Metà mandato: cosa è stato fatto e cosa c’è da fare

il 2 ottobre 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ho pensato che fosse giusto dare conto a chi mi ha eletta in Parlamento del cammino percorso in questi due anni e mezzo.
E’ un rendere conto che riguarda alcuni dei temi che abbiamo affrontato.
Ma vorrei dire anche qualcosa su come ho cercato di interpretare il mio ruolo di “deputata del territorio”, in una fase politica complicata: una legislatura iniziata come ricorderete anche voi; una legislatura nella quale ci siamo trovati “condannati” e governare senza avere vinto davvero le elezioni, con un quadro politico ben diverso da quello che avevamo immaginato.
Un gruppo parlamentare, il nostro, molto grande e molto eterogeneo, con la bella novità di così tante donne, e tanti giovani. Ma anche con quella specie di effetto “smarrimento”, che ha colto chi, come me, era abituato a vivere e lavorare in una dimensione collettiva organizzata.

Devo dire che la Commissione Lavoro, il gruppo Pd in Commissione, è stato luogo in cui ho potuto ritrovare una dimensione collettiva, ed una dimensione umana. E poi, lo stile, lì, è sforzarsi di trovare un punto di vista comune, senza rinunciare a fare le proprie battaglie; e io mi ci trovo.
Quel punto di riferimento, insieme al mio legame con questo territorio, mi ha aiutata anche a non dovermi rassegnare all’idea che per fare il mio lavoro con qualche risultato sia necessario per forza essere allineati, fedeli al capo o alla maggioranza, oppure riuscire ad “esistere” sono in quanto parte di una corrente o di un gruppo più o meno minoritario.

Il Pd è il mio partito; è lo strumento per fare sì che il centro sinistra e i progressisti possano cimentarsi in un progetto di governo per costruire una società più giusta; non vedo in altre esperienze o suggestioni una prospettiva credibile.
La linea del Pd ed il suo modo di operare non sempre sono convincenti e a volte non sono condivisibili.
Cerco, con altri, di porre questioni e di fare battaglie per riorientare la parte di quella impostazione che non convince.
Così come penso che un Governo guidato dal Pd, oggi il governo Renzi, sia l’ipotesi più credibile per guidare il Paese e rappresentare l’Italia nel mondo, per contrastare le derive del populismo e la marginalità sul piano internazionale.

Abbiamo bisogno di grandi cambiamenti, di non rimanere indietro, di non attardarci nelle nostre comode convinzioni e certezze che si sono logorate.
Ma quello che importa è avere una direzione di marcia riconoscibile.
Noi viviamo in una modernità in cui le diseguaglianze sono cresciute, nelle condizioni materiali e nell’accesso al sapere e al potere; permangono discriminazioni ed ingiustizie nell’esercizio dei diritti della persona e dei diritti civili.
Giustizia sociale e libertà continuano ad essere i due binari da seguire: valore delle differenze per essere liberi e giustizia sociale intesa come ricerca e costruzione dell’uguaglianza sostanziale, cioè pari opportunità non solo nei punti di partenza, ma nei punti di arrivo: altrimenti arrivano sempre i soliti.

Tutto questo si declina nei fatti concreti che riusciamo a produrre, con scelte nazionali e locali.

La prima questione che mi e vi pongo, “al giro di boa”, è proprio come aggiornare, correggere, mettere a punto la qualità e gli strumenti della relazione della nostra realtà locale con il lavoro parlamentare e, anche tramite quello, con il Governo.

