Referendum, la sovranità appartiene al popolo? #sì

il 23 novembre 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Ci sono due obiezioni, o comunque preoccupazioni di tanti, rispetto alla riforma costituzionale, che meritano davvero di essere affrontate: la sovranità continuerà ad appartenere al popolo? Sarà ancora una democrazia parlamentare?

Partiamo dalla seconda. E’ dimostrabile, sulla base del testo sottoposto  a referendum, che l’istituzione che viene rafforzata è il Parlamento: la Camera come luogo in cui si da la fiducia in modo univoco al Governo e si dispone di una modalità più regolata e certa nei tempi per arrivare alla fine dei procedimenti legislativi; il Senato, eletto con sistema proporzionale, come garante del fatto che le leggi che decidono le regole del gioco (costituzionali, elettorali) dovranno essere approvare da una assemblea legislativa che è rappresentativa delle diverse parti politiche in modo proporzionale al loro consenso, e del fatto che il Presidente della Repubblica e i componenti della Corte Costituzionale di nomina parlamentare non potranno essere scelti solo da chi vince le elezioni, quale che sia il sistema elettorale per la Camera.

Il rafforzamento del potere degli eletti è giusto, ed è importante. La cosa non democratica per  eccellenza è il fatto che i poteri reali si trasferiscano fuori dalle sedi istituzionali: questo ha ragioni complesse e che vengono da lontano, ma un funzionamento più efficiente delle istituzioni democratiche è una delle condizioni per invertire quella tendenza.

Inoltre, queste giornate di discussione sulla Legge di Bilancio mostrano quanto il potere delle burocrazie ministeriali e soprattutto di quelle contabili determinino il corso di cose vitali, e quanto questo sia un ostacolo anche per un rapporto corretto e trasparente tra Parlamento e Governo, per capire  la vera fonte delle decisioni, chi sia il vero “legislatore”. Un procedimento legislativo più svelto e affidabile non risolve automaticamente questo problema, ovviamente, ma aiuta.

Con la riforma il Governo non acquisisce poteri che oggi sono del Parlamento o del Presidente della Repubblica.  Non è un fatto banale: la rende del tutto diversa da quella del 2005 votata dal centro destra, e mantiene un equilibrio giusto tra i diversi poteri, compreso quello della Magistratura.

Il Governo ha una via preferenziale per chiedere (non fare obbligo) al Parlamento di esaminare i propri disegni di legge in tempi certi: la decretazione d’urgenza è stata usata oltre i suoi limiti fisiologici, ma questa è stata la risposta ad una evidente difficoltà a precedere con il’iter ordinario di approvazione delle leggi. Se qualche colpa l’hanno anche i regolamenti parlamentari, il fatto che non siano stati modificati in tanti anni rende necessario un intervento normativo di rango alto, costituzionale, appunto.

Ed il Governo ha un ruolo potenzialmente forte nel poter proporre (ma proporre) che una  “legge dello Stato” (votata dal Parlamento) possa “ intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.”, la cosiddetta clausola di supremazia

Questo incide sull’equilibrio tra centro e periferie: tra autogoverno delle comunità locali e interessi nazionali.

Su questo c’è stato in questi anni un dibattito molto forte e diffuso, su diverse vicende. E’ questione delicata, che ha a che fare con la democrazia sostanziale, con il valore delle comunità e del loro rapporto con la propria terra. in una epoca in cui gli “interessi generali” sono spesso vissuti come lontani, estranei, in capo a poteri economici. E’ un punto critico delle riforma. Va detto che oggi la chiarezza delle reali responsabilità non è garantita: molte decisioni vengono state assunte a livello centrale, ma chi si trova esposto in modo diretto, chi è chiamato a rendere conto, sono gli enti locali.

Proprio il fatto che il Parlamento, la Camera per un verso e il Senato per altro verso, accrescono la propria forza rende decisivo il modo in cui vengono scelti i componenti delle due assemblee.

