Ragionando di assistenza e previdenza: gli incontri a Modena e Castelfranco

il 11 maggio 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Gli incontri di lunedì a Modena e Castelfranco Emilia, con Davide Baruffi, deputato di quel territorio e collega della Commissione Lavoro, sono stati una bella occasione per verificare con amministratori, associazioni e sindacato i contenuti del nostro lavoro. Un tema in particolare: la separazione tra assistenza previdenza come condizione per intervenire su questi due ambiti essenziali per la vita delle persone.

Abbiamo ripercorso le ragioni per cui è necessario oggi dotare l’Italia di uno strumento efficace e non frammentato di contrasto alla povertà. Fare cose giuste in materia previdenziale, d’altra parte, è la condizione pre evitare l’impoverimento di fasce di popolazione a rischio: i lavoratori anziani che hanno perso il lavoro e non sono in grado di trovarne un altro; i pensionati di domani, se non si crea lavoro stabile oggi e non si correggono le regole della previdenza.

Per ragionare di assistenza e previdenza, della natura diversa di questi due ambiti e del perché devono essere tenuti distinti, può essere utile “tornare ai fondamentali”

Tra l’altro, facciamo i conti con una dimensione europea ed internazionale, nella quale confrontare grandezze omogenee è essenziale. Una delle ragioni per cui si dice che la spesa pensionistica in Italia è “così alta” e quella sociale è “così bassa”, sta proprio nella commistione tra questi due ambiti.

 

E quindi è importante distinguere due generi di interventi:

* quelli che devono essere disponibili per i cittadini, nel momento in cui si manifesta una esigenza che il singolo non può affrontare da solo: questi interventi devono essere a carico di tutti i cittadini, attraverso quella che si chiama fiscalità generale, le tasse di tutti, e sono destinati a chi non ha, lui stesso e il suo nucleo famigliare, mezzi propri sufficienti per garantirsi il diritto al cibo, alla casa, all’istruzione, alla fornitura minima di servizi essenziali;

* ci sono invece prestazioni che le persone che lavorano si costruiscono, attraverso il versamento di contributi propri e dei loro datori di lavoro, prestazioni previdenziali, appunto, che permettono di lasciare il lavoro ad un certo punto della vita, avendo accantonato risorse tali da garantirsi un reddito pensionistico. Si tratta di un accantonamento che ha carattere collettivo, che nel tempo ha superato le distinzioni tra diverse categorie del lavoro dipendente e tra questi e gli autonomi, con fondi e trattamenti molto diversi tra loro, con forme di rapporto di lavoro che non avevano nessuna copertura previdenziale; ora per il lavoro dipendente, parasubordinato e autonomo (escluso quello professionale organizzato negli ordini) ha dato vita ad un solo istituto di previdenza pubblica, con regole sempre più omogenee. Le prestazioni sono rapportate al tempo e alla quantità di contributi versati; ma non sono erogate da conti individuali, da cui ciascuno prende quello che ci ha messo. La logica è assicurativa, ma ha un carattere collettivo, ha una propria solidarietà interna (contributi silenti, integrazioni in parte rapportate ai contributi, in parte al basso reddito, come la 14°; calcolo, nel retributivo, penalizzato per le retribuzioni alte; abbattimento dell’importo delle pensioni di reversibilità in presenza di redditi del superstite superiori a certe soglie; prepensionamenti nelle situazioni di crisi; corresponsione di pensioni, per quanto basse, a categorie che nel passato non avevano versato contributi sufficienti – coltivatori diretti, lavoratori autonomi, ecc.).

E’ un sistema complesso, che deve avere un proprio equilibrio e mantenerlo nel tempo

La sostenibilità di quel sistema deve tenere conto di molte questioni; come si attinge a quel sistema, ma anche come si alimenta (se non c’è lavoro sufficiente….); deve stare in piedi dal punto di vista finanziario, ma anche dal punto di vista sociale: le persone devono trovare conveniente versare, rispetto alle attese che hanno per la propria vecchiaia.

 

Dunque due ambiti che hanno avuto commistioni, e che hanno subito trasformazioni anche significative.

Sulla previdenza torno dopo. Per quanto riguarda l’assistenza, abbiamo vissuto una stagione, lunga, nella quale lo stato ha esercitato la propria funzione prevalentemente attraverso trasferimenti monetari, destinati a categorie definite di persone, e l’intervento del volontariato e privato sociale ha spesso sostituito lo stato nel rapporto, nella presa in carico delle persone. In molti territori l’azione degli enti locali e delle regioni ha tenuto un profilo di responsabilità del pubblico, con un contributo non sostitutivo, ma sussidiario nel senso migliore del termine, dei soggetti del volontariato e del privato sociale, ma questo approccio non è diventato sistema a livello nazionale.