Su questo terreno un capito lo a sé riguarda il ruolo degli enti locali, dei nostri amministratori; dobbiamo sforzarci di rafforzare questo rapporto, la condivisione dei problemi e delle soluzioni.
Veniamo da una stagione di tagli pesanti alla finanza locale e di interventi normativi spesso contraddittori.
Quando abbiamo approvato la legge di conversione del decreto 78, con alcune correzioni degli aspetti più discutibili della normativa e prime risposte alle esigenze dei Comuni, ci siamo impegnati ad utilizzare la Legge di Stabilità per altre e più significative scelte: allentare il patto di stabilità, per consentire ai comuni di avere risorse e strumenti, ed accelerare così anche i processi di aggregazione, di innovazione nell’assetto delle autonomie locali che sono indispensabili.
Le esigenze delle comunità locali crescono e si complicano, proprio perché abbiamo attraversato, e non ancora del tutto superato, una situazione di crisi molto seria, che ha peggiorato la condizione di vita e le aspettative per il futuro di moltissime persone. I Comuni, insieme alle organizzazioni sociali, sono la prima istanza cui la popolazione rivolge le proprie richieste, ed anche il proprio disagio.

La crisi dell’economia in provincia è stata profonda e, come per tutta la Liguria, è iniziata dopo rispetto ad altri territori, e fa più fatica a vedere la fine.
E’ ripartita a livello nazionale una fase di ripresa, lenta, condizionata sia in positivo che in negativo da processi che sono ancora di ordine internazionale, ma sostenuta anche da prime importanti scelte del Governo.
L’Istat ci dice che il potere d’acquisto delle famiglie torna a crescere come non accadeva dal 2007; il reddito reale è salito dell’1,1% (per trovare un valore più alto bisogna tornare indietro di otto anni): è cresciuta la fiducia delle famiglie e delle imprese.
La crescita dell’occupazione c’è, un quota di lavoro precario è stata stabilizzata.
Ma quella ripresa da molti non è percepita; e sentirne parlare, dai media o da noi, produce una frustrazione ancora più grande. Per molti il lavoro perso non torna; avere consumato i propri risparmi per affrontare la crisi priva le persone e le piccole imprese di strumenti per ripartire. Se è vero che la crisi ha aumentato le diseguaglianze, chi era più in difficoltà è andato ancora più indietro. Ed è più facile scendere in una condizione di povertà che risalire quella china.

Servono per il nostro territorio alcune azioni precise, strumenti adeguati, per attirare investimenti e facilitarli, per riportare al lavoro le persone, quante più possibili, anche attraverso percorsi accompagnati da formazione e lavori socialmente utili; dobbiamo usare tutti i margini che le esperienze di alternanza scuola lavoro ci offrono, per dare ai giovani delle opportunità concrete.
E’ l’aggiornamento dell’Accordo di Programma, e un piano per il lavoro che lo accompagni, una modalità ancora utile? Chi deve tirare le fila? Me lo chiedo e lo chiedo a voi. Io penso che quella sia una strada utile; è una gran fatica, nel rapporto con il Governo e nel rapporto con la Regione, lo so bene; ma proviamo a ripartire da lì, da un impegno delle istituzioni nazionali e regionali verso un territorio che ha idee e opportunità, e che ha bisogno di strumenti, di semplificazioni, di finanziamenti mirati; di scelte che non possiamo fare solo noi.

Non farò un elenco di cose fatte o da fare: la brochure che è stata distribuita (e per la quale ringrazio Fabio Filiberti e Fabio Musso) fornisce una traccia per ripercorrere i titoli e i contenuti dell’attività di questi anni, e le “istruzioni per l’uso” per rimanere in contatto, proseguire in un confronto costante, migliorarlo.

