Rapporto tra Costituzione e Lavoro: alcune mie considerazioni

il 16 agosto 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

Stampa post Stampa post
In una recente occasione di dibattito, presso la Festa savonese di Rifondazione, è stato proposto il tema del rapporto tra Costituzione e lavoro: qualche considerazione in merito
COSTITUZIONE E LAVORO
* Parlare di lavoro a proposito della nostra Costituzione ci fa uscire, almeno in parte, dalla discussione in corso, centrata soprattutto sulla “Seconda parte” della Carta, che abbiamo cambiato con il voto del Parlamento e che sarà sottoposta al referendum. Di lavoro tratta soprattutto la “Prima parte”, quella che le recenti modifiche non toccano affatto.
* La riforma costituzionale lascia intatta tutta quella che per la maggior parte degli italiani è “la Costituzione”, quella che ci fa dire che è “la più bella del mondo”, quella dei principi e dei valori. A proposito del dibattito in vista del referendum: non è in atto uno stravolgimento dei principi e dei valori costituzionali.
* La storia che abbiamo vissuto in questi anni ci dice come quei valori e principi abbiano bisogno di strumenti nuovi per produrre effetti positivi nella vita delle persone e delle comunità, nei tempi nuovi, così diversi, che stiamo attraversando.
* Dirò anche della Seconda parte e del referendum, e delle ragioni per cui non solo le modifiche votate dal Parlamento e sottoposte a referendum non tolgono nulla al valore costituzionale di quei principi, ma anzi danno qualche strumento in più per attuarlo, per rendere esigibili, oggi, quei principi: una semplificazione del procedimento legislativo, quello che aiuta a fare leggi semplici e in tempi utili, serve al lavoro e all’economia; il superamento del conflitto tra poteri dello Stato e delle Regioni in materie delicate come quelle delle politiche attive del lavoro e delle politiche sociali, serve, eccome. E’ una delle ragioni per cui la riforma costituzionale è utile ed è utile confermala con il voto al referendum.
* Ma parto da lontano: l’art.1 della Carta, il fatto che la Repubblica sia “fondata sul lavoro”, ha una base materiale, per due ragioni:
- la prima: il mondo del lavoro, i lavoratori non come singoli ma come comunità, hanno partecipato come soggetto collettivo alla Resistenza e alla Liberazione; ci sono stati intellettuali, sacerdoti, imprenditori, che hanno sacrificato anche tutto per combattere la dittatura e l’occupazione; ma la rappresentanza sociale e politica del lavoro dipendete, delle grandi fabbriche, ha agito come soggetto collettivo;
- la seconda: la difesa degli impianti di produzione e delle infrastrutture dalla furia distruttrice dei nazisti in fuga da parte degli operai e dei tecnici di quegli insediamenti.
* E dunque, c’è una base materiale, e c’è stato un movimento, un forza collettiva che ha espresso interessi: e una ideologia, un sistema di concetti, di valori, di idee.
Tanto per tornare ai fondamentali: ogni tanto serve.
* Nella Prima parte della Costituzione ci sono indicazioni precise su:
- diritti nel lavoro, e fuori o dopo il lavoro, per chi per ragioni di salute o età non può più lavorare;
- intervento pubblico in economia;
- politiche sociali  per equità e inclusione;
- ruolo rappresentanze sociali.
Che cosa fa di tutto questo qualcosa che riguarda il futuro? L’articolo 3