 

Il fatto che l’assistenza sia stata gestita prevalentemente con trasferimenti monetari ha avuto due conseguenze: 1) una connotazione “assistenziale” in senso deteriore degli interventi, con un ruolo passivo dei soggetti; 2) l’utilizzo di trasferimenti, spesso chiamati proprio “pensioni”, e comunque corrisposti per un lungo periodo dalle casse previdenziali con risorse proprie, ha caricato quelle casse di compiti non propri e ha fatto ascrivere alla spesa previdenziale, anche quando poi lo stato è intervenuto a ripianare, una quota preponderante della spesa sociale in senso lato.

 

Rispetto a questo quadro, negli anni, si sono prodotte evoluzioni:

- la sperimentazione del “reddito minimo di inserimento”, ormai diversi anni fa, ha messo in moto sistemi di attivazione dei soggetti destinatari dei contributi; gli enti locali si sono dotati di propri servizi, le regioni di strumenti di programmazione e di indirizzo, e hanno accompagnato con la presa in carico delle persone e dei nuclei familiari le politiche di contrasto alla povertà e alle situazioni di deprivazione. E tuttavia, di fatto si è creata via via una selva di interventi, distinti per categorie, e a macchia di leopardo per quanto riguarda la distribuzione territoriale, a carattere sperimentale e a termine.

- per altro verso, è andata avanti l’assunzione da parte dello stato del carico economico di molte prestazioni erogate dagli istituti di previdenza, con trasferimenti di risorse da bilancio dello stato a Inps, attraverso una  apposita gestione che si chiama GIAS (Gestione interventi assistenziali). Ma è un processo non del tutto compiuto, e che rischia di essere rimesso in discussione.

 

In questo cammino, che ha mostrato tante contraddizioni e cambiamenti, si inserisce l’iniziativa legislativa sul contrasto alla povertà: si propone di istituire un sistema di contrasto alla povertà assoluta, davvero universalistico, non separato per “categorie”, permanete e non sperimentale, fondato sulla attivazione dei soggetti, alimentato da risorse “fresche” già stanziate con la Legge di Stabilità per il 2016, da incrementare progressivamente, e dal riordino delle prestazioni in essere, un sistema che seleziona i destinatari degli interventi sulla base della prova dei mezzi del nucleo familiare, e che, in mancanza al momento di risorse sufficienti, individua la povertà infantile come priorità.

 

Il provvedimento per i contrasto alla povertà ripropone la questione del rapporto tra previdenza e assistenza perché il riordino delle prestazioni, da cui ricavare anche eventualmente risorse per incrementare il Fondo per il contrasto alla povertà, nel testo originario del Governo avrebbe compreso anche le prestazioni previdenziali sottoposte alla prova dei mezzi; in particolare si è parlato delle pensioni di reversibilità, perché la relazione che accompagna il testo del Governo citava quei trattamenti, insieme ad altri.

Le pensioni di reversibilità sono prestazioni previdenziali: i contributi sono a titolo di Invalidità Vecchiaia Superstiti. Si fa riferimento al reddito, per le reversibilità, sono “sottoposte alla prova dei mezzi”, nel caso in cui il superstite abbia un reddito proprio e in base a quello l’importo della reversibilità viene decurtato a fini di risparmio di spesa previdenziale e di solidarietà interna al sistema, non perché sia una prestazione assistenziale. Sono e rimangono pensioni in senso proprio.

 

Alla possibilità che fossero coinvolte da un “riordino”, esterno all’ambito della previdenza, “per fare cassa”, c’è stata una reazione forte nell’opinione pubblica, e da parte dei sindacati; nella nostra Commissione è stato da subito chiaro che quella scelta sarebbe stata sbagliata e il pressing sul Governo è stato forte e insistente.

Ci sono state molte dichiarazioni, nel corso delle settimane, ma il comunicato ufficiale del ministero del 26 aprile ha messo la parola fine in modo chiaro alla questione; allo stesso modo per l’integrazione e al minimo. Il Governo presenterà un emendamento per eliminare dal testo il riferimento alle prestazioni previdenziali.

 

Ma a questo punto va davvero chiarito e motivato, cosa sia effettivamente assistenziale e cosa previdenziale; non perché non ci sia da “riordinare” anche in ambito previdenziale, ma perché alla previdenza non possono essere sottratte altre risorse per altri fini, per quanto nobili; anzi, devono tornare risorse per correggere gli errori più macroscopici del “salva Italia”, e per rendere più sostenibile socialmente il sistema previdenziale in sé, per chi non riesce ad andare in pensione, per i giovani che hanno iniziato da poco o  non riescono ad iniziate a lavorare, per i pensionati e le pensionate.

