Rivedere la Costituzione? un’occasione di confronto con i cittadini

il 21 novembre 2013 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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“Partecipa!”, questo il nome della consultazione pubblica sulle riforme costituzionali promossa nei mesi scorsi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: sono stati ora pubblicati i risultati, più di 200.000 questionari compilati online, una bella partecipazione, se si considera l’argomento, lo strumento e nel complesso la novità dell’evento.
Opinioni diverse su molti punti, ma sul fatto che ci siano delle cose da cambiare c’è una grande convergenza.
Non si può scaricare sul funzionamento delle istituzioni la distanza tra politica e cittadini, certo, ma ci sono alcune questioni che vanno affrontate, e rapidamente:
* Il bicameralismo, due rami Parlamento che fanno e ripetono le stesse cose, duplicando o triplicando i tempi, gli apparati; troppi parlamentari anche per questa ragione; ci sono cose da cambiare anche nei regolamenti parlamentari, ma solo con il superamento del bicameralismo si può innescare una reale revisione dell’insieme delle regole del lavoro parlamentare.
* Titolo V : le riforme degli anni scorsi hanno prodotto molti conflitti di competenza tra Stato e Regioni (1647 conflitti di attribuzione sollevati davanti alla Corte Costituzionale, dal 2002 ad oggi), e moltiplicato le procedure, alimentando il “blocco burocratico” che grava sui cittadini e sulle imprese
* Troppi livelli istituzionali, e la necessità di superare le Provincie
* Legge elettorale: togliere di mezzo il “porcellum” è il minimo sindacale, ma abbiamo bisogno di leggi che mettano in condizione gli italiani di sapere, la sera delle elezioni, chi governerà, e questi di poterlo fare per cinque anni.

Tutte cose che costringerebbero la politica a dare di sé una prova migliore, ad essere più utile ed efficiente: di questo c’è grande bisogno, non solo di onestà e trasparenza.
Per fare tre delle quattro cose citate, e qualcosa che riguarda anche la quarta, bisogna modificare la Costituzione. Non la Prima Parte, quella che ci fa dire che la nostra Carta fondamentale è la più bella del mondo, una delle più belle di sicuro. La Prima Parte, quella che prevede i diritti e i doveri e i compiti della Repubblica, deve essere ancora attuata compiutamente; anzi, è fatta per essere la guida di un continuo adeguarsi della legislazione e della costituzione materiale al cambiamento, sempre più veloce, della società e dei processi economici. Insomma, la Prima Parte, in un certo senso, non sarà mai “attuata”, perché sempre viva.
In ogni caso, in quegli articoli sono indicati obiettivi di giustizia sociale, di cittadinanza, ancora inevasi. Per raggiungerli è utile cambiare qualcuno degli strumenti che la Costituzione stessa prevede, nella Seconda Parte. E’ questo l’obiettivo delle modifiche costituzionali di cui si sta discutendo.
In realtà il disegno di legge oggi all’esame del Parlamento affronta solo la procedura con cui modificare alcuni capitoli della Seconda Parte.
Occorre attenzione e cautela nel porre mano al testo della Carta fondamentale, ma occorre anche un percorso certo per fare in tempi utili gli interventi necessari.
Noi pensiamo ad un quadro di modifiche puntuali, dentro l’impianto parlamentare del nostro ordinamento istituzionale. Chi negli anni scorsi ha provato ad “uscire dal seminato”, è stato fermato e sconfitto dal referendum del 2006.
Dunque, stiamo approvando una deroga all’articolo 138 della Costituzione: cosa prevede quell’articolo,perché serve una deroga e cosa c’è scritto davvero nella proposta di legge in discussione?
Art. 138: “Le leggi di revisione costituzionale (…) sono adottate da ciascuna camera con due successive deliberazioni (la cosiddetta doppia lettura) ad un intervallo non minore di tre mesi e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera(…). Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare (…) quando ne facciano domanda un quinto dei membri di una delle camere o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali (…). Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata (…) da ciascuna della Camere a maggioranza dei due terzi dei componenti”.
Il cuore dell’art. 138 sta nella procedura “aggravata” (doppia lettura, pause di riflessione – tre mesi – maggioranza degli aventi diritto, possibilità di referendum anche se solo in caso non si raggiunga la maggioranza dei due terzi), a tutela delle minoranze e del nucleo fondamentale dei valori costituzionali.
Nelle deroghe al 138 non c’è alcuno stravolgimento delle Costituzione; esse sono concepite non per eludere la normale procedura di revisione costituzionale, ma per semplificare il percorso, senza rinunciare all’”aggravamento”; quelle deroghe non intaccano i principi, anzi rafforzano le garanzie. Infatti:
Si prevede la possibilità di richiedere il referendum in ogni caso, anche se fosse una maggioranza molto ampia ad approvare le riforme costituzionali. L’art. 138 così com’è limita questa opportunità di partecipazione e di democrazia diretta; inoltre, nella proposta di legge, è prevista esplicitamente la possibilità di porre diversi quesiti referendari, su materie diverse;
Il tempo minimo tra una lettura e l’altra in un ramo del Parlamento è ridotta a un mese e mezzo, rispetto ai tre previsti dal 138, ma è mantenuta la doppia lettura

È prevista l’istituzione di un Comitato Parlamentare, di fatto una commissione bicamerale, espressione di Camera e Senato e di nessun altro; svolge il lavoro istruttorio per entrambe le Camere, non sostituisce in alcun modo le assemblee parlamentari, né le prerogative di ciascun deputato o senatore. Un unico organismo bicamerale ha il pregio di concentrare in una unica sede il lavoro istruttorio, garantendo snellezza procedurale, organicità dei lavori, senza alcuna compressione del ruolo del Parlamento, poiché, nel pieno rispetto dell’art. 138, si limita ad un compito “referente”; tutela maggiormente le minoranze perché è composto in proporzione non solo ai seggi (attribuiti con premio di maggioranza), ma anche ai voti realmente ottenuti.

I tempi previsti per la conclusione del lavoro di revisione costituzionale non sono perentori; il Parlamento indica a se stesso la un termine definito, nel quale realizzare un obiettivo, 18 mesi: la Costituente, per fare la Costituzione tutta intera impiegò 19 mesi.

La revisione costituzionale, così come è impostata (anche grazie all’attenzione di associazioni, movimenti, autorevoli studiosi, e grazie ad una scelta esplicita del Pd di non accedere a stravolgimenti di sorta), può essere un’occasione per riaprire una discussione vera, con i cittadini e le cittadine, sul funzionamento delle istituzioni e per colmare la distanza pericolosa che si è creata tra le istituzioni, soprattutto quelle centrali, segnatamente noi parlamentari, e il Paese


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