Quota 96 e Legge 104: aggiornamento

il 31 gennaio 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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UN AGGIORNAMENTO SU “QUOTA 96″ E PENSIONAMENTO DI CHI UTILIZZA LA LEGGE 104

Si è molto discusso, anche recentemente sulle pagine del Secolo XIX, sul tema del pensionamento degli insegnanti, e su quello dei requisiti per accedere alla pensione per coloro che hanno utilizzato i permessi previsti dalla legge 104. Mettere insieme, però, questioni diverse potrebbe generare qualche confusione. E così è accaduto

Vediamo allora a che punto siamo per le due diverse vicende.

Quota 96: gli insegnanti hanno regole per la maturazione del diritto a pensione che prevedono una decorrenza diversa da quella dei lavoratori di tutti gli altri settori, per la ovvia ragione di non interrompere il lavoro nel corso dell’anno scolastico. Di questo non ha tenuto conto la norma introdotta dalla “manovra Fornero” sulle pensioni, provocando una penalizzazione ingiustificata per un numero di insegnati, che si aggira sui 3500/4000 in Italia. Da molti mesi la Commissione lavoro della Camera è stata impegnata nella costruzione di un testo di legge capace di sanare questa ingiustizia. I problemi legati alla ricerca della copertura finanziaria e la scarsa collaborazione dell’Inps nella verifica della platea dei lavoratori interessati, hanno prodotto un allungamento dei tempi che preoccupa, giustamente, la categoria. Oggi quel testo è stato licenziato, è all’esame della Commissione Bilancio; se non ci saranno eccessive complicazioni nello svolgimento dei lavori parlamentari contiamo di portare a casa questo risultato; non diamo per scontato nulla, però, sino alla conclusione dell’iter. Pensiamo che la soluzione di questo problema sia indispensabile non solo per sanare, appunto, un’ingiustizia, ma anche per accelerare quella operazione di ringiovanimento del corpo insegnante che da tante parti viene indicata come opportuna, offrendo a molti precari l’opportunità di essere inseriti in ruolo.

Permessi 104: Altra cosa è la questione relativa al rapporto tra regole per andare in pensione e utilizzo dei permessi previsti dalla legge 104. Può riguardare anche insegnati, ma non è legata in modo specifico alla possibilità di anticipare il pensionamento per gli insegnati.

Intanto, nella “manovra Fornero” erano previste penalizzazioni per i lavoratori che utilizzano permessi e congedi ai sensi della legge 104, del decreto legislativo 151, per i donatori di sangue ecc., nel caso in cui vadano in pensione prima dei 62 anni: nella legge che ha convertito il “decreto Pubblica Amministrazione” sono state eliminate le penalizzazioni per i donatori di sangue e per i congedi di maternità e paternità previsti dal D.Lgs. 151/2011; con la Legge di stabilità sono state eliminate le penalizzazioni anche per coloro che hanno usufruito dei congedi previsti dalla 104

Inoltre, nella conversione in legge del “decreto IMU” è stata inserita, all’art. 11 bis, la modifica dell’art. 24, comma 14 del D.L. 201, convertito in legge n. 214/2011: dopo la lettera e-bis) è aggiunta la seguente: “ai lavoratori che, nel corso dell’anno 2011, risultano essere in congedo ai sensi dell’art. 42, comma 5 del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successiva modificazioni, o aver usufruito di permessi ai sensi dell’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n.104, e successive modificazioni, i quali perfezionino i requisiti anagrafici e contributivi utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico, secondo la disciplina vigente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto, entro il 36 mese successivo alla data di entrata in vigore del medesimo decreto” Questo beneficio è riconosciuto, al momento, nel limite di 2500 soggetti.
Questo fatto ha generato molte polemiche: da un lato, per il numero contenuto entro i 2500, dall’altra perché limita la possibilità di andare in pensione con i vecchi requisiti solo a chi usufruiva dei permessi nel 2011 e matura i requisiti entro quest’anno. È effettivamente discutibile mettere paletti di questo genere: ma una ragione c’è.
È stata riconosciuta, e questo è importante, una “via d’uscita”, come agli “esodati”, anche alle persone che, per una specifica e gravissima condizione di difficoltà, stavano utilizzando il diritto riconosciuto dalla legge di assentarsi da lavoro, e si sono trovati di fronte alla improvvisa modifica dei requisiti previdenziali. Questa è la ragione per cui si fa riferimento al 2011 e si indica il limite dei 36 mesi dall’emanazione del decreto 201 del 2011.
Questo modo di procedere è pieno di contraddizioni, e questo è il giudizio che diamo anche per le salvaguardie delle diverse tipologie di esodati, decise via via, a seconda delle diverse categorie in cui sono classificabili. Questo non toglie che si siano date risposte ad un numero significativo di lavoratori.
Per questo sosteniamo da tempo la necessità di rimettere mano alle regole previdenziali, ripristinando meccanismi di flessibilità per l’uscita dal lavoro; è unica modalità utile per evitare che si riproduca una massa di persone “troppo anziane per lavorare e troppo giovani per andar in pensione” e per andare incontro a chi “a fine carriera” ha problemi seri di conciliazione tra lavoro e esigenza di cura.

Su questo abbiamo presentato una proposta di legge e stiamo insistendo anche nella discussione dentro il Pd, oltre che in Parlamento, affinché questa sia assunta come una priorità, avendo riguardo anche al fatto che una quota della crescita esponenziale della disoccupazione giovanile è riconducibile al blocco delle uscite dal lavoro determinato dall’innalzamento forte dell’età pensionabile.


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