad uno schieramento di governare  e di non essere costretto ad alleanze antipatiche, un meccanismo che non sia però un premio di maggioranza troppo forzato. Estendere il sistema della Camera al Senato non è la soluzione; il doppio turno di collegio è il sistema migliore, ma piace solo al Pd. Una soluzione andrà comunque trovata e in quel senso si sta lavorando; al Senato è stata decisa, qualche settimana fa, la procedura d’urgenza per la riforma elettorale; per farla in questo Parlamento bisognerà trovare un compromesso e ci si riuscirà, perché questa possibilità si è rafforzata in questa ultima fase politica.

C’è pure chi pensa che anche con questa legge elettorale, ma con altro candidato e programma, non ci sarebbe stato e non ci sarebbe problema a vincere, per il centro sinistra. E’ un’opinione che non mi convince.

Le cose da fare e la possibilità di farle, dunque. Chi come me ha sostenuto che la nascita del governo Letta è stata la scelta giusta, tra quelle possibili, ha il dovere di dire qualcosa di convincente su questo; e avendo scelto di ridare, in una condizione in parte nuova, la fiducia a quel governo, ha il dovere di pretendere che oggi si faccia di più, che avere rinnovato una scelta di compromesso paghi davvero  sul piano dei risultati.

In che cosa la condizione è nuova? Berlusconi ha perso nel suo tentativo di piegare tutte le scelte del centrodestra alle sue vicende giudiziarie, cioè  a se stesso, in definitiva. Non è poco, segna il fatto che il suo declino è più che avviato; se da questo nascerà un destra “normale” lo vedremo. Il fatto che alla fine abbia votato la fiducia anche lui e alcuni dei suoi fedeli ha dimostrato che di lui il centro destra non si è ancora liberato, e così l’Italia. Tuttavia, la rottura nel Popolo delle libertà non è una banalità. Andranno valutati i passi successivi; la formazione o meno di gruppi parlamentari distinti sarà un segno.  Berlusconi farà di tuttoper avvelenare i pozzi. Ma, se non mi piace il trionfale “nulla sarà più come prima”, certo le cose sono cambiate e faremmo male a non vederlo e a non approfittare delle novità per forzare un cambio di passo, del quale abbiamo bisogno.

Detto questo, il governo Letta rimane un “governo di compromesso”, tiene insieme forze che hanno una visione ed un progetto per il futuro dell’Italia profondamente diversi tra di loro.

La parte del Pdl che ha rifiutato le scelte eversive e gaglioffe di Berlusconi sarà capace di evitare che il governo sia sottoposto  continuamente al ricatto di una sua repentina conclusione? E potrà fare sì che le cose che si concordano, i patti che si fanno siano rispettati e non continuamente strattonati? Forse sì: è questa la novità, se ci   sarà.

Ma quella parte del Pdl continua ad essere il nostro avversario politico. Non viene meno il carattere di “compromesso” del governo; c’è da augurarsi che si rafforzi il suo carattere “di servizio”.

Vale la pena di soffermarsi su un punto: il condizionamento cui siamo stati sottoposti nei mesi scorsi, l’ipoteca del Pdl, è stata la continua incertezza nel poter andare avanti, il continuo tentativo di piegare al destino giudiziario e politico di Berlusconi le sorti del governo, piuttosto che questioni di merito.

Se chiedo a chiunque, tra le cose fatte dal governo (quelle fatte, di quelle da fare parliamo dopo), quali siano le due scelte che ci sono state imposte dal Pdl, la risposta è: 1) l’imu, 2)…fammici pensare.

Nelle cose fatte c’è di buono più di quanto non sappiamo raccontare. Ma di questo vorrei dare conto un’altra volta, con qualche numero, qualche fatto che si possa verificare anche qui, nel nostro territorio, che si possa “toccare”.

E nei prossimi dieci giorni vedremo cosa ci sarà  nella legge di stabilità: allentamento del patto di stabilità interno, riduzione delle tasse sul lavoro, sblocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita, ammortizzatori in deroga e altra quota di modifiche ai disastri della manovra sulla previdenza del 2011, contrasto alla povertà.

“Ci vuole altro!” Sì, ci vuole altro, ed in quello sta la differenza tra “noi” e “loro”.

I soldi pubblici per fare quello che si dovrebbe mancano davvero; si può scegliere una cosa rispetto ad un’altra, ma con l’Imu dei benestanti, tanto per capirci, non si cambia il mondo. Essere usciti dallaprocedura di infrazione per deficit eccessivo ci può aprire spazi, ci saranno dal prossimo anno nuovi finanziamenti comunitari.

E comunque non è questo che fa la differenza. Che cosa, allora?

* regole dell’unione europea che non ci strozzino, che allentino i vincoli almeno per potere investire, perpotere dare alle persone risorse da spendere, per fare ripartire consumi e domanda interna.

*un rapporto diverso tra stato e mercato, lontano da qualsiasi “dirigismo”, ma capace di prendere atto del fatto che il mercato non si autoregola.

* ricostruzione, anzi costruzione di un welfare moderno, egualitario ed inclusivo, che protegge e promuove, e di un sistema previdenziale sostenibile economicamente e socialmente – quello che c’è non lo è

* capacità di aggredire il tema del funzionamento della macchina dello stato, la burocrazia, le procedure che, con la follia dei loro modi e dei loro tempi, uccidono la fiducia dei cittadini e delle cittadine nei confronti delle istituzioni.

Temi che meritano  approfondimenti

Solo a proposito del quarto punto: ci sono cose che non si fanno con i soldi, che anzi possono liberare risorse che oggi vengono sprecate, energie che sono bloccate dalla burocrazia, dalle procedure. Qualcosa si sta provando a fare, su certe procedure, sulla giustizia civile, ecc.  Non mi pare comunque che siano risolutive.

Serve una vera rivoluzione, che un governo di compromesso non può fare. Serve lo smantellamentamento di caste, consorterie, rendite di posizione. Chiedo: si può fare ora, con la crisi economica non superata? Cosac’entra? Mi sono fatta questa opinione: si possono mettere in discussione centri di potere, rendite diposizione che non riguardano pochissime persone, anzi si deve farlo. Per reggere all’urto della reazione che questo provocherebbe occorre la determinazione che solo una nuova politica, non di compromesso, può avere. Ma forse è necessario anche essere in una fase espansiva dell’economia, una fase in cui sia possibile dare risposte, in termini di sicurezza e di prospettiva, alla gran parte della popolazione. Di “semplificazione” si parla da sempre, se si è riusciti solo ad aumentare le complicazioni, anzichè a diminuirle, vuol dire che è essenziale la “volontà politica”,  che solo nuove classi dirigenti possono esprimere, ma anche che non basta la “volontà”.

Infine, quale che sia il quadro politico, chi governa, chi sta nelle istituzioni, se lo fa con un po’ di senso di responsabilità, finisce per “immedesimarsi nel ruolo”, per avere un punto di vista condizionato dal “fare”, dal”governare”.

Serve un soggetto politico, un partito non identificato con le funzioni di governo, un soggetto collettivo in grado di connettere i bisogni e gli interessi delle persone e delle comunità con una visione, un’idea di società, e tutto questo con la funzione di governo.

In un rapporto dialettico e, insieme, di condivisione delle responsabilità.


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