Nuovi dati sulla povertà: un problema vero e grave

il 26 giugno 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Nuovi dati sulla povertà, relativi al 2017 e diffusi oggi dall’Istat, confermano che si tratta di un problema vero e grave. Nel 2018, l’applicazione della legge sul Reddito di Inclusione non basterà da sola a rimontare questa china.

Siamo in attesa di capire come sarà data attuazione, e con quali modalità e risorse, alla proposta di  reddito di cittadinanza previsto nel Contratto di Governo della nuova maggioranza parlamentare.

I gruppi parlamentari del Pd hanno presentato la scorsa settimana una propria proposta di legge “per il potenziamento e l’estensione del Reddito di inclusione”

Dico una mia opinione, e poi cerco di motivarla: una legge per contrastare la povertà assoluta l’abbiamo già, non serve farne un’altra: vanno trovate le risorse per  aumentare il numero dei destinatari, sino a coprire tutti i poveri assoluti, e per dare un contributo economico più sostanzioso; e vanno affrontati e risolti i problemi di funzionalità ed adeguatezza dei servizi sociali dei Comuni (ma ora le risorse ci sono)

Mancano altre cose, su cui invece le politiche della scorsa legislatura vanno innovate profondamente.

Penso agli ammortizzatori sociali e alle politiche attive per il lavoro, da un lato; dall’altro, la possibilità di utilizzare servizi educativi (nidi-tempo pieno), ma anche servizi sanitari e per la non autosufficienza, con una compartecipazione ai costi che sia accessibile, o gratuita per chi non redditi sufficienti; alle politiche per la casa; alla tutela dei consumatori con redditi bassi nel rapporto con le grandi società di fornitura energia, ecc.

Più in dettaglio

-          E’ giusto valorizzare l’impianto della legge n.33 approvata nel marzo 2017: è stata costruita con l’Alleanza contro la povertà, anche se non ne ha raccolto tutte le indicazioni, e coniuga sostegno economico a presa in carico da parte dei servizi sociali, con la stipula di un “patto”: il limite sta nel fatto che non si raggiungono tutti i poveri assoluti e non si eroga un contributo tale da fare uscire persone e famiglie dalla condizione di povertà.

-          La norma è costruita per poter allargare e rinforzare gli interventi senza bisogno di altri interventi legislativi, ma solo mettendo a disposizione ulteriori risorse; la destinazione di tali risorse, l’allargamento della platea dei destinatari e l’incremento del valore dei contributi sono disposti dalla programmazione nazionale, attraverso il Piano per il contrasto alla Povertà. Questo è un ulteriore pregio di quella legge, insieme al fatto che il Re.I. è riconosciuto come “livello essenziale delle prestazioni sociali” (un intervento “dovuto” nei confronti chi ne ha bisogno).

-          L’entrata a regime del nuovo strumento è arrivata tardi; l’applicazione concreta trova ancora ostacoli: i 297 milioni per il rafforzamento dei servizi non sono ancora arrivati ai comuni (l’intesa in conferenza unificata è del 10 maggio; il decreto di riparto delle risorse e di approvazione del “Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà”, del 17 maggio, è stato registrato dalla Corte dei Conti il 15 giugno).

-          Soprattutto dove la Regione non ha esercitato una funzione di regia e di stimolo (molte hanno fatto resistenza passiva, quasi infastidite per dover “applicare” una norma nazionale, che per di più trasferisce le risorse direttamente alle persone e, per la quota destinata ai servizi, agli ambiti/distretti sociali), i servizi sociali dei Comuni hanno faticato a cogliere questa come una opportunità per tornare a svolgere un ruolo forte, dopo anni di riduzione delle risorse e di invecchiamento del personale-dal punto di vista anagrafico e professionale-. C’è sicuramente qualche altro limite, perché sono troppe le domande presentate e respinte, almeno nella prima fase.

 

-          Nella scorsa legislatura finalmente si è riconosciuto e preso sul serio il fatto che la povertà esiste e ha bisogno di essere contrastata con un sistema universale, permanente, efficace: ma c’è una fascia sempre più estesa di persone, soprattutto giovani, che vedono se stessi non come “poveri”, ma come persone che non hanno un reddito sufficiente perché lavorano poco o non lavorano, e soprattutto non vedono come e quando potranno lavorare o avere un reddito dignitoso: questo è il tema da affrontare, ora.

