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Pensionate e pensionati davanti alla Prefettura, contro quello che non c’è

il 28 dicembre 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Pensionate e pensionati davanti alla Prefettura, a Genova come in tutta Italia, contro quello che c’e (e quello che non c’è) per i pensionati nella legge di Bilancio: a partire da tante pensioni che non saranno adeguate all’aumento del costo della vita. E un incontro molto atteso, e molto gradito

Con la legge di Bilancio 2019, il Governo in carica ha deciso di intervenire sul valore delle pensioni in essere.
Ha previsto una nuova riduzione dell’efficacia del sistema di adeguamento delle pensioni all’aumento del costo della vita, e un ulteriore contributo di solidarietà sulle pensioni molto alte. La maggioranza di governo ha inoltre indicato l’obiettivo di innalzare le pensioni “minime”, attraverso l’introduzione della “pensione di cittadinanza”, i cui contenuti concreti non sono noti: la stessa cifra di 780 euro fa parte ancora solo di dichiarazioni stampa.
Per altro, visto che nella fascia di pensioni di valore sino a 500 euro mensili ci sono 2.017.774 pensionati (dati 2017), con pensioni di 3.404 euro medie pro capite, per portare questa media a 9360 euro (780×12) (e solo per chi è oggi sotto i 500 euro mensili) ci vorrebbero dodici miliardi. Operazione impossibile, oltre che sbagliata perché indifferente al fatto che, a quei livelli di pensione si arriva oggi, e ancor più in futuro, con diversi anni di contributi versati, e che altri dovrebbero essere gli interventi da realizzare, sia per i trattamenti che oggi sono tropo bassi, sia per le pensioni future.
l tema del valore delle pensioni ha ricevuto una attenzione minore rispetto ad altre questioni: da un lato, l’esigenza di alleggerire il blocco delle uscite verso la pensione determinato dalla “legge Fornero”, dall’altro le valutazioni sulla sostenibilità attuale e futura  del sistema.
A proposito di questo ultimo argomento: la sostenibilità attuale esiste, lo ha certificato recentemente anche il “Rendiconto Sociale INPS 2017″; quella futura, oggetto di una preoccupazione fondata e necessaria,  dipenderà da quanto “entrerà” nel sistema – quanti contributi, su quale base imponibile, quanto lavoro regolare pagato il giusto, ecc. – e non solo da quanto “uscirà” dal sistema e quindi dall’età e dall’anzianità contributiva di chi va in pensione o dal mantenimento del potere d’acquisto delle pensioni.
Quanto agli interventi più recenti relativi al valore reale delle pensioni:
  • il blocco della rivalutazione automatica è stato attenuato progressivamente, e avrebbe dovuto tornare dal 2019 alla situazione “pre-2011″;
  • le pensioni più basse, frutto di contributi, sono state aumentate attraverso l’estensione della “quattordicesima mensilità”;
  • la tassazione delle pensioni, più sfavorevole rispetto a quella sul lavoro dipendente, è stata alleggerita con la parificazione sostanziale della no tax area con quella riconosciuta ai redditi da lavoro.
E’ utile ricordare il contributo dato dalle pensioni in essere all’operazione “Salva Italia” di fine 2011 e alle politiche di contenimento della spesa che ne seguirono.
La rilevanza di quelle cifre è emersa con la sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 2015 e con gli interventi legislativi che si resero necessari di conseguenza.
La restituzione agli interessati di quanto non era stato corrisposto a causa del blocco della perequazione negli anni 2012 e 2013 avrebbe comportato una spesa di 17,6 miliardi netti nel 2015, e di oltre 4 miliardi all’anno negli anni successivi. Il decreto n. 65/2015 e la sua conversione in legge optarono per una restituzione concentrata soprattutto nella fascia tra tre e quattro volte il TM (con un rimborso massimo di 812 euro alle pensioni collocate intorno ai 1.850 euro netti), con un costo di poco più di due miliardi di euro nel 2015 e di poco meno di mezzo miliardo negli anni successivi.
Il successivo intervento, attuato dal 2014, meno penalizzante rispetto al 2012-2013, ha continuato comunque a drenare risorse dalle pensioni, sino all’ultima proroga al 2018, che ha determinato un ulteriore risparmio di spesa per la finanza pubblica – al netto degli effetti fiscali – di circa 335 milioni nel 2017 e di circa 750 milioni nel 2018.
La Legge di Bilancio 2019
La legge di Bilancio 2019 interviene dunque per attingere, ancora una volta dai redditi da pensione e, per di più, non in modo finalizzato ad un eventuale riequilibrio del sistema, ma per “fare cassa”. In ogni caso, la redistribuzione e la solidarietà va realizzata con lo strumento e del fisco e non affidata a meccanismi tutti interni al sistema.
Con la legge di Bilancio 2019, la rivalutazione “piena” verrà assicurata solo per le pensioni con importo fino a 1.522 euro (tre volte il trattamento minimo), proprio come nella “legge Fornero” che la maggioranza di governo dichiara di voler cancellare.