Dirò qualcosa sui temi che mi hanno impegnata più di altri, su questioni locali e nazionali.
Con un a premessa: ho cercato e cerco di affrontare le cose assumendo un punto di vista
A) quello delle donne, intanto, dell’insopprimibile differenza di cui siamo portatrici, e di una condizione concreta: la difficoltà a trovare lavoro, un lavoro sicuro e di qualità, riguarda ancora, soprattutto, le donne; e il lavoro rimane per tutte noi una fonte essenziale di autonomia.
Allora occuparsi di lavoro significa, tanto per dire,
offrire alle ragazze opportunità di formazione e di alternanza scuola-lavoro;
creare le condizioni per conciliare la scelta di avere figli e, sempre di più, i doveri di cura degli anziani, con il lavoro;
rendere più forti i diritti di maternità e i “diritti e doveri” di paternità. Abbiamo provato con misure dedicate nei decreti attuativi della Delega Lavoro; ma è ancora troppo poco
C’è una condizione di fragilità particolarmente diffusa in Liguria, quella delle donne pensionate con redditi molto bassi; ma sono tanto “fragili” anche quelle lavoratrici che con la “manovra Fornero” di fine 2011, hanno visto allontanare di sei /sette anni il traguardo della pensione.
Quello è il punto di vista da tenere ben fermo, per fare cose buone che riguardano tutti, non solo le donne
D’altra parte, mi piace ricordare anche in questa occasione, che in questa legislatura abbiamo assunto come una priorità il contrasto alla violenza di genere, la rivoluzione culturale che serve per contrastare la violenza di genere, con atti concreti: dalla ratifica della Convenzione di Istambul, al piano antiviolenza della fine di agosto, alla scelta di affidare esplicitamente alla scuola, con la riforma del sistema nazionale di istruzione, il compito di assicurare “l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni.”

B) e c’è un altro punto di vista dal quale dobbiamo sapere guardare le cose che facciamo: quello delle generazioni, dei giovani, ma non solo; la solidarietà tra generazioni diverse, soprattutto in una terra come la nostra, è essenziale; avere il coraggio di fare davvero “girare la ruota”, pensare davvero alle persone giovani, comporta la capacità di ritrovare un terreno nuovo e gli strumenti per un patto tra le generazioni che guardi all’avvenire:
ridare fiducia ai giovani nella possibilità di avere un pensione, quando sarà il momento, è la base materiale di quel patto, perché con i loro contributi si pagano le pensioni in corso;
rompere le rendite di posizione legate anche all’età, in certi settori del lavoro e delle professioni, deve essere una scelta esplicita;
guardare con gli occhi dei più giovani significa pensare che l’equilibrio demografico ha bisogno (in tutta la vecchia Europa) dell’apertura all’arrivo di persone che vengono da altri Paesi; tanti sono già qui, lavorano e vivono insieme a noi. Una delle cose più belle che accadono a Savona è la festa che si realizza ogni volta che viene assegnata la cittadinanza onoraria ai nuovi nati figli di genitori immigrati; in attesa che, tra poche settimane, il Parlamento approvi la nuova legge sulla cittadinanza. Una bella pagina, anche questa, del lavoro parlamentare; per essere semplicemente una società giusta, dove tutti viviamo meglio.
Ecco, se diviene in mente “gli uomini son tutti uguali”, cominciamo dai bambini e dalle bambine.

Dunque, dicevo, non un elenco di cose, ma la scelta di alcune vicende emblematiche
Sulle questioni del territorio, due temi, come esempi: esempi della necessità di combattere delle battaglie, di trovare la strada per dare una risposta alle persone, non smarrendo l’idea dell’interesse generale, della prospettiva; con le difficoltà, gli arretramenti, i compromessi che ci attendono sempre su queste strade; e con la consapevolezza che ci sono questioni che questi luoghi non risolvono da sé, ma non perché chiedono assistenza o aiuto, ma perché pretendono di mettere a disposizione del paese le opportunità che qui ci sono, e vogliono metterle in valore

