Mercoledì in aula il decreto sulle pensioni

il 22 giugno 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Alla vigilia dell’arrivo in aula alla Camera del decreto su pensioni e rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, previsto per mercoledì 24, facciamo il punto sui contenuti del decreto e sulle modifiche apportate in Commissione Lavoro.

Il decreto-legge n. 65 nasce dall’esigenza di definire un meccanismo di adeguamento delle pensioni di importo superiore a tre volte il minimo per gli anni 2012 e 2013, dopo la sentenza della Consulta n.70 che ha dichiarato incostituzionale la norma prevista dalla “legge Fornero” del 2011 (comma 25 dell’articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto “Salva Italia”).

La norma del 2011 escludeva, per quei due anni, da ogni adeguamento i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a tre volte il trattamento minimo. Va ricordato che inizialmente il “Salva Italia” prevedeva che fosse bloccata l’indicizzazione per le pensioni oltre due volte il minimo; l’azione parlamentare del Pd, anche in seguito all’iniziativa delle organizzazioni dei pensionati, produsse il risultato di proteggere  dall’inflazione almeno le pensioni sotto i circa 1400 euro lordi . E tuttavia, il blocco per due anni di pensioni di valore non particolarmente elevato, senza successivo recupero, è stato considerato dalla Corte non rispettoso dei principi costituzionali. Da qui l’esigenza di dare a quelle pensioni, ora per allora, un sistema di recupero della perdita di potere d’acquisto; rimangono in vigore le norme che sono state previste dalla legge di stabilità 2014, per il triennio 2014-2016, i cui effetti sulle pensioni si sommano a quanto definito nel decreto 65.

 

Nel decreto sono state inserite anche altre questioni urgenti, in particolare il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga e dei contratti di solidarietà, e la correzione del coefficiente di rivalutazione del montante contributivo per le pensioni calcolate con il sistema contributivo; viene anche rivista la disciplina degli adempimenti e delle garanzie connessi all’erogazione anticipata del trattamento di fine rapporto prevista dalla legge di stabilità per il 2015 e viene disposto che siano pagate il primo giorno del mese tutte le prestazioni previdenziali e assistenziali erogate dall’INPS.

 

 

L’ITER IN COMMISSIONE

Nell’esame in Commissione del ddl di conversione del Decreto 65, il Gruppo Pd si è proposto innanzitutto di

 

* rendere più chiaro il funzionamento del nuovo sistema di indicizzazione delle pensioni per gli anni 2012-2013, che ripristina, ora per  allora, l’adeguamento al costo della vita anche per i trattamenti superiori a tre volte il minimo; in particolare, è stato chiarito che gli aumenti delle pensioni che derivano dal nuovo meccanismo continueranno ad avere effetto anche per il futuro, inserendoli nella base di calcolo delle successive perequazioni: questo serve anche a fare in modo che la nuova norma  risponda correttamente alle obiezioni della Corte; in Commissione sono state valutate anche le ragioni che hanno determinato la quantità di risorse messe disposizione, oltre due miliardi di euro, e i criteri di equità con i quali sono state distribuite tra i pensionati delle diverse fasce di reddito.

 

* dare maggiori certezze ai giovani e ai lavoratori in difficoltà: e quindi, da un lato, la massa di contributi versati sulla quale verrà calcolata la pensione con il sistema contributivo, non subirà svalutazioni per gli andamenti negativi dell’economia, né successivi “recuperi” che ne riducano il valore; dall’altro lato, abbiamo condiviso con il Governo la necessità di incrementare in modo sostanziale il finanziamento dei contratti di solidarietà: è importante, infatti, dare certezze alle organizzazioni dei lavoratori e alle imprese che ricorrono a questo strumento per affrontare le situazioni di crisi, senza disperdere il patrimonio professionale ed umano dei lavoratori.

