Pillole dal XVII Rapporto Annuale dell’INPS

il 4 luglio 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

Stampa post Stampa post

Per fortuna si sta tornando a discutere di lavoro. Salvini ne farebbe a meno, ma pare che succeda. Allora può essere utile avere qualche informazione in più, analisi non superficiali. Ci aiuta il Rapporto Annuale dell’INPS presentato oggi. Molti citano le cose dette dal presidente dell’Istituto a proposito del contributo degli immigrati all’economia e all’equilibrio dei conti della previdenza. Bene.

Vi propongo quattro “pillole” dal Rapporto INPS, su altrettanti argomenti che meriterebbero accurati approfondimenti, ma che possono già aiutarci a capire qualcosa di più e a discutere a ragion veduta.

1) LA CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE: CARATTERISTICHE E CRITICITÀ
Le perdite occupazionali nell’amaro quinquennio 2008-2013 erano state assai pesanti. La loro quantificazione varia a seconda della fonte: si va da un calo di circa 850.000 occupati secondo l’indagine sulle forze di lavoro (popolazione residente nelle famiglie) a perdite di quasi due milioni di unità di lavoro e di oltre 1,1 miliardi di ore lavorate secondo la contabilità nazionale.(…) l’eterogeneo insieme dell’occupazione indipendente ha subito, in termini relativi, la contrazione maggiore. Il recupero iniziato nel 2014 ha consentito, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, di ritornare ad un livello di occupati analogo a quello del primo semestre 2008. (…)

All’incremento degli occupati si è contrapposta la riduzione del numero medio di giornate lavorate pro-capite (-1,7%), scese infatti da 256 a 252. All’allargamento della platea di lavoratori si è accompagnata quindi una riduzione dell’intensità media del loro coinvolgimento nelle attività produttive.

2) “LA CRESCITA DEL LAVORO A TERMINE E DEL PART TIME 
Gli occupati a tempo indeterminato da 14,1 milioni sono scesi a 13,8 milioni [tra 2016 e 2017]. Sono diminuiti di numero (-1,9%) ma non solo: nonostante il leggero incremento delle giornate lavorate pro capite (+0,9%) è diminuito anche il monte complessivo di giornate lavorate (-1,1%). (…) I dipendenti coinvolti in rapporti di lavoro a tempo determinato e di apprendistato, viceversa, sono aumentati significativamente, passando da 3,7 milioni a 4,6 milioni (quasi un milione di dipendenti in più, +24%). Si evidenzia pure un modesto incremento delle giornate lavorate pro capite (+1,2%) cosicché il monte di giornate complessive lavorate con tale tipologia contrattuale è aumentato del 26%. Analizzando le singole tipologie contrattuali, si registra la performance del lavoro intermittente (+73% di occupati e + 66% in termini di giornate lavorate); livelli significativi di crescita contraddistinguono comunque tutte le tipologie a termine: solo per i lavoratori stagionali la dinamica positiva si ferma al di sotto delle due cifre. (…)
Sostanzialmente la “responsabilità” nel cambiamento degli equilibri tra le tipologie contrattuali con la crescita differenziale dei rapporti a termine è dovuta al turnover: ciò emerge nettamente confrontando la distribuzione contrattuale degli entrati nel lavoro dipendente nel 2017 (1,873 milioni, di cui 353mila a tempo indeterminato ) con quella degli usciti (1,257 milioni, di cui 373mila a tempo indeterminato).

Nel 2017 un innesco importante all’espansione dei rapporti a termine è giunto dalla soppressione, a marzo 2017, della regolazione tramite voucher delle prestazioni di lavoro accessorio. (…) Tale sostituzione può spiegare (cautelativamente) una quota consistente, attorno al 15%, dell’incremento complessivo di giornate di lavoro a termine intervenuto nel secondo trimestre 2017 rispetto al corrispondente trimestre 2016.

3) I SALARI MEDI ORARI
”Dai dati elaborati si può ricavare l’incidenza dei lavoratori che attualmente percepiscono un salario medio orario al di sotto di una soglia prefissata. Assumendo il valore di 8,50 euro (salario minimo tedesco) l’incidenza stimata dei lavoratori che nel 2017 hanno percepito un salario medio orario inferiore è pari al 16,9% (2.527.521 lavoratori).”

P.S.: il salario minimo di legge serve per coloro a cui non si potrebbe applicare un contratto collettivo di lavoro: pare sia un decimo del totale. Per gli altri, si devono applicare i contratti, che ci sono. Contratti che devono valere “per tutti”, che i datori di lavoro devono essere tenuti ad applicare. Si può fare, si può.

4) GLI INCENTIVI PER LE ASSUNZIONI A TEMPO INDETERMINATO (a tutele crescenti)
“ Le attivazioni agevolate, pari a circa 250.000 nel 2014 sono salite a 1,5 milioni nel 2015 (massimo storico) per poi scendere a 640.000 nel 2016 e ridursi infine a 138.000 nel 2017. La quota di attivazioni agevolate è quindi fortemente variata, passando dal 16% del 2014 al 61,3% del 2015, scendendo poi al 40,3% del 2016 e infine al minimo dell’9,7% nel 2017. (…)
Possiamo stimare che fisiologicamente la quota di rapporti a tempo indeterminato agevolati sul relativo totale sia al di sotto del 10%. In alcuni momenti peraltro (ad es. nel 2016) tale incidenza può aver superato il 20%.”

Cosa succede ai lavoratori assunti a partire dal marzo 2015, con contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti e forti sconti contributivi alle imprese? Quei contratti “sopravvivono” un po’ più della media di tutti i contratti a tempo indeterminato. Questa migliore performance vale soprattutto per la “sopravvivenza a un anno” dall’assunzione, che si aggira attorno ai due terzi per la media e per le assunzioni incentivate risulta maggiore, pari circa a tre quanti. Ma, appunto, le incentivazioni avevano durata maggiore dell’anno e hanno accompagnato quei contratti oltre il primo anno di vita. Il tasso standard di “sopravvivenza a tre anni” si colloca mediamente poco sopra il 40%; i rapporti attivati nel 2015 (l’ anno “buono” per gli incentivi) “si collocheranno probabilmente su valori prossimi al 50%.”

Insomma: nessun dramma, nessun trionfo.


«

Scroll to top