Parto dalla più complicata, Tirreno Power
Me ne sono occupata, in questi due anni, tra i più difficili per quella situazione, perché era ed è mio dovere.
Ci siamo sforzati di non separare mai interesse per il lavoro e per la salute.
Tutti abbiamo insistito sul fatto che i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente dovessero dare delle risposte; posso dire di avere fatto qualche sforzo in più rispetto alla media perché fosse coinvolto il ministero della Salute, perché si facesse ben di più di quello che era stato fatto, e quello che era stato fatto si facesse conoscere, per dare certezze sulla condizione sanitaria. E’ stato difficile.
Quella attenzione al lavoro e a difendere la salute delle popolazioni è stato anche l’obiettivo degli amministratori locali, sempre, anche quando hanno scelto strade diverse per farlo.
La presenza dell’indagine della magistratura ha messo fuori gioco il terreno ordinario su cui si esercita la responsabilità delle parti e dei diversi livelli istituzionali.
Ma ora lì ci sono persone che hanno perso il lavoro, molte di loro, quelle dell’indotto, sempre più invisibili. C’è un grande impianto del quale non è chiara la prospettiva.
La prospettiva non si costruisce guardando indietro. Lo dice una persona che ha percorso quel “passato” e se ne è assunta la sua quota di responsabilità.
Le scelte di politica energetica, del mix delle fonti, della riduzione del costo dell’energia, dell’innovazione per l’efficientamento e la riduzione drastica dell’impatto ambientale nella produzione e nel consumo, sono gli argomenti su cui pretendere risposte e soluzioni, su cui puntare per ridare lavoro e prospettiva ad un territorio; ma, lo ripeto, guardando avanti.

E poi il porto. Da un anno a questa parte la comunità savonese si è sforzata di mettere in evidenza la valenza del proprio scalo e l’esigenza di mantenere un forte rapporto tra il governo del porto e la nostra comunità: per questo abbiamo rivendicato l’autonomia di Savona-Vado, in un quadro di coordinamento e integrazione dei porti liguri.
Come ci hanno dimostrato anche le elezioni regionali, in Liguria è in crisi il nostro insediamento tradizionale, e un sistema di relazioni, di rapporti economici, di rapporto tra città metropolitana e resto della regione.
E dunque, proprio in Liguria abbiamo bisogno di innovazioni profonde.
I porti sono una bella quota sia dell’economia che dell’identità dei diversi territori della Liguria.
Di una impostazione innovativa, proprio in questo ambito, siamo i primi ad avere bisogno. Di una strategia nazionale c’è urgenza, di capacità di scegliere insieme, di semplificazione, di innovazione e di sguardo lungo sul futuro.
Il fatto che debba essere preso a riferimento un arco di costa e di territori retrostanti ampio è totalmente condivisibile; così come l’idea che i porti e le infrastrutture di inoltro, insieme, vadano considerati come un sistema.
Stiamo facendo questo, sta facendo questo il Governo a proposito della governace e di quello che ha a che fare la governance con efficienza del sistema e con sviluppo delle opportunità di quel sistema?
Si sarebbe potuto fare di meglio, diciamola così
Ma che cos’è che ci importa davvero?
1) C’è un porto che ha una profondità dei fondali, senza dragaggi, massima rispetto a quella di tutti gli altri porti italiani. E’ il nostro porto. L’investimento che è in corso a Vado serve a mettere a frutto quella risorsa; la ricchezza che può generare serve al paese; noi vogliamo che quell’investimento e quell’insieme di opere sia completato. Se questo non accadesse sarebbe compromessa una delle poche concrete prospettive di sviluppo per un’intera area. Questo è il promo interrogativo che poniamo al Governo: esigiamo una risposta.
2) Il porto di Savona Vado ha scelto di curare la relazione con il sistema logistico. Segnalo che l’unico interporto classificabile ufficialmente come tale in Liguria, riconosciuto come nodo centrale della rete transeuropea di trasporto, cioè un “interporto core”, è lì attaccato, non al porto di Genova, ma a quello di Savona-Vado.
3) il nostro porto, come tanti, è dentro le città: un porto commerciali con traffici importanti. Una forza di sinistra si propone di fare le opere e dare spazio alle attività economiche che servono, anche quando creano problemi alle popolazioni, risolvendo quei problemi, e non contro le popolazioni.
Questo vuol dire due cose:
- i rappresentati dei territori devono poter contare; e gli enti locali Savonesi, quale che sia la soluzione per l’A.P. , devono avere voce in capitolo;
- se si genera ricchezza nel nostro porto vogliamo che una parte significativa rimanga in questo territorio: per creare altro lavoro, per armonizzare la presenza di quelle attività con il tessuto urbano; il porto non può essere vissuto solo come una servitù.
Un forte sistema ligure, che condividesse la pianificazione portuale, proposta che il Pd Ligure aveva indicato come soluzione, sarebbe una scelta migliore. E ci sono le questioni di sostanza cui facevo riferimento, che attendono risposte; va detto che il ministro Del Rio, all’incontro di ieri con il gruppo Pd alla Camera, ha fatto, almeno su alcuni punti, affermazioni importanti: sul ruolo degli enti locali savonesi, sul fatto che la piattaforma sarà completata.
Rimangono aperte, ma per tutti, le questioni dell’autonomia finanziaria, del lavoro portuale, delle regole per le concessioni.