Senato: la sua natura di camera che rappresenta le regioni e le autonomie locali porta ad una elezione indiretta, ma è chiaro che la scelta delle persone dovrà rispondere alle indicazioni dell’elettorato (in ogni caso i consiglieri regionali sono eletti con le preferenze). E’ scritto in esplicito nel testo della Costituzione riformata, e una legge ordinaria dovrà regolarne le modalità: la proposta di legge presa a riferimento per questo è quella conosciuta come la Fornaro -Chiti, che non lascia dubbi.

Camera: la legge elettorale è stata oggetto di molte discussioni, di una battaglia politica che prima ha prodotto modifiche del testo originario nel percorso parlamentare (abbassamento delle soglie di sbarramento; innalzamento del quorum per l’attribuzione del premio di maggioranza al primo turno; introduzione di una quota di eletti con la doppia preferenza), e poi ha portato a riconoscere, nel Pd, la necessità di modificare ulteriormente l’ Italicum.

I problemi aperti sono:

- numero eccessivo di eletti ed elette non scelti dagli elettori e dalle elettrici (l’Italicum porterebbe ad avere un maggioranza di eletti indicati dai partiti come capilista bloccati: nella maggioranza di governo, invece, gli eletti con preferenze sarebbero 240 su 340)

- effetti che il ballottaggio potrebbe avere con una differenza rilevante tra percentuale di voti conseguiti dal partito con più consensi e numero di seggi attribuito con il premio di maggioranza al secondo turno.

Per questo è necessario che la legge elettorale Italicum sia modificata: c’è da fidarsi che si farà?

La Camera ha approvato una risoluzione in cui si impegna a farlo, in modo generico.

Il Pd, che ha responsabilità e numeri grandi e quindi qualcosa conta, ha fatto delle scelte e assunto impegni, con questi contenuti, in sintesi: un sistema elettorale fondato sull’equilibrio tra i  principi della governabilità, da un lato, e della rappresentanza, dall’altro; per rappresentanza di intende, la capacità di rappresentare la reale articolazione delle preferenze degli elettori per le diverse forze politiche. Si conferma la scelta di avere un premio di maggioranza (di lista oppure anche di coalizione) superando però il meccanismo di ballottaggio; un sistema di collegi considerato come il più adatto a ricostruire un rapporto di conoscenza e fiducia tra eletti ed elettori.

Il rapporto tra riforma costituzionale e legge elettorale sta in questi termini. Si può essere convinti o meno, ovviamente.

Per quanto mi riguarda, c’è quello che serve per pensare che la legge elettorale sarà modificata e in meglio.

Detto questo, rimangono aperte questioni grandi come case:  l’esistenza di una concentrazione del potere, oltre che della ricchezza, che riguarda i singoli paesi e la dimensione internazionale; la irrisolta questione della democrazia nei partiti, ed anche nel nostro, o meglio ancora una crisi profonda della rappresentanza, cioè della possibilità per le persone di riconoscersi in una espressione politica collettiva. Poi c’è la sinistra, e la ”sua” crisi: non un fatto organizzativo, ma di obiettivi, di valori praticati, di gruppi dirigenti, la necessità di “parlare, ascoltare, proporre e attuare politiche e valori, mobilitare ampi settori sociali, rappresentare selezionando nuovi dirigenti”

Io so dei rischi che questi temi vengano messi “sotto il tappeto”, che parte importante del Pd li ignori o li snobbi o comunque li sottovaluti.

Allo stesso modo, sono convinta che uno scenario in cui il no alla riforma dovesse prevalere non ci consegnerebbe una situazione più favorevole per discuterne con la forza che è necessaria, per assumere le decisioni conseguenti, tutt’altro che indolori.

Avrebbero la meglio processi negativi, certamente nel breve periodo.

Tra le ragioni del mio Si’ c’è anche tutto questo.

 

DISEGNO DI LEGGE Norme per l’elezione del Senato della Repubblica

documento commissione pd legge elettorale

 


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