 

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ADEGUAMENTO DELLE PENSIONI AL CRESCERE DEL COSTO DELLA VITA

 

La sentenza della Corte Costituzionale n. 70

La Corte Costituzionale ha ritenuto che, con le disposizioni contenute nel “Salva Italia” a proposito della rivalutazione delle pensioni, siano stati «intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.)».

La Corte ha richiamato l’esigenza che il legislatore operi un corretto bilanciamento dei valori costituzionali ogniqualvolta si profili l’esigenza di un risparmio di spesa; ha quindi evidenziato che «l’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata», segnalando che «tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio».

 

Dopo la sentenza n. 70

In assenza di un intervento normativo tornerebbe in vigore il meccanismo di indicizzazione previsto dall’articolo 69, comma 1, della legge n. 388 del 2000 (100 per cento per la fascia di importo dei trattamenti pensionistici fino a 3 volte il trattamento minimo INPS – 90 per cento per la fascia di importo dei trattamenti pensionistici compresa tra 3 e 5 volte il trattamento minimo INPS e 75 per cento per la fascia di importo dei trattamenti superiore a 5 volte il trattamento minimo INPS)

In termini finanziari, la riattivazione integrale del meccanismo di indicizzazione del 2001 avrebbe determinato oneri quantificati, al netto degli effetti fiscali, in circa 17,6 miliardi di euro per l’anno 2015 e oltre 4 miliardi di euro a regime a decorrere dall’anno 2016, con un andamento leggermente decrescente, passandosi dagli oltre 4,3 miliardi di euro del 2016 a circa 4,1 miliardi di euro nel 2019.

In questo caso, i saldi di finanza pubblica raggiungerebbero valori sostanzialmente incompatibili con gli obiettivi richiesti dall’adesione all’Unione economica e monetaria: l’indebitamento netto nel 2015 passerebbe dal 2,5 per cento al 3,6 per cento, con una quota dell’ 0,8 per cento riconducibile a fattori transitori, mentre per il 2016 l’indebitamento netto tendenziale crescerebbe dello 0,3 per cento, raggiungendo l’1,7 per cento.

Vi sarebbe il rischio dell’apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti del nostro Paese.

         Occorre quindi rimanere ad un indebitamento programmatico al 2,6 per cento nel 2015, utilizzando quel margine di 0,1 per cento rispetto al tendenziale, denominato da varie parti «tesoretto», che è l’unica via seriamente percorribile per finanziare, per la parte più consistente, l’applicazione della sentenza della Corte.

Come va confermato l’obiettivo per il 2015, così vanno confermati anche quelli per gli anni futuri, così come definiti dal DEF. Questo per utilizzare tutti gli elementi di flessibilità delle regole europee che il nostro Governo ha conquistato e ottenuto.

 

 

Il nuovo meccanismo di rivalutazione delle pensioni per il 2012-2013

 

Da queste considerazioni derivano le disposizioni contenute nel decreto n. 65.

Anche nella sentenza n.70, come in altri pronunciamenti in passato, la Consulta ha ammesso la legittimità di interventi legislativi che incidano sull’adeguamento dei trattamenti pensionistici, a condizione che vengano rispettati limiti di ragionevolezza e proporzionalità, ed ha sottolineato le differenze esistenti tra quanto previsto nel “Salva Italia” e altre analoghe disposizioni in materia.

Già in passato erano stati introdotti meccanismi di blocco della perequazione automatica, ritenuti ammissibili dalla Corte costituzionale: in particolare, l’articolo 59 della legge n. 449 del 1997 stabilì che non spettasse la perequazione automatica al costo della vita prevista per l’anno 1998 per i trattamenti pensionistici superiori a cinque volte il trattamento minimo INPS; la legge n. 247 del 2007, attuativa del “protocollo sul welfare”, per l’anno 2008 stabilì che la rivalutazione automatica non venisse concessa ai trattamenti pensionistici superiori a otto volte il trattamento minimo INPS.