C’è un altro tema, di attualità, ma che ha implicazioni grandi e di prospettiva, per cambiare davvero l’Italia: abbiamo bisogno di una riorganizzazione vera e radicale della pubblica amministrazione. Questo è parte essenziale delle ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini, di un rinnovato patto tra le istituzioni e le persone. E’ da questo verso che dobbiamo prendere anche la questione della riorganizzazione del ministero dell’Interno e della soppressione della Prefettura, con tutto quello che ne consegue.
Abbiamo bisogno non di meno, ma di maggiore coraggio e determinazione nel rompere lo schema con cui funziona lo stato nei territori, più coraggio nel superamento del modello delle prefetture.
Nella Legge delega per la riforma della Pubblica Amministrazione è prevista la trasformazione della Prefettura in Ufficio territoriale dello Stato, quale “punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini”.
Quella è la strada: unificare sedi, procedure, punti di ascolto e di servizio per cittadini e imprese,delle diverse amministrazioni statali, in ciascun territorio; spostare risorse da attività di pura gestione burocratica a servizi reali per le persone e per le attività economiche.
Può un ufficio di questa natura non esserci, a Savona?
Abbiamo avviato, come deputati del Pd delle provincie in cui sarebbe prevista la soppressione della Prefettura una iniziativa verso il Dipartimento della Funzione Pubblica; ieri una delegazione ha incontrato la ministra Madia; insieme a lei incontreremo il ministro Alfano.
La mobilitazione che sta iniziando a crescere anche nella nostra provincia è necessaria per dare un altro verso a queste scelte; dobbiamo avere la capacità di indirizzarla nella direzione che ho provato ad indicare.

Delle cose di cui ci siamo occupati in Commissione Lavoro dirà di più e meglio Cesare Damiano.

