Ripartiamo dai fondamentali

il 19 maggio 2018 | in Articoli | da Anna Giacobbe

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Nannicini ha segnalato il rischio, nelle reazioni dentro il Pd dopo il voto, di due atteggiamenti entrambi sbagliati: “abbiamo fatto tutto bene, gli elettori non hanno capito” e “e abbiamo sbagliato tutto”.

Quello che vedo io, soprattutto, è che si è diffuso un pericoloso sentimento autoconsolatorio: “gli altri (soprattutto i Cinquestelle) sbaglieranno, dimostreranno di non sapere o di avere mentito”; e fin lì…(ci stanno provando seriamente); ma poi si va avanti in quel ragionamento per ricavare che “quindi, le persone capiranno…”

E quindi “torneranno”

No, non funziona così.

Abbiamo bisogno di capire sul serio perché una parte, una “certa” parte dell’elettorato non ci ha votato il 4 marzo (ma già aveva iniziato prima, in Liguria basta fare una grossolana analisi del voto 2013-2015-2018, e lo si vede bene).

E decidere se ci importa rappresentare quella parte di paese, oppure no.

E’ stato scritto che progressivamente il Pd si è “trasformato in un partito rassicurante per la porzione della società più abbiente e meno afflitta da incertezze sul futuro, ma con poco appeal per quella parte crescente della popolazione che vive il disagio della vita quotidiana (…) o non ha speranza di miglioramento in futuro”.

Se si incrociano i dati sul voto e quelli sulla composizione sociale dei collegi elettorali, ne abbiamo una conferma.

Se vogliamo fare qualche passo avanti nella nostra discussione, non possiamo che “ripartire dai fondamentali”, per capire se siamo nelle condizioni di condividere, anche con opinioni diverse su tante cose, la sostanza della missione di un partito, la “costituzione emotiva”, l’ha definita Tommaso, quello che dice in definitiva da che parte stiamo.

A me interessa una cosa: mi interessa cioè che ci sia la scelta di rappresentare (anche) coloro che sono in condizioni di difficoltà e di subalternità, anche culturale, e di perseguire e organizzare, con loro, la loro emancipazione da quella condizione.

In un mondo che ci mette davanti ogni giorno tutte le difficoltà a fare questo e pochissime ipotesi di soluzioni.

E quindi senza risposte facili, o già collaudate.

Dunque, “i fondamentali”: nel nostro titolo c’è scritto “contrastare le diseguaglianze”

La prima cosa è saperle vedere, capirne l’origine, la radice; e poi chiederci se il sistema che le ha generate lo vogliamo difendere dalle “forze antisistema” (perché è questo che abbiamo fatto percepire alle persone, di essere i “custodi del sistema”: non era così anche solo nel 2014 alle Europee) o se lo vogliamo cambiare; certo, non con i “ferri vecchi” della politica del secolo scorso.

Discussioni complicate, che hanno a che fare con processi economici, sociali e culturali molto complessi; che hanno bisogno di mettere in campo le competenze delle scienze economiche e sociali e le competenze della vita vissuta, di chi conosce i processi perché ci vive dentro: anche i cosiddetti corpi intermedi, di cui troppo spesso (non Nannicini, per la verità) nel Pd si è pensato di poter fare a meno

Ci sono ragioni di fondo della sconfitta elettorale, ma sono in questione anche le scelte che abbiamo fatto negli anni passati: cosa dobbiamo confermare e cosa dobbiamo cambiare, e perché?

Proprio Nannicini ha scritto “perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, ma un’aggravante.”

In queste settimane ho provato ad interrogarmi su reddito di inclusione e su pensioni, i due ambiti di cui mi sono occupata direttamente e che sono proprio tra gli argomenti su cui abbiamo pagato un prezzo nel consenso popolare, per ragioni diverse.

Con una premessa: quelle come altre questioni rinviano ad un problema più generale: il nostro grande fallimento, sul piano dell’azione politica e di governo: e cioè la sfida alla burocrazia e al potere tecnocratico degli apparati che contano, quelli che fanno i conti, i “Ragionieri” (ci sono in Europa e in Italia) e che spesso decidono come si usano i soldi, condizionando non poco il potere legislativo, e il percorso di formazione delle leggi: un potere, che sfugge alla demo-crazia, al mandato popolare, un potere al quale, nel tempo, è stato delegato troppo; e troppo spazio si è preso.

Dunque, il reddito di inclusione. La legge per il contrasto alla povertà è davvero una buona legge: ma nella testa delle persone non è stata associata all’idea che il Pd è anche il partito che vuole rappresentare le persone cui è destinata quella legge: e anche da un’opinione pubblica più diffusa non è stata considerata come caratterizzate il nostro profilo politico.

