Pensieri, i miei, sul Partito Democratico

il 28 giugno 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Scrivo oggi, dopo qualche giorno, un pensiero sull’uscita dal Pd e dal nostro gruppo parlamentare di Stefano Fassina ed anche di Monica Gregori (Monica è meno nota dalle nostre parti, ha condiviso la scelta di Stefano ed anche a lei sono affezionata).

E’ l’occasione per rispondere ad alcuni che, in questa occasione, mi chiedono conto del mio stare nel Pd e del perché; per questo ci ho messo un supplemento di riflessione, e quindi un po’ più di tempo. E userò molte parole, più di quelle che i social considerano ammissibili: pazienza.

Fassina so chi è. Lo conosco, almeno un po’. So che è intelligente e onesto (mi direte, ce ne fossero!)

Non mi sono stupita della sua scelta; il fatto che fosse nell’aria da un po’ conferma il travaglio di una persona che non sceglie a cuor leggero, che ha creduto nel progetto del Pd.

E’ intelligente e onesto, ma non per forza ha ragione per questo. Penso che sbagli ad andare via dal Pd, e non condivido molte delle sua scelte e prese di posizione di questi mesi.

Dico francamente, e con tutto il rispetto, che non è tanto dell’andare via di Stefano, o di Monica, o di altri come loro, che mi preoccupo.

Ci sono tante persone che non votano Pd, che non lo votano più, o anche che non l’hanno mai votato, che il Pd dovrebbe invece rappresentare e coinvolgere nel proprio cammino. Molti che hanno rinunciato a “partecipare”, ad esserci e sentirsi partecipi. Non si tratta solo di militanti storici, ma anche di nativi del Pd, di giovani e meno giovani portati all’impegno da Renzi e dalla sua proposta politica.

Cosa, credibilmente, possiamo dire ancora a queste persone, ai gruppi sociali, alle comunità locali, agli intellettuali, ai produttori?

La sostanza del mio pensiero, e delle scelte che ne derivano, è questa: credo che solo un grande partito di centro sinistra possa cambiare il Paese e governarlo (non semplicemente “stare al governo”, che sarebbe più semplice). E che solo un grande partito di centro sinistra, che è il Pd, possa realizzare le cose che servono, che credo importanti.

Un partito così deve poter dare voce ai valori della giustizia sociale, della dignità del lavoro, dei diritti civili; dell’esigenza che, nel mondo globalizzato e segnato dal prevalere della finanza, siano ricostruite le condizioni affinché le comunità governino se stesse e partecipino al governo dei processi economici.

Mutati rapporti tra le aree nel mondo, migrazioni, rapporto tra le generazioni, faticoso processo di liberazione delle donne, vecchie e nuove minacce alla convivenza pacifica, tutto questo non consente di declinare quei valori come nel passato. E invece siamo tentati di farlo, in tanti; e, d’altra parte, la difficoltà a trovare in quel passato delle risposte efficaci porta altri a tagliare radici che invece potrebbero darci forza.

Il potere si concentra; i corpi intermedi perdono legittimazione (non “dall’alto”, ma “dal basso”, per dirla in modo un po’ rozzo); e invece una società complessa ha bisogno di mediazione, di composizione dei conflitti sociali in nome dell’interesse generale. E’ più facile dire che tutto questo è “passato”: ma è sbagliato.

Il partito che serve deve attuare innovazioni nella politica e nel funzionamento delle istituzioni, nella selezione delle classi dirigenti: scelte molto nette, veri salti, non solo generazionali, a livello nazionale e nei territori: qui, e non solo qui, non è accaduto.

Quel partito è tanto più autorevole e aggregante, quanto più non ostenta autosufficienza.

L’onestà, la trasparenza, la vicinanza alle persone che si vogliono rappresentare, la capacità di capire e di farsi capire non sono solo questioni di metodo, ma sostanza, essenza del fare politica.

Il Pd ha mostrato e mostra molti limiti; non da ora.

Ma non c’è alternativa alla costruzione, anche faticosa, di quei processi, che ho provato a ricapitolare, dentro un grande partito di cento sinistra; e quel partito è il Pd.

Stefano Fassina ha detto che pensa che questo non sia possibile, e che il Pd sia irrimediabilmente compromesso, che abbia subito una svolta libe­ri­sta sul lavoro, ple­bi­sci­ta­ria sulla demo­cra­zia, e regres­siva sulla scuola.

Non condivido questa descrizione e ci sarà occasione di argomentare; certo ce n’è d’avanzo per andare via e starne distante.

Quelle grandi cose che servono per il paese, che un partito deve dare alla collettività, la nostra idea di una sinistra moderna, da chi possono essere costruite?

Non secondo uno schema che Stefano dice di voler evitare e che invece penso sia “oggettivamente” la conseguenza delle scelte sue e di altri come lui; per usare parole che gli sono state attribuite in un recente intervista , “l’illusione che basti una scissione dal Pd e la riaggregazione di ceto politico spiaggiato per «fare l’alternativa»”

L’illusione, l’altra, di sostituire un ceto politico perdente con  un ceto politico “vincente” non va da nessuna parte. Si vince e poi si perde, se non si va alla radice dei problemi.

Il Pd, così com’è, non va bene; non funziona come collettivo che cerca di rappresentare i bisogni e i desideri della collettività.

Un partito come comitato elettorale ha mostrato la corda. Prima ce ne diamo atto e meglio è.

Si rimane nel Pd non perché si pensi che il Pd sia “recuperabile”, come dice qualcuno, pensando di recuperare il Pd “prima di Renzi”: se fosse così faremmo ben poca strada. Ma perché “solo un grande partito di centrosinistra” è in grado di dare le risposte che servono alle persone che vivono in Italia. Sono persone che sanno benissimo che i problemi non si risolvono nella dimensione nazionale, meno che meno nelle comunità locali; ma vivono lì, in quelle dimensioni, e lì misurano il loro “stare bene” o “stare male”. E misurano noi.

 

 

 


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