Sono stati mesi difficili; l’approvazione della Legge Delega e poi dei Decreti Legislativi ci ha impegnati in un lavoro complesso di discussione, revisione di norme, ricerca di soluzioni che andassero nella direzione di una innovazione profonda delle regole e degli strumenti, ma salvaguardando la condizione concreta delle persone che lavorano e che cercano lavoro.
Difficile, perché il cambio di paradigma (spostare le tutele dal posto di lavoro, alla possibilità di ritrovare il lavoro), ha messo in crisi un assetto precedente e non ha ancora messo a disposizione tutto ciò che serve a stare in un altro sistema, proprio nel momento in cui la ripresa dell’occupazione fatica, pure quella.
Abbiamo guardato lucidamente ad un dato di realtà: il danno, l’impoverimento del lavoro, la sua delegittimazione sul piano del ruolo sociale, del potere, era fatto; l’aggiramento delle regole era la pratica quotidiana.
Da questo nessuno di noi può considerarsi assolto; noi stessi, ben più che per quello che abbiamo votato nelle Legge Delega e nei Decreti; e non solo noi.
La scelta di scaricare sul lavoro le contraddizioni dell’apertura dei mercati, della fine della possibilità di svalutare la moneta, ci consegnava un mercato del lavoro in cui era necessario “rimontare” da una deriva molto negativa, che durava da anni.
La scommessa è quella di ridare al lavoro a tempo indeterminato la centralità che deve avere. Si fa in un modo: facendolo costare meno rispetto ad altre forme falsamente autonome e precarie.
E’ necessario che l’operazione di sgravio contributivo decisa con la scorsa Legge di Stabilità, magari modulata diversamente, venga resa permanente, strutturale.
E vanno guardate con onestà e affrontate le contraddizioni che l’assetto delle regole del lavoro manifesta, alcune nate con la delega lavoro, altre prima. Un esempio, i voucher: l’esplosione del loro utilizzo precede la Legge Delega, ma la Delega invece di correggere quelle storture, ha confermato ed ampliato uno strumento che va invece sicuramente rivisto.
Nel frattempo, in questi anni c’è stata poca attenzione per il lavoro autenticamente autonomo, a cui si è chiesto di costare meno e di pagare di più: dobbiamo invertire questa tendenza (riportare gradualmente la contribuzione al 24%; riprendere il lavoro per scrivere lo statuto del lavoro autonomo), ed affrontare il tema delle professioni, di come sono cambiate in questi anni, dentro la crisi e nel processo di riorganizzazione del lavoro e dell’impresa.

E poi, i temi della previdenza, che suscitano oggi due sentimenti, principalmente: il senso di ingiustizia e l’incertezza: per un sistema di sicurezza sociale è un problema molto serio; per il patto tra cittadini e cittadine e Stato altrettanto.
Nel 2011, con la “Legge Fornero”, è stata realizzata una operazione “di cassa” e di rassicurazione dei mercati finanziari. Quella operazione è stata decisiva per superare la crisi: parte di quelle risorse devono tornare nel sistema. Devono tornare, con i provvedimenti su cui stiamo lavorando, per alleggerire gli interventi più pesanti di quella manovra (che ha prodotto risparmi più consistenti delle stime di allora).
Lo dico con una battuta: io e qualcuno che guadagna anche un po’meno di me, la tassa sulla casa la possiamo pagare ancora per un po’: servono risorse per tante altre cose.
Quanto alla cosiddetta flessibilità in uscita, serve al sistema economico e alle imprese, per realizzare un turnover che si è bloccato, oltre che alle persone interessate. Se si guarda al tempo medio, quello giusto quando si ragiona di previdenza, la flessibilità così come l’abbiamo concepita, si autofinanzia.
C’è un elemento di ingiustizia “trasversale” nel funzionamento attuale del sistema: la condizione delle donne. Tutte o quasi le diverse anomalie o forzature presenti nella legge del 2011 hanno una propria declinazione particolare a danno delle donne; con la sola flessibilità non si sana, abbiamo bisogno di altri interventi
(“addolcire” il periodo transitorio e aumentare la copertura del lavoro di cura)

La sostenibilità economica del sistema previdenziale è fondamentale; ma anche quella si realizza, in prospettiva, solo se c’è sostenibilità sociale (altrimenti prevale la tendenza ad uscire dal sistema, se quel sistema non dà garanzie o promette trattamenti insufficienti o considerati “irraggiungibili”). La solidarietà interna funziona se i giovani hanno certezze: continueranno a versare i contributi se potranno essere abbastanza certi di avere a loro volta una pensione decente.

Il tema è di grande attualità. La necessità di ridare flessibilità al sistema e consentire alle persone di andare in pensione prima è diventata una opinione diffusa.