Nella sentenza n. 70 la Corte evidenzia come il provvedimento del 2011 si differenzi anche dalla legislazione successiva: la Legge di Stabilità per l’anno 2014 ha previsto infatti, per il triennio 2014-2016, una rimodulazione della perequazione automatica per il complesso dei trattamenti pensionistici. Nel triennio 2014-2016 la perequazione si applica nella misura del 100 per cento per i trattamenti pensionistici di importo fino a tre volte il trattamento minimo, del 95 per cento per i trattamenti di importo superiore a tre volte il trattamento minimo e pari o inferiori a quattro volte il trattamento minimo, del 75 per cento per i trattamenti oltre quattro volte e pari o inferiori a cinque volte il trattamento minimo, del 50 per cento per i trattamenti oltre cinque volte e pari o inferiori a sei volte il trattamento minimo INPS, e nella misura del 40 per cento nel 2014 e 45 per cento per ciascuno degli anni 2015 e 2016, per i trattamenti pensionistici superiori a 6 volte il trattamento minimo INPS, (la rivalutazione nel 2014 è riconosciuta solo per la parte della pensione inferiore a sei volte il trattamento minimo INPS).

Il decreto 65 intende quindi dare attuazione ai principi affermati dalla sentenza n. 70 del 2015, assicurando al contempo il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica e del principio dell’equilibrio di bilancio.

Il decreto  prevede che negli anni 2012 e 2013 il meccanismo di rivalutazione operi nella misura del 40 per cento per i trattamenti pensionistici di importo complessivo da tre a quattro volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 20 per cento per i trattamenti pensionistici di importo complessivo da quattro a cinque volte il  minimo e nella misura del 10 per cento per i trattamenti pensionistici di importo complessivo da cinque a sei volte il trattamento minimo. Resta esclusa la rivalutazione dei trattamenti superiori a sei volte il trattamento minimo.

L’importo che deriva dalla rivalutazione così calcolata, viene corrisposto in misura ridotta negli anni successivi: per gli anni 2014 e 2015 al 20 per cento, e al 50 per cento a decorrere dall’anno 2016. Questi importi si sommano a quelli che derivano dal sistema di indicizzazione previsto dalla legge di Stabilità 2014 per il triennio 2014-2015.

Con un emendamento approvato in Commissione, è stato chiarito che gli aumenti delle pensioni che derivano dal nuovo meccanismo continueranno ad avere effetto anche per il futuro, inserendoli nella base di calcolo delle successive perequazioni.

 

Le somme arretrate dovute saranno corrisposte il 1° agosto 2015.

Coloro che di più hanno patito il blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita, quelli con pensioni lorde tra 1500 e 2000 euro lordi circa (chi ha pensioni inferiori ha già avuto in questi anni la perequazione al 100%) riceveranno oltre 900 euro lordi, circa 700 netti, ad esempio, per una pensione di 1700 euro, sempre lordi (circa 1330 netti).

Le cifre si riducono al crescere del valore delle pensioni: per un pensionato che riceve un assegno di circa 2.200 euro lordi mensili, che si colloca fra quattro e cinque volte il trattamento minimo, gli arretrati saranno circa 460 euro, mentre per chi riceve un assegno di circa 2.700 euro lordi mensili, che si colloca fra cinque e sei volte il trattamento minimo, saranno circa 280 euro.

 

Nella fascia tra 3 e 4 volte il trattamento minimo si colloca il 13,9 per cento del complesso dei pensionati, ma in questa fascia sta il 46,7 per cento dei beneficiari dell’intervento del decreto 65.

Per loro la mancata indicizzazione pesava per il 4,8 per cento rispetto all’intera pensione e, dopo il decreto-legge, peserà per il 3,8 per cento, recuperando l’1 per cento, cioè sostanzialmente un quinto, il 20 per cento, di quel 4,8 per cento che avevano perso. La mancata indicizzazione per loro pesava per il 33 per cento dei risparmi complessivi, mentre beneficeranno del 67,5 per cento delle risorse per l’attuazione della sentenza.                      Invece, a chi ha la pensione oltre sei volte il minimo, non va nulla. Sono il 4,7 per cento di tutti pensionati e il 15,8 per cento dei potenziali beneficiari. Per loro, un sacrificio nel segno della solidarietà all’interno del sistema previdenziale e anche più complessivamente è certamente più sostenibile.

