Pensioni e dintorni, dopo la sentenza sulla perequazione automatica

il 19 maggio 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Domani incontreremo, come Commissioni Lavoro e Bilancio di Camera e Senato, il ministro Padoan per avviare la discussione sugli effetti della sentenza della Corte Costituzionale in merito al blocco dell’adeguamento delle pensioni e sui contenuti del decreto che il Governo ha adottato per rispondere a quella sentenza. Provo a mettere in fila le tante questioni che questa vicenda richiama.

La manovra “salva Italia” di fine 2011 caricò sulla previdenza un peso enorme. Furono sottostimati sia i risparmi, sia gli effetti negativi sulla vita e sul reddito dei lavoratori e dei pensionati (in termini di allungamento repentino della vita lavorativa, soprattutto per le donne, di perdita dell’aggancio tra lavoro e pensione per i firmatari di accordi di esodo, di insufficiente recupero della perdita di potere d’acquisto per i pensionati, ecc.).

I 18 miliardi di cui si parla (che servirebbero per la restituzione integrale delle somme non corrisposte a seguito del blocco della perequazione per il 2012 e 2013) confermano quanto grande fu quel peso e quanto i conti di allora non fossero corretti.

Detto di passaggio, la manovra “salva Italia” intervenne in una situazione davvero difficile per il Paese, reali erano i rischi; è altrettanto vero che quegli interventi furono decisi in un quadro di regole dell’UE di carattere restrittivo e solo di “austerità”, e dopo che chi era stato al governo sino ad allora aveva negato la crisi e ne aveva lasciato crescere le pesanti conseguenze.

Tornando alla sentenza della Corte e alle pensioni, è bene dunque essere onesti con noi stessi e con gli altri; essere realisti, ma non rassegnati.

Sarebbe davvero difficile pensare che oggi sia possibile corrispondere per intero ai pensionati l’importo perso per il blocco 2012-2013.

Ma come lo si fa, il provvedimento di restituzione parziale, e in quale quadro di interventi sulla previdenza, non è banale: farà la differenza, non solo per rendere difendibile il provvedimento nei confronti di ulteriori ricorsi, ma per realizzare il cambio di verso, anche rispetto a quel passato recente, in cui è impegnato il nostro Governo.

La manovra sulle pensioni di Monti, nel suo insieme, è stata una delle leve fondamentali per uscire dalle difficoltà; e quindi è giusto, non solo doveroso per via delle sentenze, che alla previdenza tornino, anche gradualmente, risorse per sanare i danni più evidenti di quell’operazione.

Il viceministro Morando, la scorsa settimana, in commissione Bilancio al Senato, aveva sostenuto che “la sentenza della Corte può e deve essere pienamente rispettata attraverso un intervento che rimuova  le componenti dell’intervento del dicembre 2011 che la Corte censura” –  la durata (biennale e non annuale) del blocco e la mancata progressività, in rapporto alle diverse fasce di pensione percepita – . E’ corretto.

Ma le obiezioni della Consulta riguardano anche l’aver determinato una perdita permanente di valore delle pensioni; e il non avere motivato il blocco con ragioni di solidarietà interna al sistema.

Anche la sentenza, dunque, ci spinge a guardare all’equilibrio dell’insieme del sistema: a proposito del blocco del 2007 (Governo Prodi), la Corte Costituzionale sottolinea che si trattava di una misura finalizzata a concorrere solidaristicamente al finanziamento di altri interventi (si definirono allora la revisione dello scalone, i lavori usuranti, la quattordicesima per le pensioni più basse). La Corte, già con la sentenza n. 316 del 2010, aveva reputato non illegittimo quel blocco (che riguardava le pensioni oltre otto volte il minimo, e per un solo anno), tra le altre ragioni, anche perché “la scelta del legislatore, in quel caso, era sostenuta da una ratio redistributiva del sacrificio imposto, a conferma di un principio solidaristico”.

Con il decreto di ieri si realizza una copertura parziale, molto parziale, della perdita del valore delle pensioni negli anni 2012 e 2013 ed un recupero limitato della perdita permanente di reddito per le pensioni non rivalutate. Ne sono escluse le pensioni di importo oltre i 3200 euro lordi.

E’ condivisibile la scelta, con risorse limitate a disposizione, di privilegiare le fasce medio basse.

Un adeguamento parziale si motiva, si giustifica, non solo con i vincoli di bilancio, ma se si riavvia una discussione sulle rigidità e le storture del sistema, alle quali anche andranno destinate risorse.

Oggi facciamo i conti con la sentenza della Corte sulla perequazione automatica; ma il nostro ruolo, quello del Governo e quello del Parlamento, non è di essere puri “esecutori delle sentenze”.

Allora, mentre ricerchiamo le soluzioni per applicare la sentenza n. 70, ci compete il dovere di guardare dentro alle regole della previdenza e non aspettare che la Corte ci sollevi altre eccezioni di incostituzionalità, o che non lo faccia per i meccanismi attraverso i quali si arriva alla pronuncia della Corte, su temi che invece lo meriterebbero a buona ragione.

La responsabilità che dobbiamo avere è sapere che si tratta di un sentiero stretto; ma questo è il cammino che si deve e si può avviare.

Il presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di presentazione del decreto sulla perequazione, e poi in altre occasioni, ha fatto cenno alla necessità di reintrodurre elementi di flessibilità nell’uscita verso la pensione. Bene, molto bene: da tempo chiediamo che questa discussione si riapra; è un’operazione che non può essere tutta “autofinanziata” dalla riduzione degli assegni previdenziali; ci sono proposte di legge già “incardinate” in Commissione; possiamo fare un buon lavoro, distribuendo nel tempo il costo di una correzione necessaria; nel frattempo ci sono le emergenze note, frutto degli interventi più duri e in qualche caso immotivati della manovra sulle pensioni di fine 2011 (ricongiunzioni onerose, penalizzazioni per i precoci che giè sono andati in pensione e che ci andranno dopo il 2017, salvaguardia degli esodati non ancora tutelati dai sei provvedimenti che si sono succeduti; quota 96, persa, a quanto pare, l’occasione della legge sulla scuola, ecc.)

Non dimentichiamo poi i pensionati che a 1500 euro non ci arrivano, che hanno avuto in questi anni l’indicizzazione piena, ma che continuano ad essere vicino alla soglia dì povertà relativa. Alcuni hanno pagato pochi contributi, altri invece ne hanno pagati molti.

E ci sono i giovani, che ricevono il danno maggiore dal fatto che il sistema non garantisce certezze e non tutela a sufficienza i periodi di non lavoro e di attività di cura.

Del decreto del 18 maggio avremo modo di approfondire il merito nel tempo a disposizione per la conversione in legge.

C’è una rappresentanza sociale, forte e molto responsabile, i sindacati dei pensionati, che va considerata un interlocutore importante in questa discussione.

Noi lo faremo, come Commissioni parlamentari; lo faccia anche il Governo. Quando i problemi sono difficili, in sé, e le soluzioni controverse, dare ruolo alle rappresentanze collettive aiuta a trovare la strada, a comporre i conflitti, a “fare la cosa giusta”.


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