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

* L’art. 3 si occupa dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Uguaglianza, parola importante; ma non di una generica uguaglianza, basata sull’astratta parità di diritti. E’ stato scritto a questo proposito: “Noi sappiamo che una effettiva uguaglianza presuppone il superamento delle iniziali
differenze di posizione economica. Ecco perché l’art. 3 sancisce: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».” (Umberto Terracini)
Nella indicazione che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli” c’è la modernità e la capacità dei principi costituzionali di affrontare via via l’evoluzione della storia dei rapporti economici e sociali.
* L’opera dei padri, e delle madri costituenti, ha dato al lavoro, e alla vita sociale un criterio direttivo, che le modifiche recenti hanno rafforzato, e che ha a che fare con il potere reale delle persone: i diritti e il potere delle donne, come cittadine e come lavoratrici.
* Nella Carta Costituzionale c’è una idea di lavoro non solo come condizione da tutelare, ma come fonte di cittadinanza e di ruolo sociale: da questo derivano i diritti, e non da un principio di pura tutela di una condizione fragile.
* La parola lavoro ricorre molto spesso, e tra i tanti riferimenti al lavoro e ai lavoratori, vale la pena richiamare una delle possibili declinazioni della potere dei lavoratori: la partecipazione alle decisioni dell’impresa; cito quella per dire quanto allora fosse vissuta diversamente da come successivamente è stata descritta dalla sinistra politica e anche dal sindacato, e cioè quasi una concessione alle logiche del capitale, agli interessi dell’impresa in quanto tale.
E’ interessante rileggere quello che Umberto Terracini scrisse nel 1948,  per raccontare ai lavoratori cosa ci fosse nella Costituzione di importante per loro:
“Particolare attenzione merita l’art. 46, per il quale «la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende». Echeggia in queste parole il grande moto  operaio per il riconoscimento dei consigli di gestione, rivestito finalmente di valore giuridico (…). I lavoratori (…) non potranno più vedersi opporre le abusate accuse di illegalità nella loro azione innovatrice dei rapporti interni di fabbrica. Si deve peraltro ricordare che il testo del progetto di Costituzione era ancora più esplicito al riguardo, affermando «che i lavoratori hanno diritto di partecipare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende dove prestano la loro opera». Ma anche qui, sotto il velo di preoccupazioni giuridiche, si sono coalizzate in fronte ostile ai lavoratori tutte le forze più o meno conservatrici; sicché ha finito di prevalere la formula più temperata e cauta, tale tuttavia da confortare i lavoratori nelle loro lotte per un diretto intervento nella dirigenza delle intraprese.”
* Tanto per dire che il richiamo alle origini ci regala spunti inattesi. E ci fa riflettere sul fatto che il
limite a quelle che erano viste dai Costituenti come innovazioni positive è stata la struttura, i caratteri, dell’impresa, piuttosto che le opinioni delle organizzazioni del lavoro: i caratteri del capitalismo italiano, l’esistenza di un certo sistema di partecipazioni statali e la frammentazione dell’impresa, prevalentemente piccola e piccolissima, hanno frenato il costituirsi di un sistema di partecipazione agli indirizzi e alla gestione dell’impresa da parte di lavoratori.
* La prima parte della Costituzione dice cose importanti anche a proposto della rappresentanza sociale, del suo ruolo: un ruolo che in questi anni è stato messo in discussione da ideologie contrapposte, ma soprattutto da ragioni di fondo che hanno messo in crisi la rappresentanza sociale: non “dall’alto”, dagli interlocutori istituzionali, ma “dal basso”, dallo spiazzamento che l’innovazione tecnologica, la fine degli stati nazionali e le trasformazioni dell’ economia e della finanza  hanno provocato nel lavoro e nella rappresentanza sociale.
* Tornando alle modifiche della Seconda Parte: nel nuovo testo, tra le materie per le quali allo Stato è riconosciuta potestà legislativa esclusiva oltre alla previdenza sociale, la tutela e sicurezza del lavoro, disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale vengono inserite le politiche attive del lavoro.
- Si tratta di un aspetto importante perché a quest’ultime viene riconosciuto un ruolo costituzionale che non avevano e  perché la partecipazione alle misure di “attivazione” (dai servizi di intermediazione alla formazione) diventa un diritto che lo Stato è tenuto a rendere esigibile su tutto il territorio nazionale.
- Le organizzazioni del lavoro e le imprese potranno far riferimento ad una normativa nazionale unica sulle politiche ed i servizi per il lavoro – a cominciare dall’apprendistato, dalla regolamentazione dei tirocini e dal riconoscimento delle competenze professionali.
- Questo non vuol dire che si indebolisce il ruolo delle Regioni: nell’ambito delle competenze esclusive regionali rientrano numerose materie che, consentono alle Regioni di realizzare servizi a lavoratori ed imprese per favorire la crescita: tra questi, la promozione dello sviluppo economico locale, l’organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese, la formazione professionale e la promozione del diritto allo studio, anche universitario.
- Inoltre la Riforma costituzionale introduce una “clausola” che prevede la delega alle Regioni virtuose per materie di competenza esclusiva dello Stato. Ciò significa che le Regioni che hanno dimostrato di saper regolamentare e gestire bene le politiche attive potranno continuare a gestirle valorizzando quelle esperienze e quei modelli regionali che già funzionano. Ma dove questo non accade interverrà direttamente lo Stato.
- Con la Riforma costituzionale sarà possibile anche utilizzare meglio le risorse che derivano dai fondi strutturali europei, che attualmente vengono utilizzate in alcune regioni solo per  il 50-60%.
* Naturalmente, quello che più importa alle persone cui proponiamo le nostre considerazioni sulla relazione tra Costituzione e lavoro è la loro condizione materiale.
* La nostra zona ha subito un impoverimento ed una perdita di insediamenti produttivi e di lavoro molto forte: le questioni che riguardano alcune aziende, che hanno caratteristiche proprie, si inseriscono comunque in un quadro difficile; ci sono opportunità, fattori di crescita su cui si può ancora puntare, ma non ce la possiamo fare senza un intervento straordinario che affronti la gravità della situazione, la necessità di dare nell’immediato risposte alle persone che non hanno lavoro e non vedono prospettive per il futuro.
* Del lavoro, della sua qualità, dei rapporti di potere che mette in questione, occorre che la sinistra politica torni a parlare, per ricostruire un’idea di società fondata sull’uguaglianza: diversamente, sarebbe difficile parlare di valori e principi costituzionali in modo convincente agli uomini e alle donne che lavorano, nel tempo presente.

« »

Scroll to top