Per le pensioni di importo superiore l’adeguamento all’inflazione sarà
  • del 97% per gli assegni con importi compresi tra 1.522 e 2.029 euro
  • del 77% per gli assegni con importi tra 2029 e 2.537 euro,
  • del 52% per importi tra 2.537 e 3.044 euro,
  • del 47% per importi tra 3.044 e 4.059 euro,
  • del 45% per importi tra 4.059 e 4.566 euro
  • del 40% per tutte le pensioni con importo superiore a 4.566 euro mensili.
Con il blocco parziale della rivalutazione delle pensioni dal 2019 si realizzano entrate complessive per 2,226 miliardi in tre anni (oltre dieci miliardi e mezzo nell’arco di dieci anni) che si aggiungono agli oltre 300 milioni derivanti dai tagli alle cosiddette “pensioni d’oro”.
Per quanto riguarda gli effetti delle norme che saranno contenute nella legge di bilancio sul valore delle pensioni, esse vanno da circa 60 euro lordi annui, per una pensione fino a cinque volte il trattamento minimo, a circa 300 euro per una pensione pari a nove volte il trattamento minimo.
Le alternative
Dal 2019 avrebbe dovuto tornare in vigore il sistema previsto dall’articolo 69 della Legge 388/2000: impegno in tale senso era stato assunto con l’intesa tra il Governo e CGIL CISL UIL del 28 settembre 2016
“Il Governo si impegna sin d’ora (…) a introdurre un sistema di perequazione basato sugli “scaglioni di importo”, confermando a partire dal 2019 il ritorno al meccanismo già previsto dalla legge 388/2000″.
Senza l’intervento previsto nella legge di bilancio 2019, quindi, la perequazione automatica avrebbe realizzato un recupero della perdita del potere d’acquisto delle pensioni del:
- 1,10% (il 100% dell’incremento dell’indice prezzi ipotizzato) sulla fascia di pensione mensile sino a 1.522 euro (3 volte il minimo di dicembre 2018);
- 0,99% (il 90% dell’incremento) sulla fascia compresa tra 1.522 e 2.537 euro (5 volte il minimo 2018);
- 0,825% (75% dell’incremento) sulla quota mensile eccedente 2.537 euro.
L. Birindelli, F.Bloise, M. Raitano, in “Meccanismi di tassazione e indicizzazione dei reddito da pensione: scenari alternativi” (per SPI e “Fondazione Di Vittorio”), hanno descritto un quadro comparativo europeo dell’indicizzazione delle prestazioni (oltre che del trattamento fiscale delle pensioni e dei livelli di contribuzione sociale). Vi si legge che ”l’indice del prezzi al consumo non è il solo riferimento mediante il quale  le pensioni vengono annualmente perequate: troviamo, infatti, regole di indicizzazione automatica basate anche in riferimento al PIL (Portogallo), alle retribuzioni, al reddito/retribuzione pro-capite (Danimarca, Olanda e Svezia) ed anche all’ammontare della contribuzione sociale (Germania). (…)
“Un riferimento esclusivo all’inflazione si registra in Belgio, Francia (inflazione attesa), Finlandia e Italia. (…) In Spagna il riferimento resta all’inflazione ma condizionato alla situazione economica (…) In Olanda, Danimarca e Svezia le pensioni di vecchiaia sono legate all’andamento delle retribuzioni e dei redditi medi. (…)”
Un aggancio ad una combinazione di indicatori (quindi di tipo “misto”), si verifica in Austria, Portogallo, Finlandia, Regno Unito, Germania
Nel rapporto citato si sono immaginati diversi possibili scenari, laddove la perequazione si basasse su diverse previsioni normative.
I vari scenari delineati “non modificherebbero la condizione di circa 2/3 degli attuali pensionati, quelli con importo inferiore a tre volte il trattamento minimo, dato che quei livelli di pensione godrebbero in ogni caso di indicizzazione piena” (come in tutte le situazioni che si sono determinate nel corso degli anni, nonostante i vari interventi di blocco parziale).
Tuttavia, nelle fasce di reddito tra tre volte e, ad esempio, cinque/sei volte il trattamento minimo (2500-3000 euro lordi circa) si collocano quote significative di lavoro dipendente.
Per quanto riguarda lo scenario che si determinerebbe con il ripristino della normativa “pre Fornero” (la norma contenuta del “salva Italia” per questa materia era immaginata comunque “a termine”, così come gli interventi successivi che pure ne avevano mitigato l’impatto negativo), “la spesa complessiva per pensioni aumenterebbe rispetto alla normativa attuale di poco meno dello 0,3%” e la maggiore spesa sarebbe di 685 milioni.
Risorse già previste a suo tempo, e quindi che non dovrebbero essere ora reperite, perché i precedenti interventi erano considerati in scadenza a fine 2018.
Il quadro normativo: evoluzione
L’ Articolo 1, comma 142-bis del disegno di Legge di Bilancio 2019 approvato al Senato interviene sulla perequazione automatica (o indicizzazione) dei trattamenti pensionistici.
