Sostegno al reddito di chi perde il lavoro e di chi lo sta cercando

il 6 settembre 2018 | in Primo Piano | da Anna Giacobbe

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La discussione sul reddito di inclusione/reddito di cittadinanza ha posto una questione rilevante: oltre al contrasto alla povertà assoluta, quali strumenti di sostegno al reddito sono necessari, in una fase in cui gli effetti della crisi si fanno ancora sentire e con alle porte le conseguenze dell’economia 4.0 sulla quantità a qualità del lavoro?

Come si vede in questi giorni, le promesse delle attuali forze di Governo stanno facendo i conti (letteralmente) con i vincoli di bilancio e, per altro verso, con una diffusa opinione che il sostegno economico debba essere legati alla “attivazione” delle persone interessate, per scongiurare effetti di “assistenzialismo”.

Nella “ideologia” originaria del reddito di cittadinanza c’è una cosa per nulla condivisibile, che non è tanto (o soltanto) il rischio che un sussidio di un certo valore, senza alcuna condizione, scoraggi la ricerca del lavoro o alimenti il lavoro nero: c’è alla base del reddito di cittadinanza l’idea che lo Stato fornisce al cittadino una somma, per il solo fatto di essere un cittadino, e quella copre le sue esigenze vitali. E lì si ferma: la sostituzione di un welfare in cui lo Stato “si fa carico” di servizi e possibilità di orientare e condizionare le scelte delle persone.

Nella realtà, anche la proposta concreta del M5S era diversa da questo, prevedeva un sussidio più alto e una platea più vasta, ma era per gran parte sovrapponibile al reddito di inclusione che esiste e che da luglio è “a regime: basterebbe aumentarne il finanziamento e allargare così sia il numero dei destinatari e che il valore del sussidio. Ma bisognerebbe pretendere, comunque, che del reddito di inclusione istituito nel 2017 rimanga integra ed effettivamente applicatala la parte che riguarda il ruolo dei servizi sociali, finanziato in modo “strutturale” con il 15% del Fondo per il contrasto alla Povertà: con ciascuna famiglia si costruisce un percorso per uscire dalla povertà, dalle cause e dalle conseguenze di quella condizione (dipendenze, evasione dell’obbligo scolastico, rinuncia alle cure sanitarie, ecc.), oltre che per trovare un lavoro.

Ma oltre al contrasto alla povertà assoluta, per la quale lo strumento c’è e va allargato mettendoci semplicemente altri soldi e sostenendo i servizi dei comuni nell’adeguarsi ai nuovi compiti, c’è altro: è giusto dirlo e preoccuparsene.

Purtroppo anche la discussione e le polemiche sul “jobs act” si sono concentrate su altri temi e poco hanno approfondito la questione degli AMMORTIZZATORI SOCIALI, l’altro strumento di sostegno al reddito che negli ultimi anni ha ampliato il suo raggio di azione, arrivando dove prima non c’erano tutele, ma con limiti e criticità, e riducendo per una parte del mondo del lavoro le coperture precedenti (soprattutto lavoro stagionale e dipendenti di aziende chiuse o fallite).

Per contribuire a riprendere questo argomento è utile il lavoro di approfondimento che ha realizzato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Di seguito ne trovare una sintesi e qualche commento.

Per addetti ai lavori, certo, ma non solo.

“Gli ammortizzatori del mercato del lavoro dopo il Jobs Act”: Focus dell’Upb

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