Per le professioni una parola d’ordine: equo compenso

il 14 maggio 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Hanno chiesto garanzie e tutele per il riconoscimento del ruolo sociale delle professioni in Italia: avvocati, architetti, ingegneri, e tanti altri, hanno manifestato ieri a Roma, come non avevano fatto mai in questo modo.

Le professioni non sono più una garanzia di reddito e di status. Soprattutto i più giovani, ma non solo loro, fanno i conti con l’aumento delle distanze da chi ce l’ha fatta e chi non ce la fa.

La legge sul lavoro autonomo non imprenditoriale che il Parlamento ha approvato nei giorni scorsi dà già una parte delle risposte che quel mondo attende: per tutelare le persone, i loro diritti, per sostenere l’avvio e la continuità delle attività professionali, per salvaguardare e sviluppare le loro professionalità.

C’è tanto da fare per rendere concrete le novità che quella legge prevede, ma è un buon punto di partenza.

Rimane aperto un problema importante. L’idea che la concorrenza avrebbe aiutato i migliori ad emergere, che il mercato avrebbe regolato se stesso e l’equilibrio tra gli interessi economici,  ha mostrato la corda, anche per le professioni.

L’abolizione delle tariffe, dei minimi tariffari, realizzata a tutela della concorrenza, ha finito per distorcere il mercato professionale, con prestazioni fornite con compensi bassissimi e di conseguenza, molto spesso, una scarsa qualità dei servizi offerti, e in generale una riduzione del reddito di tanti professionisti: le pubbliche amministrazioni sono tra i committenti più discutibili, da questo punto di vista.

Servono regole per assicurare un equo compenso, nelle professioni tradizionali e in quelle che gli ordini non organizzano e che tanto si sono sviluppate in questi anni.

E’ il prossimo passo da fare; è possibile perché la nuova legge costituisce una svolta nel modo di affrontare i problemi delle professioni. E’ un impegno che dobbiamo assumere con chiarezza. Parola d’ordine: equo compenso

 


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