Per i pensionati con pensioni da quattro a cinque volte il minimo e da cinque a sei volte si procede con gradualità. Hanno perso entrambi il 4,9 per cento della pensione e recuperano, i primi lo 0,5 per cento e i secondi lo 0,3 per cento.

 

Si è scelto di privilegiare i redditi medio bassi, considerando che siamo ancora in un periodo difficile e che le risorse che si dovessero rendere disponibili dovrebbero essere usate anche per altre finalità: soprattutto per chi in pensione  non riesce ad andarci, e anche per non danneggiare il futuro previdenziale dei giovani.

 

Certamente più penalizzate sono le pensioni alte ed anche i vitalizi, che faranno “cumulo” con le pensioni per il calcolo della rivalutazione delle pensioni stesse. Un intervento limitato, ma nella direzione giusta.

            Con un emendamento approvato in Commissione abbiamo dato a questo il valore di norma generale, e non solo riferita al provvedimento in questione.

 

In questo quadro, è importante che il Governo abbia deciso di riavviare un confronto con le organizzazioni sindacali; esso potrà essere utile anche per discutere di quale meccanismo di rivalutazione delle pensioni, per l’avvenire, sia più utile ed efficace.

 

RIFINANZIAMENTO CASSA INTEGRAZIONE IN DEROGA

         L’articolo 2, che non è stato modificato nell’iter in Commissione,  prevede, per il 2015, l’incremento di 1.020 milioni di euro del Fondo sociale per l’occupazione e formazione ai fini del rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga.. Alla copertura degli oneri si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali per la copertura degli oneri derivanti dall’attuazione della “Delega Lavoro”, la legge n. 183 del 2014; il Fondo è stato previsto dalla Legge di Stabilità del 2015, che richiamava, tra le finalità, anche la copertura degli oneri derivanti dall’attuazione dei provvedimenti normativi di riforma degli ammortizzatori sociali, inclusi gli ammortizzatori sociali in deroga.

La somma si aggiunge ai 700 milioni di euro già previsti dall’articolo 2, comma 65, della legge n. 92 del 2012, portando le risorse complessivamente stanziate a 1,72 miliardi di euro. Il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga è un tema rilevante; si sta affrontando una delicata fase di transizione tra regimi normativi diversi, nell’ambito della quale occorre assicurare un adeguato finanziamento agli strumenti di tutela dei lavoratori.

 

RIFINANZIAMENTO CASSA INTEGRAZIONE IN DEROGA PER IL SETTORE PESCA

L’articolo 3, anch’esso non modificato in Commissione, incrementa di 5 milioni di euro le risorse già destinate alla cassa integrazione in deroga per il settore della pesca dalla legge di stabilità 2015, 30 milioni di euro.

 

RIFINANZIAMENTO DEI CONTRATTI DI SOLIDARIETA’

L’articolo 4 del decreto autorizzava una spesa di 70 milioni di euro per l’anno 2015 per il finanziamento dei contratti di solidarietà difensivi di «tipo B»; con emendamento approvato in Commissione tale importo passa a 140 milioni

La misura intende garantire la continuità nell’anno 2015 dei contratti di solidarietà di «tipo B», in attesa della loro messa a regime in attuazione della Delega Lavoro (legge n. 183 del 2014). La Legge di Stabilità 2014 aveva autorizzato, in favore dei contratti di «tipo B», la spesa di 40 milioni di euro per il  2014.

Nell’iter in Commissione per la conversione in legge del decreto è stata inserita anche una nuova norma che prevede il rifinanziamento dei contratti di solidarietà di tipo A, per i quali il Governo ha messo a disposizione un importo di 150 milioni.