 

Nel sistema previdenziale ci sono problemi aperti davvero rilevanti.

Il “salva Italia” di fine 2011 ha salvato l’Italia , ma ha prodotto forzature ingiuste, errori, incongruenze nella definizione dei requisiti per andare in pensione.

- ha allontanato il traguardo del pensionamento per un numero significativo di anni per molte persone, senza gradualità

- ha ridotto il valore reale delle pensioni superiori a 1500 euro lordi, con il blocco della perequazione automatica, solo in parte recuperato con il provvedimento che ha dato risposta alla sentenza della Corte Costituzionale

 

Per di più, essendo quella manovra sulle pensioni lo strumento di contenimento della spesa più affidabile per l’Unione Europea e le sue regole di controllo della finanza pubblica, è “sorvegliato speciale”; e il solo annuncio di interventi in quel ambito riccia di provocare contraccolpi nella difficile azione del nostro Governo verso l’Unione per recuperare margini di flessibilità nei vincoli comunitari e fare prevalere la logica dell’investimento per la crescita rispetto a quella del rigorismo nel controllo dei conti.

 

Dopo il Salva Italia: già a partire dal momento della sua approvazione, è partito il lavoro di “riduzione del danno”, di attenuazione delle norme più pensati, di correzione degli errori più evidenti (salvaguardie esodati, opzione donna, eliminazione penalizzazioni precoci, gli interventi contenuti nell’ultima Legge Stabilità)

 

 

I punti essenziali da affrontare:

* questioni di “impianto”

1- mancanza di flessibilità nelle regole per l’accesso alla pensione

2- penalizzazione delle donne e non riconoscimento dello svantaggio di genere rispetto al sistema previdenziale (che è fatto anche di differenziale retributivo parità di lavoro)

3- mancanza di strumenti per garantire a chi oggi giovane un trattamento pensionistico dignitoso, anche a fronte di contributi che saranno versati (non esiste più l’integrazione al minimo per le pensioni calcolate interamente con il contributivo – se non si raggiunge una volta e mezzo l’assegno sociale non si va in pensione prima dei 70 anni)

- applicazione della “aspettativa di vita” che rende non certo il momento in cui si avrà diritto a pensione, che sposta continuamente il traguardo; aspettativa uguale per tutti, a prescindere dal tipo di lavoro

- non è pienamente cumulabile per il diritto a pensione la storia previdenziale da lavoratore dipendente o autonomo e quella da lavoratori atipico

4- sistema di rivalutazione delle pensioni, dopo sentenza n.70 e decreto 65

* questioni specifiche, ma che pesano sulla condizione delle persone

- non completa salvaguardia degli esodati (che comunque nella gran parte sono stati accompagnati a pensione, al 90%);

- errori e interpretazioni restrittive, alcune che si sono affrontare, almeno in parte (opzione donna), altre no: (comma 15 bis; ricongiunzioni onerose, ecc.)

 

In Parlamento stiamo lavorando su:

> flessibilità in uscita: nostra proposta, ipotesi avanzate dal Governo (per evitare esodati futuri, per riaprire un po’ di turnover nei posti di lavoro, sia privati, che pubblici: un manovra di politica economica)

> riconoscimento lavoro di cura delle donne e di chi assiste disabili

> ottava salvaguardia – definitiva

> estensione della copertura delle norme per i lavori usuranti e faticosi

> contatore e proroga opzione donna

> ricongiunzioni onerose/comma 15 bis

> tutela dei redditi da pensione: nella legge di stabilità si sono introdotte norme per alleggerire il carico fiscale per i pensionati. (Renzi ha aperto alla possibilità che la riduzione di 80 euro mensili sia estesa anche ai pensionati) – tema della rivalutazione delle pensioni in essere rimane aperto

 

Una particolare attenzione va data alla prospettiva per le giovani generazioni: la miglior cosa per garantire una pensione dignitosa a chi ora è giovane, è che possa lavorare, e per questo anche la flessibilità in uscita è una risposta trasversale alle generazioni.

I giovani hanno prospettive molto difficili, che dirigano soprattutto dalla mancanza e dalla discontinuità del lavoro: ma ci sono margini che no saranno più recuperati. Servono correzioni della “Fornero” anche per loro e una assunzione di responsabilità della collettività  dello Stato nei loro confronti.


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