Stiamo lavorando alla preparazione della settima salvaguardia per gli esodati, e al superamento dell’interpretazione restrittiva dell’INPS per “opzione donna”.
Le risorse risparmiate nelle precedenti salvaguardie, secondo l’INPS, da qui al 2023, ammontano a 3,3 miliardi di euro. E dunque, per la “settima salvaguardia” le risorse ci sono già; il Governo deve trovare il modo di utilizzarle

Dopo un po’ di dichiarazioni e di smentite, torna ad essere considerato possibile, anche da parte del Governo, l’inserimento nella Legge di Stabilità di provvedimenti per la flessibilità delle regole per il pensionamento: come e con quali risorse non è ancora chiaro. E viene da pensare che su questo la battaglia sarà ancora dura; sì, perché ci sono opinioni diverse, dentro il governo e nel parlamento, dentro il Pd: la discussione, l’iniziativa che ci sarà nel Paese, dovrà portare ad un punto di sintesi il più possibile vicino alle esigenze (in qualche caso di sopravvivenza dignitosa) delle persone, e alla necessità di aprire possibilità di occupazione per nuovi lavoratori.

Per poter davvero realizzare un raccordo tra i cittadini, le espressioni del territorio e le istituzioni centrali, abbiamo bisogno che si ricrei un rapporto di fiducia. Si realizza se si portano dei risultati e si ricostruisce sulla base dei comportamenti, dalle scelte che ciascuno fa per essere affidabile e stimato.
L’onestà, la trasparenza, la vicinanza alle persone che si vogliono rappresentare, la capacità di capire e di farsi capire non sono solo questioni di metodo, ma sostanza, essenza del fare politica.
Io ho pensato di fare due cose, oltre a cercare quotidianamente di capire cosa succede nel mio territorio e di occuparmi almeno di qualcosa:
-la busta paga è pubblicata sul sito; i rimborsi spese non li considero “miei”, vanno su un conto che è condiviso con chi si occupa di amministrazione nel Pd, da lì prendo i rimborsi presentando le pezze giustificative
- ho presentato una proposta di legge per il superamento definitivo dei vitalizi, per completare il processo avviato negli anni scorsi che ha già inciso in modo significativo rispetto alla situazione precedente: obiettivo è che ciascuno di noi abbia una sola pensione, con regole e strumenti comuni a tutti i lavoratori; e un tetto preciso ai trattamenti di chi è già in pensione (senza demagogia, perché intervenire sui trattamenti in essere è, come si sa, piuttosto complicato)

Ma so benissimo che noi recuperiamo autorevolezza e stima se riusciamo a ridare alla politica la sua funzione, se quello che facciamo serve davvero.

La società è complessa; c’è una spinta a cambiare, una voglia di rottura con ciò che abbiamo alle spalle.
Nello stesso tempo, il potere si concentra; i corpi intermedi perdono legittimazione; e invece una società complessa ha bisogno di mediazione, di composizione dei conflitti sociali in nome dell’interesse generale.
E’ più facile dire che tutto questo è “passato”: ma sarebbe sbagliato.
Il Pd, per dirla in breve, deve attuare innovazioni nella politica e nel funzionamento delle istituzioni, nella selezione dei gruppi dirigenti; e deve riconoscere la funzione dei corpi intermedi, a partire dalle organizzazioni sindacali del lavoro e dell’impresa; che hanno la necessità vitale, per loro stessi, di innovare e rafforzare la rappresentanza che loro compete.
Per realizzare queste cose, c’è bisogno di una battaglia politica di lunga lena, trasparente, direi serena, se la parola non fosse diventata “allusiva”, e non di una guerriglia quotidiana, per portare nella vita del Pd e delle istituzioni una quota di quei valori che oggi stentano ad affermarsi, ma che devono essere declinati in modo moderno; per portare nella politica una profondità di valori e di senso che la velocità e la semplificazione ad ogni costo non possono garantire.

Io la vedo così, e vi ringrazio della vostra pazienza e della vostra attenzione


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