E poi, la sinistra finalmente (dopo quanti anni!) ha riconosciuto e preso sul serio il fatto che la povertà esiste e ha bisogno di essere contrastata con un sistema universale, permanente, efficace: ma c’è una fascia sempre più estesa di persone, soprattutto giovani, che vedono se stessi non come “poveri”, ma come persone che non hanno un reddito sufficiente perché lavorano poco e non lavorano, e soprattutto non vedono come e quando potranno lavorare o avere un reddito dignitoso: senza rinnegare nulla di quello che abbiamo costruito in questi anni, questo è il tema da affrontare ora. Perché “delegarlo” al M5S?

Nel messaggio legato al reddito di cittadinanza c’è un aspetto molto pericoloso (non nella proposta di legge del m5s, che è una sussidio condizionato, anche se di importo più alto del reddito di inclusione): non è “l’assistenzialismo”, che non dobbiamo inventare, è un’eredità di un passato di cui, volendo si potrebbe ancora parlare.

La cosa pericolosa è l’idea che lo stato mette a disposizione di ciascun cittadino una somma, a prescindere da tutto, e il cittadino “sceglie” in “autonomia”; è l’idea del reddito di cittadinanza come sostituto di un welfare nel quale lo stato fornisce servizi e “decide per te” dove va la “tua” quota di ricchezza nazionale. (E’ quel che pensa anche Boeri quando pretenderebbe che tutto il fondo povertà andasse in contributi economici alle persone e niente ai servizi sociali dei comuni).

Tutto questo non toglie che al bisogno di sostegno al reddito che va oltre il riconoscimento della condizione di povertà e di deprivazione sociale una attenzione va data.

Anche il lavoro professionale ha subito una riduzione di reddito e di status: la legge sul lavoro autonomo non imprenditoriale, e altri provvedimenti, hanno allargato le tutele e i diritti di quei professionisti, soprattutto i più giovani; ma quanto abbiamo dovuto penare per parlare di equo compenso? Arrivata tardi, la norma non è riuscita ancora a tradursi in cosa effettiva e percepita, e non ha scalfito il disincanto e la rabbia che sono cresciti tanto anche in quella parte di società.

Abbiamo detto: negli ultimi quattro anni il numero di posti di lavoro è tornato ai livelli pre crisi. E’ vero. E’ altrettanto vero che non è cresciuto nella stessa misura il totale delle ore lavorate” (nel 2016 i lavoratori standard a tempo pieno sono diminuiti di più di un milione di unità rispetto al 2008, mentre quelli a tempo parziale sono cresciuti di 789 mila).

Dal punto di vista del reddito, si capisce bene che anche quella occupazione che è nuovamente cresciuta è per tanta parte lavoro povero, con un reddito da lavoro del tutto insufficiente.

Ho visto con i miei occhi un regolarissimo contratto di lavoro dipendente per tre quanti d’ora di lavoro al giorno, per cinque giorni la settimana.

Nel pomeriggio abbiamo anche parlato di ammortizzatori, per fortuna che ci sono, ma spesso di importo molto limitato.

Come si contrastano le diseguaglianze, come si redistribuisce ricchezza e reddito.

Il lavoro, innanzitutto. E quindi come lo si crea e, anche quello, lo si distribuisce.

Ma vale la pena proporsi di bloccare, intanto, i meccanismi di redistribuzione al contrario: la flat tax ci fa orrore, giustamente; ma i governi di centro destra hanno già ridotto la progressività; e tutto il meccanismo degli oneri deducibili sposta risorse da chi ha redditi più bassi a chi li ha più alti. E l’abolizione per tutti della tassa sulla prima casa?

Ultima cosa

Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato nello scorso mese di gennaio il Rapporto della Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa. Contiene un allarme sulla debolezza dei “saperi irrinunciabili” e dice che quella debolezza è correlata “con l’origine famigliare o territoriale, condizionata, dunque, dall’esclusione sociale e culturale nella quelle vivono e crescono bambini e ragazzi”.

Fa un certo effetto leggere in un documento del MIUR del 2018 che “la scuola italiana è tuttora “di classe” – come diceva don Milani 50 anni fa”.

Riflettiamo anche sull’investimento fatto nella scuola e su come è stato o non è stato finalizzato a rafforzare la scuola nel suo compito educativo e nella funzione di contrasto alle diseguaglianze che impediscono a tutti di realizzare un percosso formativo adeguato e soddisfacente.

 


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