-     Dovremmo anche superare le dispute sui nomi, che alla generalità delle persone non dicono proprio nulla: certo, per reddito di cittadinanza si intende un contributo economico senza condizioni, attraverso il quale la singola persona o famiglia provvede a se stessa: con uno Stato che “si ritira” e redistribuisce solo risorse economiche, un reddito sostitutivo di altre politiche di welfare. Il reddito di inclusione è fatto invece sia di denaro, sia di intervento dei servizi sociali per sostenere ed accompagnare le famiglie fuori dalla loro condizione di svantaggio e deprivazione: ed è attribuito in presenza di precise condizioni. Ma, al di là del nome, neppure i contenuti della proposta dei Cinquestelle corrispondono ad un vero “reddito di cittadinanza”.

L’obiettivo da indicare è “una misura rivolta all’intera popolazione in povertà assoluta e dotata di risposte adeguate, qualunque sia il nome che le contingenze politiche le assegneranno”, per dirla con Cristiano Gori

-     Bisogna ripartire dalla proposta originaria di Reddito di Inclusione Sociale (REIS) della Alleanza contro la Povertà, che ha un costo di 7 miliardi (e non 17) e che sostanzialmente è stata già realizzata per quanto riguarda l’impianto con la legge 33/2017 , con i limiti detti di valore del contributo e di limitazione nei destinatari. L’Alleanza ha inviato un documento al nuovo Governo con le sue proposte.

-     Servono altri 4 miliardi, almeno, perché 2,75 ci sono già, e sono “per sempre”: suggerimento rivolto sommessamente a chi governa e a chi sta ora all’opposizione: ai primi, non inventare coperture “fantasiose” (tra l’altro, devono già trovare, e subito,12 miliardi e mezzo per non aumentare l’IVA e le accise, e non si sa ancora dove li prenderanno); ai secondi, perché non fare un salto di qualità, correggendosi rispetto al passato, e individuare coperture che abbiano, già in sé, un effetto di redistribuzione dall’alto verso il basso e di contrasto alle diseguaglianze? Le varie misure che vengono erogate senza essere condizionate alla prova dei mezzi, una parte delle deduzioni fiscali che premiano i redditi più alti, le tasse di successione per patrimoni ingenti, qualche altra forma di imposta patrimoniale, compresa IMU prima casa per chi ha redditi alti, ecc.

-     Bisogna tornare ad affrontare il tema degli ammortizzatori sociali e del loro legame con le politiche attive del lavoro, per “parlare” a quella fascia di persone, soprattutto giovani, di cui si diceva, che vedono se stessi non come “poveri”, ma non hanno un reddito sufficiente perché lavorano poco o non lavorano. In questi anni gli ammortizzatori sono stati estesi a chi non li aveva -apprendisti, parasubordinati- ma sono stati ridotti per altre categorie, ad esempio il lavoro stagionale. Nel complesso, non coprono le esigenze che ci sono; inoltre non sono collegati a reali opportunità di inserimento o ricollocazione al lavoro.  Anche il Reddito d’Inclusione Sociale proposto dall’Alleanza, essendo “rivolto a tutte le famiglie che vivono in povertà assoluta”, “risulta nettamente distinto dagli interventi necessari contro l’impoverimento di coloro i quali si trovano al di sopra della soglia ma, senza adeguate risposte, sono destinati a cadere nell’indigenza”.

-     Un’ultima notazione: esiste il “lavoro povero”:  è utile prevedere un salario minimo di legge per chi non ha contratti di riferimento, ma va detto chiaramente che quella è una quota limitata del lavoro, più o meno subordinato, e che la soluzione è rendere esigibile, da un lato, la norma sull’equo compenso per i professionisti, le partite IVA, dall’altro l’applicazione dei contratti collettivi che ci sono. E soprattutto vanno create le condizioni perché aumentino le ore di lavoro: se il numero di occupati è tornato ai livelli del 2008, ma il totale delle ore lavorate è ancora ben distante, significa che quel nuovo lavoro non garantisce il reddito medio di dieci anni fa.

 

 


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