Pensioni e Decreto sulla P.A.: riepiloghiamo

il 5 agosto 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Questa storia delle pensioni non è mica semplice: vi propongo un riepilogo per punti

1) La “legge Fornero” sulle pensioni, approvata a fine 2011, in condizioni di emergenza vera per i conti dello Stato e per l’economia reale, conteneva
* alcuni veri e propri errori, (la pensione per il personale della scuola decorre dal 1° settembre in ogni caso; non avere considerato questo ha generato il fenomeno dei cosiddetti “quota 96”; per via di una parola, i macchinisti delle ferrovie non hanno la possibilità, come altre categorie analoghe, di anticipare il pensionamento, ecc.)
* alcune norme particolarmente incomprensibili e punitive (penalizzazione per i lavoratori precoci, in particolare per periodi non considerati di “lavoro effettivo”) che si sono aggiunte ad altre di questo tenore approvate con il precedente governo, Ministro Sacconi (ricongiunzioni sempre e comunque onerose, ecc.).
* un innalzamento eccessivo, e senza un adeguato periodo di transizione, dei requisiti per andare in pensione.

2) La manovra Fornero sulle pensioni ha prodotto:
> un sistema rigido, che non tiene conto delle diverse storie lavorative delle persone e del rapporto tra questo e la possibilità di andare in pensione; per altro, questo stesso sistema non consente a chi lavora di poter sapere con certezza quando potrà andare in pensione e con quale valore della sua pensione;
> un risparmio doppio rispetto a quanto gli espertoni che fanno i conti avevano calcolato.

3) La manovra sulle pensioni di fine 2011 ha generato un risparmio di circa 80 miliardi in dieci anni ( e poi tutti quelli a seguire).
Non c’è un gruzzolo da qualche parte, il debito si è mangiato quel margine; ma al sistema previdenziale devono poter tornare le risorse necessarie a correggere errori e a modificare un impianto che non regge, sul piano sociale, ma in prospettiva anche sul piani economico: se il sistema pubblico non da sufficienti garanzie, la spinta ad uscire dal sistema si farà sempre più forte, con danno di tutti; nello stesso tempo, l’equilibrio del sistema deve starci a cuore, non si può risorgere tutto scaricandolo sul sistema previdenziale o pensare che “poi qualcuno ci penserà”.

4)I problemi economici e finanziari non sono finiti, trovare soluzioni ai tanti problemi aperti nel campo della previdenza è davvero difficile; anche questo deve essere chiaro.
Perciò abbiamo accettato di intervenire sugli errori affrontandoli un pezzetto alla volta (le penalizzazioni per i”precoci”, ad esempio sono state già abolite, nei mesi scorsi, per i donatori di sangue, congedi parentali e chi utilizza la legge 104), e sanando la vera ferita, che sono gli “esodati”, in più riprese; e ce ne sono ancora molti che attendono.

5) Abbiamo posto alcuni dei temi previdenziali nella discussione sul decreto sulla Pubblica Amministrazione per una ragione precisa: se obiettivo del Governo e di tutti noi è aprire opportunità per i giovani e realizzare il necessario ricambio generazionale, è necessario intervenire sulle norme che rendono difficile l’uscita per pensionamento, oltre che allentare il blocco del turn over. Alcune norme le ha previste il decreto, altre sono state oggetto di emendamenti.

6) Le norme che abbiamo aggiunto al testo del decreto, che con emendamento del governo sono state cancellate al Senato:
* abolizione delle penalizzazioni per i lavoratori che hanno iniziato a lavorare molto presto, i cosiddetti “precoci”;
* il pensionamento del personale della scuola di “quota 96”;
* il miglioramento dei trattamenti per i superstiti di invalidi vittime del terrorismo (norma approvata alla Camera alla viglia del 2 agosto, e soppressa al Senato il giorno 4, tanto per dire)
* nel passaggio in Commissione al Senato è cambiata anche la norma sui limiti di età per il pensionamento d’ufficio ed è stato eliminato il tetto dei 68 anni per i professori universitari e i primari (che potranno andare a 70 anni)

7) In cosa consistono le penalizzazioni per i “precoci” e perché è necessario e possibile abolirle : riguardano chi va in pensione ad un’età inferiore a 62 anni, con 41 anni e sei mesi di contributi se donna, e con 42 e sei mesi se uomo; entro il 2017 la penalizzazione agisce e se l’interessato ha periodi di lavoro “non effettivo” (ad esempio le maggiorazioni figurative per gli esposti all’amianto, contributi derivanti da disoccupazione, mobilità, cassa integrazione straordinaria, ma anche contribuzione da riscatto e periodi di integrazione contributiva coperti con i volontari); la penalizzazione consiste in una decurtazione del valore della pensione, per la parte calcolata con calcolo retributivo (sino al 31.12. 2011), dell’1% se si va in pensione a 61 anni, del 2% se si va a 60 anni, del 4% se si va a 59 anni.

