Non si sta smontando il jobs act come non si abolirà la Fornero

il 3 luglio 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

Stampa post Stampa post

“mastica e sputa, da una parte il miele, mastica e sputa, dall’altra la cera”. Non sono la prima a vederci, in tutto questo lavorio delle api, il mestiere di chi rappresenta il lavoro, e lo tutela e lo sostiene nel suo emanciparsi, negoziando con gli altri (dedicata)

Bisogna conoscere, valutare senza pregiudizio, distinguere, passare al setaccio dei principi e delle convenienze; mettere da una parte quello che si stava proprio cercando e dall’altra il resto, cose di cui si potrà comunque fare qualcosa di buono.

E’ il lavoro che vale la pena di fare con il cosiddetto “decreto dignità”. Intanto sfrondando dal superfluo:

1) dare nomi di fantasia ai decreti usa da un po’. Pazienza;

2) la distanza tra il dire e il fare va denunciata, ma si svela solo entrando nel concreto.

Non si sta “smontando il jobs act”, come non si “abolirà la legge Fornero” sulle pensioni. Chi si aspettava questo dal nuovo governo faccia le proprie valutazioni.

Ma qualcosa si fa. La prima, giusta: se si ammette che si possa licenziare senza un valido motivo, allora è giusto che l’impresa paghi un indennizzo adeguato. Quello previsto ora è troppo basso. Aumentarlo di un po’, non crea incertezze per le aziende o obblighi insopportabili: aiuta chi è licenziato ad arrivare a trovare un altro lavoro, se ci risce. C’è stato chi nella scorsa legislatura ha cercato di risolvere questo problema, in Commissione Lavoro alla Camera, ad esempio: non è stato possibile perché il Governo di allora ha voluto fare di quel tema una bandiera, “uguale e contraria” a quella del ripristino ed allargamento dell’art. 18 (e ugualmente “ideologica”).

Non se n’è fatto nulla, ed in molti è rimasta l’amara sensazione che si volesse stare dalla parte delle aziende sempre e comunque, a prescindere da quanto fosse giusta o meno la loro scelta di licenziare. Errore.

Nel decreto ci sono misure per contrastare le delocalizzazioni e l’uso scorretto degli incentivi da parte delle imprese. L’obiettivo è giusto, in parte già affrontato negli anni scorsi (indagare sulle ragioni per cui quelle misure non hanno funzionato aiuterebbe a farne altre migliori). Ma sugli strumenti concreti c’è molto da discutere (vedere ad esempio il commento di Emilio Miceli; e poi, gli incentivi all’innovazione hanno un loro senso e risultato, ecc.)

Contratti a termine: se non li regolamenti, le imprese li usano per non avere vincoli, o averne meno; e buonanotte ai contratti a tempo indeterminato, quando finiscono gli incentivi economici dedicati. Devono costare di più, se non sono davvero necessari; e quindi…si deve verificare la ragione per cui si utilizzano, la…causa…o (burocraticamente detta) causale.

Detto tra noi: che se si mettono vincoli alle imprese per il lavoro regolare allora si incentiva il lavoro nero, come sostiene il presidente del Pd, è una ben strana teoria.

Ho invece le mie riserve sul fatto che limitare a 24 mesi rispetto ai 36 il limite massimo per rinnovare contratti a termine, in questa fase, sia positivo: è però la linea della mia organizzazione, e pure della maggioranza del Pd (sì, proprio così) e quindi me ne faccio una ragione (non è una battuta).

Che si debba vietare, sempre e comunque, la pubblicità del gioco d’azzardo (come del fumo e dei superalcolici, non è così difficile) è una battaglia cui ho partecipato nella mia “vita precedente” (grazie a Lorenzo Basso) ed è un obiettivo che la Cgil persegue, con la rete di associazioni che contrasta la ludopatia.

Quindi, bene così.


« »

Scroll to top