Il comma 142-bis, introdotto nel corso dell’esame al Senato, definisce una nuova disciplina, valida per il periodo 2019-2021. Il testo sarà certamente confermato con l’approvazione definitiva della Legge di Bilancio alla Camera.
La perequazione sarà riconosciuta sulla base delle seguenti aliquote:
  • 100% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia pari o inferiore a 3 volte il trattamento minimo INPS  (si fa riferimento all’importo del trattamento minimo INPS nell’anno precedente quello di applicazione della perequazione medesima, 507,42 euro nel 2018);
  • 97% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 3 volte e pari o inferiore a 4 volte il predetto trattamento minimo;
  • 77% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 4 volte e pari o inferiore a 5 volte il trattamento minimo;
  • 52% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 5 volte e pari o inferiore a 6 volte il trattamento minimo;
  • 47% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 6 volte e pari o inferiore a 8 volte il trattamento minimo;
  • 45% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 8 volte e pari o inferiore a 9 volte il trattamento minimo
  • 40% per i trattamenti di importo complessivo superiore a quest’ultimo limite.
La “storia” della perequazione automatica delle pensioni
1999
Nel nostro ordinamento il meccanismo di rivalutazione delle pensioni è definito dall’articolo 34, comma 1, della L. 448/1998, il quale ha disposto (a decorrere dal 1° gennaio 1999) che esso si applichi, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti pensionistici corrisposti a carico delle diverse gestioni previdenziali.
2001
Dal 2001 l’articolo 69, comma 1, della L. 388/2000 ha suddiviso la perequazione in tre differenti fasce all’interno del trattamento pensionistico complessivo
- nella misura del 100 per cento per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici fino a tre volte il trattamento minimo INPS;
- nella misura del 90 per cento per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici comprese tra tre e cinque volte il trattamento minimo INPS;
- nella misura del 75 per cento per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici superiori a cinque volte il predetto trattamento minimo.
2012-2013
L’articolo 18, comma 3, del D.L. 98/2011 aveva previsto, per il biennio 2012-2013, limitazioni alla rivalutazione automatica sui trattamenti pensionistici
Ma è poi intervenuto l’articolo 24, comma 25, del D.L. 201/2011 (cd. riforma Fornero), che ha disposto il blocco dell’indicizzazione (sempre per il biennio 2012-2013) per le pensioni di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS, e l’adeguamento al 100% di quelle di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo (e cioè 1.442,99 euro lordi per il 2012).
Sulla materia è intervenuta la Corte costituzionale, che con la sentenza n. 70/2015 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 24, comma 25, del D.L. 201/2011. A seguito della sentenza, con il decreto legge 65/2015, convertito in legge, è stata disposta una rivalutazione parziale e retroattiva dei trattamenti ricompresi tra tre e sei volte il minimo INPS, confermando sostanzialmente il blocco biennale sui trattamenti superiori a 6 volte il minimo INPS (v. Nota)
2014-2018
L’articolo 1, comma 483, della L. 147/2013 (legge di stabilità 2014) ha previsto che per il triennio 2014-2016 (periodo successivamente esteso anche al 2017 e 2018 dall’articolo 1, comma 286, della L. 208/2015) la rivalutazione dei trattamenti pensionistici debba operare nei seguenti termini:
- 100% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia pari o inferiore a 3 volte il trattamento minimo INPS;
- 95% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 3 volte e pari o inferiore a 4 volte il predetto trattamento;
- 75% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 4 volte e pari o inferiore a 5 volte il trattamento minimo;
- 50% per i trattamenti pensionistici il cui importo complessivo sia superiore a 5 volte e pari o inferiore a 6 volte il trattamento minimo;
- 40% nel 2014 e 45% per ciascuno degli anni 2015 e 2016, per i trattamenti pensionistici superiori a 6 volte il trattamento minimo INPS.
Nota:
Ai sensi del D.L. 65/2015, la perequazione automatica è stata riconosciuta:
- per il biennio 2012-2013 nella misura del:
- 40% per i trattamenti pensionistici di importo complessivo da tre a quattro volte il trattamento minimo INPS;
- 20% per i trattamenti pensionistici di importo complessivo da quattro a cinque volte il trattamento minimo INPS;
- 10% per i trattamenti pensionistici di importo complessivo da cinque a sei volte il trattamento minimo INPS.
- per il biennio 2014-2015, nella misura del 20% di quanto stabilito per il 2012 e 2013 per le pensioni di importo complessivo da tre a sei volte il trattamento minimo INPS;
- a decorrere dal 2016, nella misura del 50% di quanto stabilito per il 2012 e 2013 per le pensioni di importo complessivo da tre a sei volte il trattamento minimo INPS.
Lo stesso D.L. 65/2015 ha inoltre specificato che nella valutazione dell’importo complessivo di tutti i trattamenti pensionistici che costituiscono la base di calcolo della rivalutazione, si debba sempre tenere conto degli assegni vitalizi derivanti da uffici elettivi.48422994_2299477673408691_7265926664339587072_o 49199520_2299477706742021_5676408789062909952_n

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