Partito democratico, riflessioni sul momento cruciale della vita politica italiana

il 16 febbraio 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Lo so, sono stata un po’ reticente in questo periodo sulle vicende del Pd, sul come e perché siamo qui a fare il nostro lavoro. Provo ora a scrivere qualcosa, con troppe parole come al solito, ma almeno di questo spero mi perdonerete.

Premetto che penso che sia un errore grave affrontare così come si sta facendo un passaggio cruciale della vita politica italiana; credo ancora che valga la pena stare in un grande partito progressista, che deve però cambiare il modo e in parte il contenuto, correggere la rotta; sono tra coloro che non ci tengono a “togliere il disturbo”, né credo sia giusto definire noi stessi per adesione o contrapposizione al segretario del partito. Per questo la prima cosa che ci serve è una discussione sincera e “spessa” tra noi e con il Paese, non la conta su chi sta con o contro Renzi: questo invece è il congresso che rischiamo di fare. Non mi piace, e non perché io sia un persona che “non si sbilancia, non prende parte”. Penso che ci si debba dare non tanto il tempo (congresso un po’ prima o un po’ dopo) ma l’affidamento reciproco, di realizzare un confronto vero sulle ragioni per confermare il progetto del Pd, e poi dividerci sulla leadership: l’immaginare che la leadership risolva i problemi della “linea” e del nostro rapporto con il mondo ha già fatto troppi danni. Condividere il “programma fondamentale”, se ancora c’è; poi sostenere tesi alternative per realizzare quel programma, e candidati collegati a quelle tesi.

Se si potesse evitare il “o con me o contro di me”, le persone miti avrebbero qualche voce in capitolo.

E’ giusto che ciascuno si esprima. L’idea che stiamo pensando a noi stessi e non al Paese non si scaccia solo con il quotidiano impegno per capire e risolvere qualche problema delle persone: io provo a farlo, ma so che non basta.

E dunque sulle fratture di queste giornate, di queste ore. Ci sono stati momenti in cui la sostanza delle cose di cui abbiamo discusso era anche più “dura”, più controversa, le divisioni più concrete; dove più difficile è stato condividere decisioni impegnative; in cui è stato complicato trovare le ragioni per sentirsi dello stesso partito.

E’ davvero su una o due date che si sta consumando la divisione del Pd, o la sua prossima scissione? Non dobbiamo sottovalutare quello che è successo nella politica italiana con il referendum; e nella società, non solo italiana, negli anni che abbiamo attraversato.

C’è una lettura, persino semplice: si profila un sistema elettorale proporzionale, non ha più senso un partito “a vocazione maggioritaria” e quindi di per sé plurale: meglio avere forze più omogenee al proprio interno, più nette nel rappresentare parti diverse della società: la somma raccoglierebbe più consensi rispetto ad un partito solo, con una linea frutto di mediazioni, che riducono la possibilità di fare presa da un lato e dall’altro.

Non so se sia vero: vedo che molti ci dicono che una delle ragioni per cui perdiamo consenso sono le divisioni, l’idea che quelle divisioni dipendano più da interessi dei gruppi e delle persone che dalla sostanza delle questioni. E’ un parte della verità anche questa (ma le semplificazioni ci portano lontano dalla possibilità di capire)

Quello che è certamente vero è che la discussione interna, per responsabilità prima di tutto di chi guida il partito (è sempre così) ha saltato un’analisi seria di quello che ci ha detto il referendum, sia nel merito dell’idea di politica che il Pd aveva presentato (puntando molto, troppo, su quell’idea), sia sul giudizio più generale che l’elettorato ha espresso nei nostri confronti: una parte del “nostro” elettorato, che ci aveva già mandato a dire qualcosa, di cui non abbiamo discusso, nelle elezioni regionali e poi amministrative.

Avevamo perso e non avevamo fatto seguire alle sconfitte, non si dice una operazione di umiltà, ma di analisi vera e di riflessione, di individuazione dei problemi e delle scelte per affrontarli; e si era scaricato tutto sulla indicazione del “colpevole”. Per il referendum, in più, si è scelta una catartica “assunzione di tutte le responsabilità” con le dimissioni da presidente del consiglio da parte di Renzi, salvo poi dire che “la sconfitta è alle spalle”.

Ciò con cui non si è fatto i conti è la crisi della democrazia, così come l’abbiamo conosciuta, anzi costruita, ed amata. E con le radici sociali di quella crisi; con una questione sociale, un arretramento delle condizioni materiali e una chiusura di prospettive, di cui parliamo spesso, ma con cui, appunto non siano ancora stati capaci di fare sul serio i conti.

Il Pd è nato da componenti politiche diverse, e da persone che a quelle tradizioni non appartenevano; ha parlato davvero ad una parte di società: una forza grande, con valori condivisi e un progetto, è apparsa come quella che avrebbe potuto portare al governo del paese le istanze di cambiamento, superando limiti di una stagione precedente. Molti di quei limiti li abbiamo portati con noi, hanno generato la voglia di compiere un salto vero, uno strappo rispetto ad una politica che non pareva più capace di avere la forza, la vitalità di cui c’era bisogno. Renzi ha interpretato questa volontà: nella sostanza, però, ha proseguito in una idea di modernizzazione del Paese fatta più o meno così: ci sono forze che ce la fanno che “tirano”, che hanno “merito”, puntiamo su quelle, trascineranno il resto; e poi non lasceremo indietro nessuno. “Merito & Bisogno” lo slogan che ha accompagnato un provvedimento, la legge di bilancio che pure contiene molte buone cose, che corregge errori del passato recente in ambito sociale (pensioni) e che fa passi avanti su terreni mai battuti (povertà). Uno slogan sbagliato: la metafora di una situazione più generale di buona azione di governo, che però non riesce neppure a farsi apprezzare per quello che è e che appare (e spesso è) una somma di fatti scollegati: e questo perché l’impostazione politica in cui si inquadra non è chiara, non va in profondità, se così si può dire. Una linea che non sceglie quello che dovrebbe e potrebbe connotare una politica di sinistra: riconoscere e contrastare le diseguaglianze, attraverso la crescita e la distribuzione equa della ricchezza, e la garanzie di regole e di giustizia.

Sul piano della gestione del partito, alla conduzione già oligarchica del Pd, Renzi ha sostituito l’uomo solo, e chi lo segue, al comando, e ha portato avanti un processo già in atto di destrutturazione del partito come organizzazione, come corpo intermedio e come intellettuale collettivo. Comitati elettorali, punto.

E così si pensa più ai voti, che agli elettori e alle elettrici; si disperde uno strumento necessario per essere in contatto con la comunità, le persone e i legami sociali che hanno tra di loro, che mutano.

Quanto alla durata della legislatura: se il Pd pensa di avere buone carte per governare, non si capisce perché non le si possano usare, ora, per completare (lotta alla povertà, ruolo e diritti per il lavoro autonomo, pensioni, sostegno innovazione e industria 4.0, riforma pubblica amministrazione, ius soli, minori non accompagnati, testamento biologico), o correggere (voucher, appalti, privatizzazioni, per fare esempi), le cose fatte in questi anni. Ci sono urgenze da affrontare, cose molto concrete, che riguardano persone in carne ad ossa: non dobbiamo certo stare lì per tirare a campare: ci sono cose da cambiare, per dimostrare che abbiamo capito, e scelte da confermare, persino alcune impopolari, ma giuste, rendendo conto delle une e delle altre in modo trasparente.

Altrimenti in nome di cosa andremo chiedere un’altra volta un mandato agli elettori, che accada ora o tra qualche mese?


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