La Ragioneria Generale dello Stato, dopo due relazioni tecniche dell’Inps, ancora ritiene che la quantificazione economica sia “sottostimata”.
Gli oneri complessivi davvero sono contenuti.
Ma per i singoli c’è una penalizzazione significativa rispetto ad una pensione già di valore limitato.
Nella P.A. gli enti permettono ai lavoratori di rimanere in servizio per recuperare i periodi di “prestazioni non effettive di lavoro” e quindi evitare le penalizzazioni e gli interessati stanno rimangono al lavoro più a lungo; il tutto in contrasto con lo spirito del decreto P.A. che intende promuovere la “staffetta generazionale”, favorendo i pensionamenti, senza per altro modificare i requisiti previdenziali, e facendo entrare giovani.

8 ) di “quota 96” molto si è parlato; teniamo conto del fatto che 96 era la somma tra anzianità e età anagrafica nel 2012; oggi sono dei “quota 100” ; nella “legge Fornero” non è stato riconosciuto, come era accaduto nel passato, il fatto che il personale della scuola può andare in pensione solo il 1 settembre e quindi che il diritto a pensione si matura nel corso dell’anno scolastico che inizia il 1 settembre e si conclude il 31 agosto dell’anno successivo.
L’uscita dalla scuola dei “quota96” permetterebbe l’unica vera operazione attuabile subito di “staffetta generazionale” nella pubblica amministrazione, con l’ingresso di 4000 nuovi insegnanti.
Secondo la Ragioneria dello Stato non ci sarebbe la piena copertura economica e i richiedenti potrebbero essere più di 4000; ma il Ministero dell’Istruzione ha fatto una indagine capillare e ha riscontrato che saranno meno di 4000.

9) su altri contenuti del decreto 90 che riguardano la previdenza:

* si sono dette cose non vere: ad esempio che per i pubblici dipendenti sarebbero previste regole diverse dal privato, o che i pubblici dipendenti potrebbero andare comunque in pensione a 62 anni. La verità è che una amministrazione pubblica può mandare in pensione “d’ufficio” chi abbia raggiunto i requisiti, che però sono quelli che valgono per tutti; la norma prevede che questo avvenga a partire dai 62 anni, perché prima ci potrebbero essere le penalizzazioni e sarebbe ingiusto obbligare una persona a lasciare il lavoro se perdere una parte importante del valore della sua pensione;
* il governo ha presentato alla Camera, e non rimesso in discussione nell’iter al Senato, un emendamento che riguarda il pensionamento dei giornalisti, in particolari situazioni. Se la previdenza fosse materia estranea al decreto, questo varrebbe per tutti i casi;
* sia la rimozione delle penalizzazioni per i lavoratori precoci, sia la soluzione per quota 96, invece hanno molto a che fare con lo spirito che il Governo voleva dare al decreto, quello della “staffetta generazionale”. Sarebbero modalità per accelerare la sostituzione di lavoratori anziani con giovani, senza modificare la “legge Fornero”, salvo correggere quel che va corretto, perché si tratta di errori.

10) L’azione della Ragioneria Generale dello Stato si è rivolta, guarda caso, alle norme previdenziali contenute nel decreto 90.
Consentire che questo passi senza reagire significa pregiudicare una discussione e un intervento, che invece sono necessari, per modificare la normativa previdenziale in vigore, per cancellare le ingiustizie più evidenti e per rendere il sistema più flessibile e adeguato ai cambiamenti del mercato del lavoro.
Queste modifiche devono riguardare chi attende di andare in pensione, i trattamenti futuri di chi oggi è giovane e rischia di avere pensioni sotto la soglia di povertà, le pensioni in essere che devono avere un sistema di adeguamento al costo della vita tale da non farle scendere, anch’esse, dopo un po’ di anni, sotto la soglia di povertà.

Conclusione provvisoria: abbiamo chiesto al Pd e al Governo di trovare una soluzione al pasticcio generato con la soppressione degli emendamenti già approvati dalla camera. E’ giusto farlo per le persone che sono coinvolte, ed anche per non bruciare la possibilità di tornare sul tema previdenza, anche per altri lavoratori.


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