Riforma della Pubblica Amministrazione: cambiare per dare valore al lavoro

il 10 luglio 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Il decreto sulla Pubblica Amministrazione si propone, insieme, di produrre effetti pratici e di avere un valore simbolico, per avviare nella realtà, ed anche nell’immaginario collettivo, una vera operazione di trasformazione dell’organizzazione della pubblica amministrazione e del suo rapporto con i cittadini.
Il valore del lavoro pubblico, ma anche una sua profonda trasformazione, sono un fattore decisivo di quel processo. I tentativi che nelle passate legislature sono stati fatti, fondati sulla colpevolizzazione dei dipendenti pubblici, hanno allontanato e non certo avvicinato una trasformazione positiva della P.A.
E’ vero anche che riformare la macchina pubblica, disboscare la burocrazia, dare servizi adeguati (un’idea di adeguatezza su cui molte discussioni ci sono state, nei diversi settori dei servizi soprattutto quelli alla persona), è una delle promesse in gran parte mancate di tutti i riformismi che si sono affacciati alla scena politica italiana; ed è il tema su cui il nuovo corso politico e di governo “può”, dove altri non hanno potuto o voluto.
Lo strumento del decreto ha limiti e vantaggi; i limiti emergono soprattutto quando al decreto si affida l’intervento su questioni, più che di principio, di impianto, di sistema.
La vera difficoltà che in questi anni abbiamo incontrato è di “fare davvero” quello che già la legge consente.
Va trovato il modo per aggredire le ragioni vere per cui è difficile riformare la P. A., e vanno costruiti gli strumenti per farlo, anche mettendo in crisi fortemente lo status quo dei dipendenti; e dei dirigenti, soprattutto: c’è un tema, quello della responsabilità vera, della assunzione delle responsabilità del datore di lavoro da parte di molti dirigenti, che non è risolto; e non lo si aggira “smontando” o mettendo in discussione un apparato di regole e tutele che valgono per tutto il mondo del lavoro.
Aggredire le ragioni vere vuol dire intervenire sulle procedure, unificare uffici, modificare modelli organizzativi. Per farlo devi poter spostare persone; il problema non è tanto quanto distante le sposti e se puoi farlo senza motivarlo; perché le motivazioni bastano e avanzano.
Se inventi l’idea che tutti gli uffici e servizi del territorio che stanno in un cerchio disegnato intorno a ciascun dipendente pubblico per un raggio di 50 chilometri sono una “unità produttiva”, crei un mostro concettuale. Altra cosa è indicare un obiettivo di riforma vera e cominciare a praticarlo: gli uffici delle diverse amministrazioni centrali che si trovano nello stesso territorio provinciale sono una unica “unità produttiva”, all’interno della quale si pratica la mobilità del personale, ma anche le alte azioni di razionalizzazione e semplificazione necessarie.
Va detto anche che le maggiori difficoltà a praticare la mobilità, oggi, è la resistenza delle amministrazioni a “cedere” i propri dipendenti, e non l’indisponibilità di quei lavoratori.
Inoltre, abbiamo una p.a. che qualche volta non ha saputo licenziare anche chi in qualsiasi posto di lavoro privato sarebbe stato allontanato; perché ora correre a regolare il caso in cui per non essere licenziati in quanto in esubero, il lavoratore chiede di essere demansionato, in deroga al codice civile? Si fa così una operazione sbagliata e, probabilmente inutile allo scopo.
Si rischia davvero di indicare il lavoro pubblico come il fattore su cui si carica tutto il peso delle operazioni, che sono necessariamente forti, di modifica degli assetti; e lo si fa superando di fatto qualsiasi sede di tutela collettiva contrattuale, ed anche mettendo in discussione il sistema di norme che consente la tutela individuale (con le forzature e le deroghe al 2103 del Codice civile.
Il tema della contrattazione è l’altra questione trasversale a molte delle norme che stiamo discutendo. Il potere d’interdizione, se e dove c’è stato, delle organizzazioni sindacali va superato; per di più risponde spesso ad una difesa corporativa.
Ma la tutela collettiva e soprattutto il ruolo delle grandi organizzazioni nella gestione dei processi complessi sono faccende serie. E’ l’altra faccia di una medaglia, la privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico; ritornare indietro rispetto a quella impostazione sarebbe contrario allo spirito positivo e del tutto condivisibile dei provvedimenti per cambiare profondamente l’amministrazione pubblica.
Il blocco della parte economica dei contratti è stato motivato da ragioni di bilancio. Abbiamo formalizzato, come Commissione Lavoro, una posizione circa la necessità di fare ripartire almeno la contrattazione sulla parte normativa. Non possiamo non chiedere che venga modificato un testo del Governo, questo decreto, che interviene con ulteriori previsioni normative su temi che sono, naturalmente, oggetto di confronto sindacale.
Infine, su permessi, aspettative, distacchi sindacali: vanno corretti i residui privilegi che ancora esistono nel settore pubblico, che possono riguardare i distacchi retribuiti (che comunque sono “costi contrattuali” ed andrebbero affrontati a quella sede). Il resto va ricondotto alla applicazione delle normative sulle libertà sindacali che valgono per la generalità dei lavoratori.


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