Si chiama sconfitta

il 5 marzo 2018 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Parto dal ringraziare chi si è impegnato nella campagna elettorale, chi ha votato Pd, chi lo ha fatto anche con sofferenza (in tanti me lo hanno detto), per convinzione politica, o come ultima spiaggia o per stima personale.

Si chiama sconfitta, naturalmente. Ma è sconfitta non solo di una lista, di un partito in una competizione elettorale. Nessun diverso approccio alla campagna elettorale, nessuna mossa tattica, nessun colpo di teatro, e neppure un altro metodo di selezione delle candidature, avrebbe modificato sostanzialmente il risultato: neanche le persone sono state, siamo stati, “valore aggiunto”, se non in qualche isolato caso.
Perché sono processi profondi che hanno portato a questo risultato, è una crisi di proposta politica e di gruppi dirigenti.
L’azione di governo, i suoi stessi risultati, non sono stati percepiti dalla gran parte delle persone come tali, come risposta ad un malessere non solo materiale di tanti: soprattutto di chi sta peggio, o comunque peggio di prima.
I tentativi di rompere incrostazioni e rendite di posizione che in questi anni sono stati realizzati hanno avuto uno stampo “dirigista”, che non ha coinvolto in una trasformazione vera la società e le sue espressioni: per questo rimane solo la reazione negativa di quei poteri o rendite.
L’altalena di alti e bassi nel consenso, che in pochi anni ha portato il Pd prima a crescere e poi sostanzialmente a dimezzarsi, ha rappresentato un fenomeno “alla superficie” di qualcosa che sta in processi economico/finanziari, sociali degli assetti del potere, che non riguardano certo solo l’Italia
Inoltre, le ragioni del mutato quadro politico non possono essere ricercate nella “crisi dei partiti”. Il Pd si è fatto sempre meno partito, ma il Movimento Cinque stelle si è fatto sempre più “partito”, da movimento a forza che si candida a governare: come lo vedremo (forse).
Tutta la sinistra è spiazzata: divisa o unita, come ci hanno dimostrato le comunali a Genova.
Non penso che abbiamo sbagliato tutto. Ma l’opinione dell’elettorato non lascia margini di ambiguità. E ci si devono fare i conti.
Ci sarà il tempo di analisi meno superficiale e di decisioni che siano conseguenti.
La consapevolezza è l’unico modo per non vivere questo dopo voto solo con amarezza


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