Per superare le ingiustizie nel sistema previdenziale torniamo ai fondamentali

il 18 giugno 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Il mio intervento all’iniziativa del Gruppo Pd della Camera sulla flessibilità nell’accesso alla pensione di oggi

 

Per fare scelte giuste, anche rispetto all’obiettivo che ormai quasi tutti dicono di condividere, cioè ripristinare una flessibilità nel passaggio da lavoro a pensione, è utile ripartire da alcuni “fondamentali”

Con una avvertenza, che riguarda la politica in senso proprio: i temi della previdenza, oggi, suscitano due sentimenti, principalmente: il senso di ingiustizia e l’ incertezza: per un sistema di sicurezza sociale è un problema molto serio; per il patto tra cittadini e cittadine e Stato, altrettanto.

- Ci sono state anche in passato molte ingiustizie nel sistema previdenziali; sono state affrontate a partire dagli anni 90; alcune vivono ancora, ma un grande cammino è stato compiuto: questo cammino, di superamento di diseguaglianze nelle regole e nei trattamenti, ha interessato in particolare quella fascia di lavoratori che oggi è nella seconda metà della propria vita lavorativa; molti di loro hanno visto cambiare in modo forte, già con gli interventi tra il 1992 e il 1997, le proprie aspettative, nel lavoro pubblico ed anche nel privato

- Nel 2011 è stata realizzata una operazione “di cassa” e di rassicurazione dei mercati finanziari: Quella operazione è stata decisiva per superare la crisi: parte di quelle risorse devono tornare nel sistema. Devono tornare, con i provvedimenti su cui stiamo lavorando, per alleggerire gli interventi più pesanti di quella manovra (che ha prodotto risparmi più consistenti delle stime di allora): la flessibilità in uscita, che serve al sistema economico e alle imprese, oltre che alle persone interessate, non può essere “autofinanziata” dalle risorse che sono già a disposizione della previdenza, o coperta solo con le penalizzazioni.

- c’è un elemento di ingiustizia “trasversale” nel funzionamento attuale del sistema: la condizione delle donne: tutte o quasi le diverse anomalie o forzature presenti nella legge del 2011 hanno una propria declinazione particolare a danno delle donne; con la flessibilità non si sana; abbiamo bisogno di altri interventi (“addolcire” il periodo transitorio e aumentare la copertura del lavoro di cura)

La sostenibilità economica del sistema previdenziale è fondamentale; ma anche quella si realizza, in prospettiva, solo se c’è sostenibilità sociale (altrimenti prevale la tendenza ad uscire dal sistema, se quel sistema non dà garanzie): i meccanismi automatici “ciechi” sono deleteri: quello dell’aumento delle aspettative di vita è il più problematico e foriero di incertezza; come spieghiamo alle persone che la loro personale aspettativa di vita cambia con il passare del tempo? come spieghiamo alle persone che l’aspettativa di vita è ugual per vite di lavoro diverse?

- Quando si modificano in modo significativo le condizioni e le aspettative di vita di fasce importanti delle popolazione, come già era accaduto nel 1995, la transizione da vecchio a nuovo è parte essenziale dell’azione riformatrice: quando non c’è gradualità nascono problemi, come avvenuto nel 2011: si generano ingiustizie, si creano “mostri”, come la situazione delle donne nate nel 1952

- uno dei fattori più significativi del passaggio dal sistema precedente a quello definito con la riforma del 1995 è il sistema di calcolo da retributivo a contributivo. C’è stata una lunga fase transitoria; ma oggi ha ancora il calcolo totalmente retributivo sino al 2011 (da allora contributivo per tutti) solo chi ha iniziata lavorare 38 anni fa, o più.

- il dibattito pubblico sulla “flessibilità” è spesso accompagnato da riferimenti la “ricalcolo contributivo”: intanto, l’agitare continuamente la minaccia del ricalcolo dei trattamenti in essere, è profondamente sbagliato, allarma milioni di persone; alimenta il senso di ingiustizia e di incertezza. Approfondire la questione è necessario anche per valutare questo aspetto relativamente a chi in pensione ci deve ancora andare.

- se dovessimo ricalcolare con il contributivo, le pensioni che verrebbero falcidiate di più sarebbero quelle dei coltivatori, artigiani e commercianti, soprattutto quelli di età più avanzata; si dirà “ma quelle sono basse e le lasciamo stare”; ma anche basse, quelle pensioni esistono perché i lavoratori dipendenti hanno permesso a quelle pensioni di esistere, in assenza di una contribuzione adeguata per intere categorie di lavoratori autonomi; possiamo chiedere ai lavoratori dipendenti che hanno reso possibile questo di sacrificare una parte della propria pensione, per via del ricalcolo  con il contributivo, solo perché, magari hanno 1500 o 2000 euro lordi; una cosa apparentemente giusta (prendi la pensione che corrisponde a quello che hai versato) creerebbe una grande ingiustizia;

- e poi, nel lavoro dipendente, chi ha avuto maggior vantaggio del calcolo retributivo? A parte il solito esempio dei generali promossi l’ultimo mese o casi del genere, sono i lavoratori che hanno avuto una crescita professionale e retributiva: gli apprendisti che sono diventati operai specializzati e poi capi; o i diplomati che sono diventati poi quadri o anche dirigenti; molti di loro sono le persone che nei decenni passati hanno garantito la crescita economica e l’affermazione dell’Italia come Paese industriale. I lavoratori dipendenti che hanno un vantaggio dal calcolo retributivo sono in debito? Forse sono in credito. Senza dire del fatto che categorie con alti redditi (magistrati, dirigenti medici, ecc.) e che rimangono al lavoro molto volentieri sino ad età avanzate, dal calcolo contributivo spesso riceverebbero un importo più alto un aumento.

- l’idea che ciascuno “riprende” quello che ha versato è sbagliata; che ci sia una relazione tra contributi versati e pensione che si percepirà è giusto; ma un sistema pubblico, a ripartizione, ha una solidarietà interna, deve averla. In realtà, con il 2011 questo criterio si è indebolito (meno guadagni, più tardi vai in pensione; non esiste più un trattamento minimo al livello del quale integrare le pensioni che non ci arrivano, ecc.; è un altro tema aperto, da affrontare).

- la solidarietà interna al sistema non è sufficiente a garantire per il futuro pensioni sufficienti in un tempo in cui è diffuso il lavoro discontinuo. C’è bisogno di un’assunzione di responsabilità collettiva che vada al di là dei redditi da lavoro, attingendo pure alla fiscalità generale, alimentata anche da redditi diversi, compresi quelli dei pensionati con trattamenti più alti, attraverso l’imposizione fiscale (che potrebbe dover ritrovare, prima  o poi, una più forte progressività).

la solidarietà interna al sistema funziona se i giovani hanno certezze; continueranno a versare i contributi che servono a pagare le pensioni in essere (questo è il sistema a ripartizione), se potranno essere abbastanza certi di avere a loro volta una pensione decente: oggi non è così, e non per colpa degli anziani, genericamente intesi.

 

 

 

 

 

 


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