Lo stanziamento a favore dei contratti di solidarietà previsto dal provvedimento passa quindi, in complesso, da 70 a 290 milioni di euro.

 

RIVALUTAZIONE DELLA SOMMA DEI CONTRIBUTI PER IL CALCOLO DELLA PENSIONE CON IL SISTEMA CONTRIBUTIVO

L’articolo 5 del decreto modifica la disciplina del coefficiente di rivalutazione del montante contributivo utilizzato per il calcolo del valore della pensione con il sistema contributivo.

Il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo nominale, calcolata dall’ISTAT con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare, sulla base di un parametro che tiene conto, quindi, dell’andamento dell’economia reale e del livello dei prezzi.

Nel 2014, per effetto della recessione e della bassa inflazione, il tasso di capitalizzazione avrebbe avuto per la prima volta un segno negativo (essendo pari a 0,998073), che avrebbe determinato una rivalutazione negativa, riducendo le aspettative pensionistiche dei lavoratori attivi.

Il decreto 65 ha previsto, modificando l’articolo 1, comma 9, della legge n. 335 del 1995, che, in ogni caso, il coefficiente non possa essere inferiore a uno, “salvo recupero” sulle rivalutazioni successive. (Il coefficiente di rivalutazione per il 2015 sarebbe passato quindi da 1,005331 a 1,003394).

L’emendamento approvato in Commissione ha previsto invece che, in fase di prima applicazione, cioè appunto nel passaggio tra 2014 e 2015, non si effettui il recupero e che il coefficiente di rivalutazione per il 2015 mantenga il proprio valore.

 

GIORNO DI PAGAMENTO DELLE PENSIONI

L’articolo 6 modifica le disposizioni introdotte nella legge di stabilità per il 2015. che prevedevano che, a decorrere dal 1° gennaio 2015, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni, le indennità di accompagnamento erogate agli invalidi civili e le rendite vitalizie dell’INAIL, erogate nei confronti di beneficiari di più trattamenti, fossero posti in pagamento il 10 di ciascun mese. Per effetto di quella disposizione: in presenza di soli trattamenti INPS o INAIL, il pagamento avveniva il 1° giorno del mese; in caso di trattamenti ex-INPDAP i pagamenti avvenivano il 16 del mese; in caso di trattamenti ENPALS e di più trattamenti, il pagamento aveva luogo il 10 del mese.

Con il decreto 65, a decorrere dal 1° giugno 2015, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento pagate agli invalidi civili, e le rendite vitalizie dell’INAIL, vengono corrisposti il 1° giorno di ogni mese o il giorno successivo se festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento; la modifica introdotta semplificherà fortemente le procedure di pagamento, con una sola lavorazione mensile, e potrebbe avere un impatto sociale positivo garantendo una disponibilità finanziaria anticipata per tutte le pensioni INPS.

 

TFR IN BUSTA PAGA

L’articolo 7 modifica la disciplina introdotta dalla legge di stabilità per il 2015 relativa alle corresponsione nella busta paga dei lavoratori delle quote del TFR, in via sperimentale e per un periodo limitato, in particolare nella parte in cui istituisce un finanziamento bancario, assistito da speciali garanzie, tra le quali quella di ultima istanza dello Stato, al quale possono accedere i datori di lavoro che non intendono corrispondere immediatamente con risorse proprie la quota maturanda del trattamento di fine rapporto.

Recentemente la Fondazione studi Consulenti del lavoro ha evidenziato che su un campione di un milione di lavoratori, nel mese di maggio solo 567 lavoratori, pari a poco più dello 0,5 per mille degli interessati, ha richiesto la liquidazione del trattamento in busta paga. Si tratta di dati senza dubbio parziali, che, tuttavia, confermano la presenza di disincentivi alla scelta dei lavoratori in favore della liquidazione in busta paga del TFR. Sarebbe opportuno realizzare una verifica più generale su quali siano davvero gli ostacoli ad un utilizzo più diffuso di questa opportunità.

 


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